Il dialogo nazionale in Venezuela promosso dal Vaticano è una farsa: nel paese esplodono le proteste contro Maduro

Maduro bacia la croce
Il Presidente del Venezuela Nicolas Maduro Moro bacia la croce che gli è stata regalata da Papa Francesco durante la visita-lampo a Roma del 24 ottobre 2016 mentre arringa la folla di sostenitori al Palazzo Miraflores. Caracas, Venezuela, 26 ottobre 2016. REUTERS/Carlos Garcia Rawlins

Domenica 23 ottobre 2016 il Parlamento del Venezuela, riunito in sessione straordinaria, ha licenziato un documento che rappresenta l'ennesimo, grave, atto d'accusa nei confronti del presidente Nicolas Maduro: “È in atto un colpo di stato da parte del regime […] contro la Costituzione della Repubblica” si legge nel testo, dove si invoca aiuto alla comunità internazionale.

Pietra dell'ennesimo scandalo la sospensione della procedura per indire il referendum revocatorio, per il quale l'opposizione politica al Partido Socialista (PSUV) ha raccolto milioni di firme in tutto il Paese: il referendum è un diritto costituzionale garantito alla cittadinanza, che tramite il voto potrebbe decidere di mandare a casa l'erede di Hugo Chavez. Non si tratterebbe di una vera e propria svolta per il Paese, almeno dal punto di vista politico, perché il posto del presidente verrebbe preso dal suo vice fino alla fine del mandato, ma sarebbe l'ennesima batosta politica per i chavisti, già pesantemente sconfitti alle ultime elezioni parlamentari nel tardo 2015.

Le pressioni esercitate dai socialisti e da Maduro sulla Corte Costituzionale e sul Consiglio Nazionale Elettorale, organismi entrambi controllati dal PSUV, fino ad oggi hanno garantito al Presidente non certo una larga agibilità politica ma sicuramente la garanzia di tenere il potere ancora per un po'; a questo scenario piuttosto critico va aggiunta la violenza, dentro e fuori dall'Assemblea Nazionale di Caracas: durante la sessione straordinaria di domenica 23 ottobre il Parlamento è stato “assalito”, questo il termine usato dalle principali agenzie stampa, da gruppi di militanti chavisti armati di mazze e bastoni.

Il giorno successivo a questo spettacolo, decisamente poco edificante per la storia democratica del Venezuela, il Presidente Nicolas Maduro atterrava, a sorpresa, all'aeroporto di Roma Fiumicino e saliva a bordo di una berlina scura del corpo diplomatico con destinazione Città del Vaticano. Alle 7 di sera l'auto arrivava a palazzo Santa Marta, ricevuto da pochissimi fotografi e da un cameraman oltre che dal cardinale Pietro Parolin e dalle guardie svizzere, per un incontro “a sorpresa” tra Maduro e Papa Francesco. I due hanno avuto un colloquio privato, lontano da telecamere e stampa, di circa 30 minuti e secondo la Sala Stampa del Vaticano il pontefice ha insistito molto affinché si apra uno spazio di “dialogo sincero e costruttivo tra il governo e l'opposizione” del Venezuela con l'obiettivo di “alleggerire la sofferenza del popolo venezuelano” e promuovere “la coesione sociale”. Il governo venezuelano ha definito la visita “un tour lampo” avvenuto a margine del viaggio di Maduro in alcuni paesi dell'OPEC (Azerbaijan, Iran, Arabia Saudita e Qatar): un viaggio che, era la speranza del Presidente venezuelano, avrebbe dovuto far alzare i prezzi del petrolio, che però non si sono mossi. Le fotografie pubblicate dal Ministero della Comunicazione di Caracas sulla visita erano invece palesemente false e riguardavano una precedente visita di Maduro in Vaticano, avvenuta il 17 giugno 2013: l'incontro tra il Presidente e il Papa infatti si è tenuto al di fuori di ogni protocollo, senza foto ufficiali né i saluti di rito e nemmeno tutti i corrispondenti stranieri accreditati al Vaticano sono stati avvisati dalla Sala Stampa della Santa Sede dell'importante incontro.

La parte interessante della visita di Maduro dal Papa avveniva però a Buenos Aires: il nunzio apostolico in Argentina Emil Paul Tscherring, proprio mentre Francesco parlava con Maduro, ha incontrato alcuni rappresentanti della Mesa de Unidad Democratica (MUD), la coalizione di partiti di opposizione che ha conquistato la maggioranza alle ultime elezioni legislative. Poco dopo, in diretta televisiva, l'arcivescovo Tscherring ha annunciato trionfale: “Oggi è partito il dialogo nazionale”.

