Il gran finale di Cassini: perché la NASA vuol far schiantare una sonda da 3 miliardi? Un indizio: c'entrano gli alieni

Saturno fotografato dalla sonda Cassini
Una delle più celebri immagini di Saturno acquisite dalla sonda Cassini NASA / JPL / Space Science Ins

La fine della missione Cassini, che in questi anni ci ha permesso di scoprire un'enorme quantità di informazioni sul sistema di Saturno, può essere raccontata i due modi. Il primo è quello "ordinario", cioè il termine di un programma straordinariamente significativo. L'altro è il motivo per il quale la missione viene terminata: l'agenzia spaziale statunitense ha deciso di porre fine ad un programma costato 3,26 miliardi di dollari per evitare di distruggere possibili forme di vita aliena.

Per capire cosa questo significhi, è necessario spiegare di cosa stiamo parlando: la missione Cassini-Huygens, un programma congiunto tra NASA, ESA e Agenzia Spaziale Italiana (ASI), è partita nel 1997. Dal 2004, la sonda Cassini invia sulla Terra dati ed immagini senza precedenti riguardanti Saturno, i suoi iconici anelli e le sue numerosissime lune, mentre la sua "gemella" Huygens è riuscita nel 2005 a scendere sulla superficie di Titano.

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I nomi delle due navicelle non sono certo casuali: l'astronomo italiano Gian Domenico Cassini alla fine del XVII secolo fu fondamentale nello studio di Saturno e dei suoi anelli; qualche anno più tardi, il suo collega olandese Christiaan Huygens riuscì, grazie ad un telescopio rifrattore che lui stesso aveva costruito, a scoprire Titano.

Nelle scorse ore, la NASA ha spiegato con un po' più di dettagli cosa accadrà in quello che definisce "l'ultimo capitolo della missione" che condurrà a quello che è stato soprannominato "il gran finale": lo schianto della sonda Cassini su Saturno, che avverrà il 15 settembre, dopo che saranno state effettuate delle osservazioni estremamente ravvicinate sia del pianeta che dei suoi anelli.

A partire dal 26 aprile, la sonda inizierà infatti ad eseguire una serie di picchiate nello spazio di 2.400 km che separa il pianeta dal più interno dei suoi anelli. "Nessuna navicella è mai passata attraverso questa regione, unica nel suo genere, che noi tenteremo impavidamente di attraversare 22 volte", spiega Thomas Zurbuchen, amministratore associato del direttorato NASA per le missioni scientifiche. "Ciò che apprenderemo dalle audaci orbite finali di Cassini farà aumentare la nostra comprensione di come i pianeti giganti ed i sistemi planetari in qualunque luogo si formino e si evolvano. Questa, in fin dei conti, è veramente un lavoro di scoperta fatto dal vivo".

A questo punto può risultare lecito chiedersi per quale motivo si sia deciso di porre fine ad una missione di enorme successo, anziché proseguirla indefinitamente come ad esempio accadrà con Dawn, la sonda che ha raggiunto il pianeta nano Cerere e gli sta orbitando intorno. Del resto, come detto, stiamo parlando di un progetto costato 3,26 miliardi di dollari, all'incirca suddivisi in 2,6 miliardi dalla NASA, 500 milioni dall'ESA e 160 dall'Agenzia Spaziale Italiana.

Per capire questa differenza di approccio, bisogna provare a comprendere in quale ambiente estremamente particolare si trovi ad operare la sonda. Mentre Dawn orbita intorno ad un corpo celeste relativamente piccolo (il suo diametro è meno di un terzo di quello della Luna), Cassini si trova invece a volare nei pressi del secondo pianeta più massiccio del Sistema Solare (il primo è Giove) che, per di più, è circondato da ben 62 lune.

