Il disgelo fra Cina, Corea del Sud e Giappone potrebbe non essere cosa facile

di 22.03.2015 8:15 CET
  • Cina Corea Giappone
    I ministri degli Esteri di (da sinistra a destra) Giappone, Corea del Sud e Cina durante l'incontro di Seul del 21 marzo 2015 (Reuters/Kim Hong-Ji)
  • Corea del Sud
    Park Geun-hye (Reuters/Ed Jones/Pool)
  • Cina
    Xi Jinping (Reuters/Jason Lee)
  • Giappone
    Shinzo Abe (Reuters/Toru Hanai)
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I ministri degli Esteri di (da sinistra a destra) Giappone, Corea del Sud e Cina durante l'incontro di Seul del 21 marzo 2015 (Reuters/Kim Hong-Ji)

I ministri degli Esteri di Corea del Sud, Cina e Giappone si sono incontrati a Seul, capitale sudcoreana, per la prima volta dopo tre anni, esprimendo così i primi segnali di disgelo fra i tre Paesi e ponendo le basi per un incontro al vertice nei prossimi mesi fra i rispettivi capi di governo.

I rapporti fra i tre Paesi, che insieme assommano a circa un quinto del PIL mondiale, sono stati molto tesi negli ultimi tempi, sia per via di dispute territoriali che per via delle ferite ancora aperte relative all'occupazione giapponese di Cina e Corea fra la seconda metà dell'Ottocento e la Seconda Guerra Mondiale. Fra i tre giganti asiatici, tuttavia, vi sono importanti opportunità di collaborazione, a cominciare da una questione che preoccupa tutti e tre i governi, ovvero le ambizioni nucleari della Corea del Nord.

Il meeting fra i ministri degli Esteri e fra i capi di governo era stato annuale dal 2007 al 2012: nel maggio 2012 si tenne l'ultimo incontro al vertice, e da allora molto è cambiato, a cominciare dai leader.

Park Geun-hye (Reuters/Ed Jones/Pool)

La Corea del Sud ha eletto presidente Park Geun-hye nel 2013, prima donna nel Paese a ricoprire questa carica. Park ha continuato l'opera di apertura del Paese nei confronti delle altre potenze del Pacifico (ha firmato un accordo di libero scambio con l'Australia, ad esempio), nonché le riforme economiche del predecessore Lee Myung-bak, che hanno portato Seul fuori dalla crisi globale del 2008.

Park si è contraddistinta per un deciso attivismo in politica estera, assicurandosi il supporto di Cina e Stati Uniti contro la Corea del Nord, che ha a sua volta cambiato leader nel dicembre 2011 a seguito della morte di Kim Jong-il. Il suo successore, il figlio Kim Jong-un, ha più volte dovuto mostrare forza e ferocia, sia all'interno che all'esterno, per consolidare la propria presa sul Paese, riattivando centrali nucleari e approvando nuovi test missilistici che hanno causato tensioni con il Sud e con il Giappone. Ciò nonostante i rapporti con Tokyo sono rimasti freddissimi, anche per via di diverse dispute territoriali fra i due Paesi, ad esempio sulle Rocce di Liancourt, l'isola di Tsushima (che comunque la Corea del Sud ha riconosciuto da decenni come appartenente al Giappone) e in generale sullo status del Mare del Giappone (anche relativamente al nome: per la Corea dovrebbe chiamarsi Mare Orientale), ma soprattutto per motivi storici.

Xi Jinping (Reuters/Jason Lee)

La Cina ha assistito a un cambio generazionale, dalla quarta alla quinta generazione di leadership: nel novembre 2013 è salito alla presidenza della Repubblica Popolare Cinese Xi Jingping, che ha spinto fin da subito ad una ulteriore modernizzazione della società cinese, votata ad una maggiore efficienza e prosperità.

Il "sogno cinese" di Xi Jingping prevede una pervasiva lotta senza quartiere (e senza frontiere) alla corruzione, benché probabilmente annacquata da lotte intestine al partito; il rafforzamento della giustizia, ritenuta inefficiente e priva di controllo; il focus sulla prosperità dei cinesi, perché l'economia del Dragone faccia un "atterraggio morbido" da un'economia in via di sviluppo orientata alla produzione, ad un'economia moderna basata sui consumi. Il tutto, ovviamente, senza mutare l'assetto politico della Repubblica, saldamente in mano al Partito Comunista.