In realtà la prima riunione e l'inizio ufficiale dei negoziati è previsto per il 30 ottobre prossimo all'isola di Margarita. I mediatori tra il Partido Socialista Unido del Venezuela e la MUD saranno il Vaticano, l'ex-presidente colombiano Ernesto Samper per conto dell'Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), l'ex-premier spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero e gli ex-presidenti di Repubblica Dominicana e Panama Leonel Fernandez e Martin Torrijos. Ma la situazione non sembra migliorare in alcun modo: il governatore dello Stato di Miranda e leader della MUD Henrique Capriles Radonski con un video su Facebook ha detto che in verità “non è partito nessun dialogo”. Il Vaticano, è la tesi di Capriles, ha convocato riunioni separate e il comunicato “sembra scritto da Zapatero”, che si è sempre pubblicamente dichiarato contrario al referendum revocatorio. La MUD, ha detto chiaramente Capriles, non è disposta ad accettare un'agenda dettata da altri attori esterni al Venezuela: “La crisi non si risolve facendo sedere persone intorno a un tavolo e scattando fotografie, la crisi è più profonda”. Ma, se possibile, a due giorni dal possibile inizio dei negoziati la situazione è persino peggiorata: il 26 ottobre si è tenuta una grande manifestazione a Caracas, dove l'opposizione ai chavisti ha annunciato un'iniziativa ancora più imponente per il 3 di novembre in tutto il Paese. La mobilitazione è stata organizzata “contro il golpe e in difesa dei diritti costituzionali” e per chiedere il rispetto della legge e indire il referendum revocatorio che dovrebbe defenestrare Maduro.

Durante la manifestazione la risposta delle forze di sicurezza è stata violenta e massiccia: le immagini della folla che sfila pacificamente a Caracas pubblicate da Capriles sulla sua pagina Facebook sono impressionanti, si vedono centinaia di migliaia di persone marciare unite per chiedere il rispetto delle garanzie costituzionali, ma altrettanto impressionanti sono le immagini della repressione della Polizia, che ha sparato sulla folla pallottole di gomma e lacrimogeni: “La cosiddetta Rivoluzione è finita e questo è ciò che resta, la violenza. Si sono impegnati persino con Papa Francesco a rispettare i diritti del popolo. Hanno sparato a bruciapelo al nostro compagno Junior Ayala […] che ha perso l'occhio sinistro” scrive Capriles.

Ma la violenza è oramai un virus che si è diffuso a tutti i livelli in tutto il Venezuela: la mancanza di lavoro, di denaro, di welfare, di assistenza pubblica, di medicinali, di cibo ha incattivito fortemente gli strati più bassi della popolazione, innescando una vera e propria guerra tra poveri dove la vita umana vale pochi Bolivar ma dove l'economia criminale preferisce il coltello ai proiettili, non fosse altro che costa di meno.

Ieri, 27 ottobre, il responsabile di Human Rights Watch per l'America Latina José Miguel Vivanco ha dichiarato a El Universal che “Nicolas Maduro si prende gioco di Papa Francesco”: in una lettera inviata da Vivanco alla Santa Sede giovedì la ong per i diritti umani chiede al Papa di garantire “condizioni appropriate” per il dialogo nazionale, che può avere un futuro solo se ci sarà un riconoscimento da parte della Santa Sede delle “pratiche autoritarie del governo venezuelano. […] Senza una forte pressione internazionale questo dialogo servirà solo al governo di Maduro a guadagnare tempo” che poi è ciò che è successo in tutte le iniziative di mediazione precedenti.

Sembra inoltre che la Santa Sede voglia superare lo scetticismo della Conferenza Episcopale Venezuelana bypassandola: la scelta di far intervenire il nunzio dall'Argentina preferendolo al neo cardinale Baltazar Porras, monsignore molto critico con il governo di Caracas e schieratosi, anche se non ufficialmente, a favore del referendum revocatorio, potrebbe causare incomprensioni interne al principale promotore del dialogo nazionale. La mediazione del Vaticano è stata invocata, nel corso dei mesi, da tutti gli attori sulla scena politica, maggioranza e opposizione, ma allo stato attuale è difficile pensare che ci siano le condizioni principali per l'avvio del dialogo: il 1 novembre Maduro dovrà comparire di fronte al Parlamento per “sottoporsi al giudizio del popolo” e rispondere di corruzione, violazione dei diritti umani e alto tradimento.