Questo significa che, da un punto di vista gravitazionale, le cose per Cassini sono molto più complesse che per Dawn, visto che la prima si trova a dover continuamente effettuare delle continue correzioni per evitare di essere mandata fuori rotta. Il problema è che, dopo 20 anni di viaggio nello spazio, a bordo della navicella si è accesa la spia della riserva: il carburante sta terminando.

Ed è a questo punto che gli scienziati coinvolti si sono trovati a dover affrontare una scelta: continuare ad operare come in passato fino ad esaurimento del carburante e poi lasciare Cassini al proprio destino o passare al piano che porterà al "Gran Finale"? La scelta è ricaduta su questa seconda opzione per due motivi: il primo è che, come già spiegato, le manovre di passaggio tra Saturno e gli anelli consentiranno di eseguire delle osservazioni senza precedenti del pianeta e della sua atmosfera.

Il secondo motivo invade il campo delle ipotesi, ma non per questo (o forse proprio per questo) è meno affascinante: andando alla deriva nello spazio, non ci sarebbe la certezza che effettivamente Cassini termini la propria missione schiantandosi su Saturno. Esiste infatti la possibilità che il prodotto delle interazioni gravitazionali tra i vari oggetti del sistema planetario conduca la sonda verso una delle lune, come Titano o Encelado.

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Gli scienziati non vogliono in alcun modo compromettere gli ambienti di questi due satelliti nello specifico, per un motivo molto semplice: potrebbero avere (o aver avuto) le condizioni necessarie allo sviluppo di una qualche forma di vita aliena. Schiantarsi su uno dei due satelliti potrebbe contaminare per sempre quell'ambiente e compromettere eventuali future missioni di osservazione.

Sono state le stesse osservazioni di Cassini che hanno permesso di verificare come su Encelado si trovi quello che è stato definito un "oceano globale", ossia che ricopre l'intero satellite al di sotto della sua superficie ghiacciata. Dentro questa immensa quantità d'acqua potrebbe essersi prodotta la vita, ed una sonda terrestre che si schianta sulla superficie potrebbe essere estremamente dannosa da questo punto di vista.

Esperimenti condotti a bordo della Stazione spaziale internazionale hanno infatti dimostrato come alcune minuscole forme di vita siano in grado di sopravvivere alle temperature, alle radiazioni ed al vuoto cosmico dello spazio. È ad esempio il caso dei tardigradi, minuscoli invertebrati che si sono mostrati capaci di sopportare condizioni a dir poco estreme.

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Saturno fotografato dalla sonda Cassini Un'altra straordinaria immagine di Saturno catturata dalla sonda Cassini, che mostra chiaramente il celebre vortice esagonale in corrispondenza del Polo Nord del pianeta.  NASA/JPL-Caltech/Space Science

Per quanto Cassini stia viaggiando da 20 anni, per quanto le sue possibilità di avere a bordo qualche forma di vita di questo tipo siano scarse e per quanto le probabilità che sia sopravvissuta fino ad ora sono decisamente scarse, questa è comunque una possibilità. O, per vederla in un altro modo, un rischio che gli enti scientifici coinvolti non si sentono di correre.

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"Non possiamo rischiare un contatto accidentale con questo corpo celeste incontaminato", ha spiegato nei giorni scorsi Earl Maize, ingegnere del Jet Propulsion Laboratory, ossia la divisione NASA che gestisce la missione. "Cassini deve essere messa via in modo sicuro. E dal momento che volevamo restare su Saturno, l'unica scelta era quella di distruggerla in un modo controllato".

Ad ogni modo, l'estremo sacrificio di Cassini non si limiterà a preservare delle possibili forme di vita, ma consentirà anche di avere dati assolutamente inediti sulla composizione dell'atmosfera e degli anelli, sulla velocità di rotazione del pianeta e sul suo nucleo. Inoltre, la sonda potrà finalmente avere da vicino le aurore e l'iconica tempesta esagonale che caratterizzano il polo nord di Saturno. Sarà davvero un "gran finale" per una delle più riuscite missioni di esplorazione del Sistema Solare di sempre.

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