Uno degli ultimi progetti "espansionistici" della Cina è però di tipo finanziario: nelle ultime settimane si è molto parlato della Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), cui hanno di recente aderito svariato Paesi europei (fra cui l'Italia), che si aggiungono a molti altri Paesi asiatici, dalla Giordania al Kazakhstan, all'India fino alla Nuova Zelanda.

Si tratta di un tentativo (uno dei tanti) di superare l'attuale assetto della finanza mondiale, dominato da istituzioni come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, organismi nati quando la Cina non era la quasi-superpotenza che è oggi, e che negli ultimi decenni non sono stati riformati, rimanendo fortemente sbilanciati rispetto ai (declinanti) Paesi sviluppati. Si consideri, ad esempio, che anche la Asian Development Bank è dominata da Paesi Occidentali, che supportano il Giappone (maggiore azionista dell'istituto), che ha da sempre espresso i suoi presidenti.

Giappone e Corea del Sud hanno finora nicchiato nei confronti dell'iniziativa cinese su pressioni degli Stati Uniti, che vedono (non senza ragione) un ulteriore attacco alla propria supremazia finanziaria: va ricordato, tra le altre cose, che la Cina lancerà nei prossimi mesi il China International Payment System, una propria alternativa al sistema SWIFT che permette il trasferimento di denaro a livello internazionale e che non sempre è riuscito a resistere alle richieste occidentali di espellere Paesi sottoposti a sanzioni (come l'Iran), né allo spionaggio da parte della NSA.

C'è tempo fino al 31 marzo per aderire come Paesi fondatori all'istituzione e quindi provare a influenzarne la governance, e Giappone e Corea del Sud potrebbero non volerne rimanere fuori, anche se ciò significherebbe far pendere un altro po' la bilancia dagli USA verso Pechino.

Shinzo Abe (Reuters/Toru Hanai)

Il Giappone rappresenta probabilmente l'elefante nella stanza. Nel dicembre 2012 ha rieletto Shinzo Abe, già primo ministro nel 2007, leader conservatore con tendenze nazionaliste.

L'obiettivo primario di Abe è far uscire il Paese dal cosiddetto decennio perduto (durato ben più di dieci anni), caratterizzato da scarsa crescita economica e deflazione. Di concerto con la Banca Centrale del Giappone, Abe ha varato stimoli fiscali e monetari per far ripartire i consumi interni, ma dopo diversi mesi di iniziali successi, l'aumento della tassa sulle vendite ha rapidamente spento gli entusiasmi per la crescita, mentre il rialzo dell'inflazione è venuto meno quando il prezzo del petrolio e quindi dell'energia ha cominciato a crollare, mostrando che l'aumento dei prezzi era dovuto all'aumento della spesa energetica (causato dallo spegnimento del nucleare a seguito dei problemi di Fukushima) e non alla ripresa dei consumi: quest'ultima è più probabilmente collegata alla demografia giapponese, in progressivo invecchiamento. Si tratta di un problema difficilmente risolvibile: i giapponesi quasi non hanno tempo (e forse neppure voglia) di fare figli, e la chiusura all'immigrazione non aiuta a generare le forze fresche necessarie per portare il Giappone fuori dal pantano. Le riforme strutturali promesse da Abe, terza freccia della sua Abenomics, tardano ad arrivare.

In politica estera Abe si è contraddistinto per un inasprimento dei toni: sta cercando di modificare la Costituzione del Giappone in senso meno pacifista, e ha ribadito la propria sovranità sulle isole Senkaku già espressa dal suo predecessore, Yoshihiko Noda, provocando forti tensioni con la Cina, che ritiene tali isole parte del proprio territorio con il nome di Diaoyu. La disputa, negli ultimi anni, ha alimentato la possibilità che fra i due Paesi potesse scoppiare una guerra fra Pechino e Tokyo, che però si è espressa sinora solo sul piano commerciale, con perdite reciproche.

Il problema fra il Giappone e le altre due potenze regionali risiede però nel fatto che Tokyo ha molto faticato a riconoscere (quando l'ha fatto) le atrocità commesse durante l'occupazione di Cina e Corea. Questi ultimi due Paesi esprimono i sentimenti più negativi nei confronti dei giapponesi, stando a un sondaggio del 2013 della BBC.

