Il "Muslim ban" di Trump non è di Trump e non è contro i musulmani: cosa dice davvero l'ordine presidenziale

Donna america
Una donna indossa la bandiera americana come se fosse un hijab nel corso di una manifestazione di protesta contro il "Muslim ban" firmato dal Presidente Donald Trump. New York, USA, 29 gennaio 2017. REUTERS/Stephanie Keith

Il “Muslim Ban”, come è stato ribattezzato il decreto firmato dal neo-Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che impedirebbe a tutti i musulmani del mondo di entrare negli Stati Uniti legalmente, non è esattamente ciò che ci viene descritto. Certo, è una misura liberticida, preoccupante sotto molti punti di vista, ma affermare che “i cittadini provenienti da Paesi islamici” non saranno più ammessi negli Stati Uniti è falso.

L'ordine presidenziale infatti riguarda i cittadini provenienti da Somalia, Sudan, Iran, Iraq, Siria, Yemen e Libia: “Così proteggeremo l'America da un nuovo 11 settembre […] da terroristi islamici radicali” ha dichiarato Trump spiegando il provvedimento. È falso, anche questo: Mohamed Atta, a capo del commando suicida che ha dirottato il volo American Airlines 11 facendolo schiantare sulla Torre Nord del World Trade Center, era nato a Kafr el-Sheikh, in Egitto. E, come Atta, nessuno dei dirottatori dell'11 settembre era nato in un paese presente nella black-list di Donald Trump: furono 15 sauditi, 2 emiratini, 1 libanese e 1 egiziano a dirottare i quattro voli di linea in quel tragico giorno. È la storia della sua stessa città, del suo stesso Paese, a sbugiardare il neo-Presidente. Negli ultimi 40 anni, secondo il Cato Institute, sono 3.024 le persone uccise in attentati stranieri su suolo americano: il 98,6 per cento di questi sono morti l'11 settembre 2001. In 40 anni nessun cittadino somalo, sudanese, iraniano, iracheno, siriano, yemenita o libico si è macchiato di gesti attentatori in America.

Nonostante tutto però venerdì 27 gennaio Donald Trump ha firmato un ordine che “sospende temporaneamente” - per almeno 90 giorni - l'ingresso dei cittadini di quei Paesi negli Stati Uniti; quell'ordine comprende anche la sospensione per 120 giorni del programma di accoglienza profughi, un programma che ha portato negli ultimi 3 anni appena 300 persone ad ottenere asilo in America. La "grande" solidarietà di Obama.

Come mai Trump ha lasciato fuori dalla sua personalissima black-list paesi come l'Egitto, la Turchia (pochi giorni fa il Dipartimento di Stato ha emesso un avvertimento di viaggio per i cittadini americani nel Paese), l'Arabia Saudita (15 dei 19 dirottatori dell'11 settembre erano appunto sauditi), il Pakistan e gli Emirati Arabi Uniti? “I sette paesi indicati nell'ordine esecutivo sono gli stessi precedentemente identificati dall'amministrazione Obama come ricettacoli del terrore. Per esser chiari: non si tratta di un 'Muslim ban', come riportano falsamente i media” ha scritto Trump sulla sua pagina Facebook per spiegare la decisione. Vero: la selezione era stata fatta durante la precedente amministrazione, quella che in campagna elettorale veniva insultata per aver “fatto del male all'America”.

È un approccio curioso quello di Trump alla sicurezza nazionale: la strage californiana di San Bernardino del 2 dicembre 2015 (14 morti di cui 10 statunitensi, ma c'era anche un iraniano) è stata portata a termine da Syed Rizwan Farook e da sua moglie Tashfeen Malik, il primo di origine pakistana e la seconda cresciuta in Arabia Saudita. La strage al Pulse di Orlando, 49 morti, è stata eseguita da Omar Mateen, nato a New York da padre afghano. La strage della Maratona di Boston fu orchestrata dai fratelli ceceni Tsarnaev, cittadini russi. Alla luce di ciò, perché non inserire ad esempio l'Afghanistan, dove la violenza e gli attentati crescono esponenzialmente di giorno in giorno anche contro le truppe americane, nella black-list?

Di contro invece, sottolinea Bloomberg, balzano all'occhio i campi da golf costruiti da Trump negli Emirati Arabi Uniti, le due torri residenziali superlusso edificate da Trump in Turchia, gli interessi commerciali in Egitto (due aziende), in Indonesia, in Arabia Saudita (otto compagnie alberghiere registrate solo nell'anno 2015) del gruppo industriale che fa capo alla famiglia Trump. Possibile che nella black-list non ci sia l'Arabia Saudita, terra del fu Bin Laden dove la giustizia si amministra con la scimitarra, nazione che è stata una dei partner del gruppo Stato Islamico?

“Il fatto che molti americani abbiano interessi commerciali in paesi come l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia è un motivo (con le alleanze militari e politiche) per cui questi paesi non vengono inclusi tra quelli con restrizioni di viaggio” ha commentato David Smith, professore al Centro Studi Americano dell'Università di Sidney, citato da News.au. Insomma, che nessuno tocchi i ricchi alleati di Washington e chi se ne frega se da questi alleati non sia mai arrivata una singola garanzia circa il diritto, la sicurezza e la repressione dei focolai di violenza di matrice islamista. Nella sua realpolitik, Trump sembra aver fatto molto bene i conti ed ha offerto agli americani un provvedimento razzista - bisogna comunque sottolineare che la paternità è comunque nella precedente amministrazione - dopo un'attenta analisi costi-benefici: i paesi presenti nella black-list di Trump rappresentano un costo economico per gli USA molto piccolo, decisamente accettabile, mentre i grandi partner sono rimasti intoccati dall'ordine di Washington.

Il 10 gennaio Dylann Storm Roof è stato condannato a morte: è un ragazzo di nemmeno 23 anni, bianco, nato in Carolina del Sud da padre carpentiere e madre barista. Il 17 giugno 2015 è entrato nella Chiesa episcopale metodista africana di Charleston e, durante una preghiera, si è messo a sparare all'impazzata: 9 morti, tra cui il pastore e membro del Senato della Carolina del Sud Clementa Carlos Pinckney. Sono gli americani bianchi ad aver causato il maggior numero di morti americani, non i musulmani.

Quello che sta facendo Trump è esattamente quello che faceva in campagna elettorale: annunci che colpiscono molto bene allo stomaco dell'elettorato, poco importa sia a favore o contro di lui. Attinge a piene mani dalla paura, consolida la propria immagine e il consenso attorno a sé, ma di politica fino ad oggi ce n'è stata molto poca: il tristemente, ed erroneamente, noto “Muslim ban” non è nient'altro che una diversa campagna di marketing per qualcosa di già deciso precedentemente.

Ciò non significa in alcun modo che Trump è più onesto di Obama, al contrario: le motivazioni addotte e i documenti allegati all'ordine presidenziale sono tutte di matrice politica. C'è, insomma, ben poca realtà e molta propaganda: è forse la preparazione del terreno per qualcosa di più clamoroso?