Il capitalismo al gusto di comunismo della Russia: l'economia in mano di oligopoli e oligarchi

di 15.03.2017 9:03 CET
Putin
Vladimir Putin REUTERS/Alexander Zemlianichenko

L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche nacque nel dicembre del 1922 e si dissolse ai primi degli anni ‘90. Settant’anni di controllo totale da parte dello Stato di qualsiasi iniziativa privata, di piani quinquennali, di comunismo allo stadio primario e proprietà socialista degli strumenti e dei mezzi di produzione, come indicato nella stessa Costituzione del 1924, modificata più volte.

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Con il disfacimento dell’Unione Sovietica ed il crollo del socialismo reale, la Russia fu catapultata nel capitalismo degli anni ’90, quello degli Stati Uniti di George Bush senior che maciullava tutto nell’illusione della crescita senza limiti e quello dell’Europa in cui le teorie liberiste avevano cominciato ad intaccare lo stato sociale che aveva contraddistinto per decenni il modello europeo.

Altri Paesi avevano già avviato le riforme seguendo le indicazioni di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca; la Russia, ultima arrivata, decise di accodarsi e tra misure economiche graduali, come proposto da economisti della vecchia scuola come Shatalin e Javlinskij ed una "terapia shock" come invece indicato dagli economisti neoliberisti Gajdar e Chubais, scelse la seconda via. Fu avviata così la trasformazione con un piano accelerato di privatizzazioni e rapida liberalizzazione del mercato. Le cose non andarono benissimo e per circa 10 anni la Russia visse un periodo di profonda crisi ed incertezza economica, fino ai primi anni del nuovo millennio, quando, grazie ai prezzi del petrolio che cominciarono quasi ininterrottamente a crescere, riuscì a ritagliarsi uno spazio tra le nuove economie in via di sviluppo. Il male originario comunque rimase e le privatizzazioni condotte con poche regole, con il nascente mercato alla mercé di personaggi senza scrupoli, spesso espressione della stessa nomenclatura comunista, segneranno la Russia anche per il futuro: il Paese diviene proprietà degli oligarchi prima e degli oligarchi fedeli al Cremlino dopo.

La Russia è oggi senza dubbio un Paese capitalista, con una fortissima connotazione consumista, ma se rappresentiamo con un punto le varie fasi del capitalismo ed uniamo i punti in una linea retta, dove si trova la Russia? Siamo proprio sicuri che sia dietro i Paesi occidentali? Siamo sicuri che stia rincorrendo o può essere vero il contrario e cioè che avendo saltato alcune fasi, sia decisamente avanti?

In Europa il tema della presenza delle multinazionali nel mercato è indubbiamente un tema sensibile, ma se in Europa la libera iniziativa economica è ancora centrale e nonostante il potere delle multinazionali, un piccolo imprenditore può ancora ritagliarsi il proprio spazio nel mercato, in Russia sono invece le corporation e gli oligopoli, orizzontali e verticali, pubblici e privati, a governare il mercato. I grandi agglomerati economici agiscono non solo in settori ad alta intensità di capitale o in settori tecnologicamente evoluti, ma si spostano con disinvoltura dal settore agricolo alle banche, dalle assicurazioni agli alimentari, dall’abbigliamento alla profumeria, dalle lavanderie ai negozi di fiori. Alcuni sono controllati direttamente dallo Stato, come le mega corporation che operano nel settore bancario, degli idrocarburi o del gas naturale, altri in mano a privati; ma anche in settori dove per noi europei è data per scontata la presenza quasi esclusiva di piccoli imprenditori e piccole aziende, molte a gestione familiare, come il settore della ristorazione, in Russia operano prevalentemente grandi corporation: Rosinter Restaurants Holding, per esempio, che gestisce quasi 250 ristoranti nella Federazione, spaziando tra pizzerie e ristoranti giapponesi, dal 2008 quotato anche al MICEX di Mosca; il Gruppo Novikov che opera dal 1991 e gestisce ristoranti di alto livello soprattutto nella capitale, ma è proprietario anche di una televisione, una società di catering, una rete di negozi di fiori ed agenzie immobiliari; anche per caffè e bar la situazione non è molto differente ed il mercato è sempre più marcato dalla presenza di Shokoladnitsa, con quasi 450 punti vendita in tutta la Russia, di cui oltre 200 nella sola Mosca.