Abe ha avuto un incontro a due con Xi lo scorso novembre durante il vertice dell'APEC, primo incontro bilaterale dal 2012. Park ha invece sempre rifiutato di sedersi a un tavolo con Abe, specie dopo che quest'ultimo, nel 2013, aveva omaggiato i caduti in guerra durante una visita al santuario Yasukuni.

Secondo i critici tale santuario omaggia (fra i molti caduti giapponesi al servizio dell'imperatore, specie durante la Seconda Guerra Mondiale) anche diversi criminali di guerra condannati anche per crimini contro la pace e contro l'umanità da un tribunale internazionale, e inoltre il suo museo è accusato di revisionismo riguardo l'occupazione di Cina e Corea prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.

Fra i Paesi esistono certe "diversità di vedute" riguardo episodi come il massacro di Nanchino, durante il quale centinaia di migliaia di persone (prigionieri di guerra e civili, uomini e donne, bambini e anziani) furono stuprate, mutilate e uccise dai soldati giapponesi per almeno sei settimane. Per quanto il Giappone abbia riconosciuto (con difficoltà) i massacri, ha sempre cercato di ridimensionarne la portata, rifiutandone la definizione di "olocausto" che pure emerge dal tribunale internazionale che li giudicò.

Altro punto di attrito, specie con i coreani, è la questione delle comfort women, ovvero donne coreane, cinesi e di altre nazionalità poste al servizio sessuale dei militari giapponesi. Secondo il Giappone quelle donne erano volontarie, mentre gli altri Paesi affermano che si trattava di donne che venivano rapite o, alla meglio, ingannate da una prospettiva di lavoro in fabbrica.

Il Giappone si è ripetutamente scusato per questi fatti, ma Abe in pubblico ha preferito esprimersi in termini contrari: nel marzo del 2007 negò l'esistenza delle schiave sessuali (già ammessa da diversi suoi predecessori). Pochi giorni dopo fu il Parlamento a esprimere le proprie scuse alle 200mila donne coinvolte nei bordelli militari. Le visite al santuario Yasukuni da parte di Abe, dunque, mirano a fomentare i nazionalismi interni di un Paese in grave crisi, economica e non solo.

Le questioni economiche

Queste divergenze di vedute, tuttavia, possono ben cedere il passo a questioni economiche ben più attuali: la AIIB, oltre ad essere vista come un tentativo di picconare il dominio statunitense (e occidentale) sulla finanza mondiale, va anche ritenuta un'importante attrice nello sviluppo del Continente, una sfida che le attuali istituzioni (dalla Banca Mondiale all'Asian Development Bank) non possono cogliere, perché fondate in un periodo storico ormai lontanissimo e perché sembrano incapaci di riformarsi per riflettere i mutamenti avvenuti nell'economia mondiale nell'ultimo mezzo secolo.

La Cina è stata protagonista del raggiungimento di uno degli obiettivi del millennio, quello del dimezzamento delle persone in stato di povertà estrema (ovvero con meno di 1,25 dollari al giorno). L'obiettivo di Xi è procedere su questa strada trascinando fuori dalla povertà verso la classe media centinaia di milioni di persone in Cina (e molti altri nel resto dell'Asia), ma per farlo servono infrastrutture e quindi finanziamenti.

Si tratta di una torta molto ricca (parliamo, in sostanza, di un miliardo di nuovi "consumatori"), da cui i Paesi europei che hanno aderito alla AIIB hanno preferito non autoescludersi. Anche Abe ha preferito ammorbidire i propri toni, consentendo la riapertura del tavolo a tre di cui quello di sabato a livello di ministri degli Esteri costituisce un assaggio.

C'è però da dire che le dispute sulle isole contese non hanno soltanto motivi nazionalistici, e saranno comunque causa di attrito fra le parti. Oltre a questioni di controllo dei mari (e quindi delle linee marittime), le isole contese fra Giappone, Corea del Sud e Cina sono ritenute importanti per le economie locali, per la pesca e, nel caso delle isole Senkaku, per via della possibile esistenza di riserve petrolifere.