Il fondo Atlante ha già perso il 24% del suo valore. Il titano voleva salvare le banche italiane, ma chi salverà lui?

Atlante
Una statua del titano Atlante nei Paesi Bassi Deror_avi via Wikimedia Commons

Il fondo privato Atlante è nato con il compito di sostenere sulle proprie spalle il peso di una sistema bancario in piena crisi. Ma a meno di un anno dalla sua creazione l’impressione è che siano le malconce banche italiane a sorreggere il peso dell’ennesima impresa all’italiana fallita.

Per illustrare le situazione sono sufficienti due numeri. Atlante è stato presentato nell’aprile del 2016, tra squilli di tromba, con un rapporto che indicava come obiettivo finanziario del fondo un rendimento circa del 6% per anno; dopo sei mesi, secondo la valutazione indipendente di Deloitte il fondo ha “bruciato” il 24% del suo valore. In pratica le banche e gli altri istituti che hanno investito nel fondo pensando di guadagnare un 6% all’anno di rendimento, in realtà si trovano oggi, in occasione dell’approvazione dei bilanci 2016, a dover svalutare la quota di investimento nel fondo.

Per spezzare una lancia a favore di Atlante bisogna dire che è molto difficile valutare una società che non è quotata in Borsa. A dirlo è lo stesso valutatore indipendente Deloitte. Ma è chiaro che intorno al fondo Atlante non tiri un’aria di ottimismo. Mentre Quaestio SGR, il gestore di Atlante, ha deciso di non svalutare il valore del fondo, dall’altra parte Unicredit ha deciso di svalutare l’investimento nel fondo del 60-80%. Insomma la situazione è stata bene riassunta da Guido Maurino di Radiocor che su Twitter chiede “Quanto valgono 100 euro investiti nel fondo Atlante? Per Quaestio 100, per Deloitte 76, per Unicredit fra 20 e 40”. Fare una valutazione precisa di una società non quotata è impossibile, ma se è Atlante il titano salverà le banche italiane, la domanda è: chi salverà lui?

Atlante: le origini del mito

Il fondo Atlante è nato ad aprile 2016 voluto dal Governo e dal sistema bancario. Gestito da Quaestio SGR, Società di Gestione del Risparmio, un’istituto che si occupa di intermediazione finanziaria presieduto da Alessandro Penati e parte di una holding, la Quaestio SA, società con sede in Lussemburgo detenuta da Fondazione Cariplo, Locke srl, la Cassa di previdenza dei Geometri, l’Opera Don Bosco e Fondazione Cassa di risparmio di Forlì.

Atlante è nato con l’obiettivo di salvaguardare il comparto bancario italiano. Nella presentazione di Quaestio si legge che Atlante può investire fino al 70% della dotazione in aumenti di capitale delle banche, per comprare l’inoptato, cioè la quota invenduta delle azioni, in modo da portare a compimento l’operazione. E il restante 30% per l’acquisto di crediti deteriorati: “tranche junior, occasionalmente mezzanine, in cartolarizzazioni di NPL” delle banche italiane in crisi. La sola “presenza” di Atlante sul mercato avrebbe dovuto spingere al rialzo il prezzo dei crediti deteriorati riducendo il gap con il prezzo messo a bilancio dalle banche italiane. 

La dotazione finanziaria di partenza sarebbe dovuta essere di circa 6 miliardi, ma la raccolta fondi si è fermata a quota 4,25 miliardi (di cui 3,48 effettivamente versati, per ora), nonostante il prospetto di Quaestio parlasse chiaramente di un rendimento annuo del 6%, quindi decisamente allettante.

Atlante: meno di un anno dopo

Atlante Valore Valore odierno di 100 euro investiti nel fondo Atlante secondo vari stakeholder  IBTimes Italia / Giovanni De Mizio

Nei suoi primi mesi di vita Atlante ha dovuto affrontare un’impresa titanica: salvare Veneto banca e la Popolare di Vicenza dal fallimento. I due aumenti di capitale necessari per evitare la risoluzione sono stati un flop clamoroso e Atlante è dovuto intervenire per comprare oltre il 90% delle operazioni diventando l’azionista di maggioranza, e quasi l’unico, delle due banche.

Quaestio Capital ha deciso di non svalutare le partecipazioni di oltre il 99% nei due istituti, ma secondo Deloitte nell’operazione sono stati già "bruciati" 850 milioni di euro rispetto ai 3,5 miliardi spesi.

In pratica Quaestio valuta ogni quota 819.135 euro pari a complessivi 3,48 miliardi di euro, mentre il valutatore indipendente Deloitte indica una valore delle quote pari a 619.580 euro per complessivi 2,63 miliardi, ossia una perdita di valore di circa 850 milioni di euro, cioè una svalutazione del 24%. In pratica ogni banca o istituto che ha messo 100 euro in Atlante ne ha persi 24 nei primi sei mesi di vita del Fondo.

Ma perché una differenza così ampia di vedute? Da una parte Deloitte riconosce la "significativa incertezza" nell'emettere un giudizio sulla valutazione delle quote di una società non quotata, ma allo stesso tempo Quaestio si impegna a una nuova valutazione non appena saranno approvati i bilanci delle due banche venete e sarà più chiaro il loro futuro.

Ma non è solo Deloitte a sostenere che di quel 6% di rendimento annuo non si vede nemmeno l’ombra, anzi. Unicredit ha annunciato una svalutazione della partecipazione in Atlante tra il 60 e l’80%; Banca Intesa ha sforbiciato il valore della partecipazione del 27% circa, di 227 milioni su un impegno di 845; UBI Banca ha svalutato del 36% circa, cioè per 73 milioni rispetto a un impegno totale di 200 milioni; BPER ha rettificato per 28,3 milioni di euro, pari al 34,8% delle quote fino ad oggi versate; e il gruppo banco BPM (nato dalla fusione BP-BPM) ha svalutato 19,7 milioni relativi alla quota del Banco Popolare su un totale di 50 milioni di impegni (39,4%) e 40,1 milioni relativi alla quota di BPM su un totale di 100 milioni di impegni (40,1%).

Queste banche sono state troppo prudenti? Difficile dirlo. E’ chiaro però che gli squilli di tromba che hanno accompagnato la nascita di Atlante come Salvatore del sistema bancario sono soltanto un lontano ricordo.