Se in Italia ed in Europa ci interroghiamo e temiamo un futuro con una più ingombrante presenza di grandi corporation, che svolazzando tra paradisi fiscali e sedi di comodo, fagocitano e spingono fuori dalla competizione aziende più piccole, in Russia tutto questo è già realtà. Barriere fiscali, economiche, amministrative rendono di fatto l’ingresso nel mercato o la competizione in determinati settori estremamente difficile.

Al posto di imprenditori in Russia incontriamo funzionari pubblici, businessmen ed oligarchi con decine di società e con sedi e filiali all’estero nei paradisi fiscali; la libera iniziativa frustrata ed i lavoratori che osservano senza alcun potere se non quello di cambiare datore di lavoro.

Il mercato del lavoro in Russia è quello che definiremmo altamente flessibile e con un tasso di disoccupazione basso intorno al 5 per cento. Pochissimi i lacciuoli per le aziende che decidono di licenziare ed estrema facilità per i lavoratori di trovare un nuovo impiego; ma se per un dipendente di un’azienda privata di Mosca, gli stipendi si avvicinano a quelli occidentali, nelle regioni russe la situazione è ben diversa ed i salari sono molto più bassi, soprattutto nel settore pubblico. Lo stipendio medio nominale rivalutato nella Federazione si aggira intorno a 35.000 rubli (poco meno di 600 euro), ma un insegnante o un medico, fuori Mosca, possono guadagnare decisamente meno e sono più di 20 milioni i russi sotto la soglia di povertà (dati Banca Mondiale riferiti al primo semestre 2016). Sono scarsissime anche le tutele per i dipendenti ed i sindacati praticamente non esistono. I lavoratori non sono organizzati e il datore di lavoro riesce ad avere una forza contrattuale decisamente alta, come nel settore dei taxi, dove la licenza adesso costa pochissimo (meno di 100 euro), ma per lavorare il tassista deve utilizzare piattaforme online che trattengono quasi il 30% del valore di ogni corsa e considerando che le spese di acquisto e manutenzione dell’auto sono a carico del tassista, come le spese di carburante, il lavoratore autonomo è spesso costretto a turni massacranti di 12, 15 ore al giorno.  

Un sistema di tassazione non progressiva completa la definizione del mercato, per cui con una flat tax al 13% un oligarca ha lo stesso livello di tassazione di un impiegato di banca, dimenticando che chi ha un reddito maggiore potrebbe permettersi di pagare una proporzione più alta di tasse senza che venga toccato il livello di reddito e consumi necessari alla sussistenza.

L’assenza di regole in un determinato momento storico, che ha permesso ad oligarchi e grandi corporation di fare terra bruciata, l’asfissiante burocrazia e le troppe regole in alcuni settori, che impediscono di fatto a nuovi operatori di fare capolino, fanno della Russia il caposaldo del nuovo capitalismo o la retrovia di un regime economico datato? I grandi agglomerati economici che stritolano la libera iniziativa e che spesso tramite scatole cinesi hanno sede in paradisi fiscali, l’assenza di vere tutele per i lavoratori, sistemi di tassazione che privilegiano i ricchi senza alcuna redistribuzione della ricchezza, rappresentano brandelli del vecchio capitalismo storico o sono un modello del capitalismo del futuro? Scriveva Luigi Einaudi  qualche tempo fa: “ Se si lascia libero gioco al laissez-faire laissez-passez, passano soprattutto gli accordi e le sopraffazioni dei pochi contro i molti, dei ricchi contro i poveri, dei forti contro i deboli, degli astuti contro gli ingenui.”

Se guardiamo alla Russia oggi dobbiamo pensare al nostro passato o immaginare il nostro futuro?