Il peggiore segnale dei primi mesi di amministrazione Trump: le crepe nel sistema dei petrodollari

Petrolio piattaforma
Piattaforme petrolifere Wikimedia Commons/Genghiskhanviet

Per chi opera o investe nelle materie prime, e in particolare nel mercato del petrolio, conoscerà bene la teoria secondo cui c’è una forte correlazione tra il dollaro statunitense e la materia prima nera. La tesi di base è che quando il dollaro statunitense sale il prezzo del petrolio tende a diminuire: dato che il petrolio è quotato in dollari USA se il biglietto verde si apprezza sarà possibile con la stessa quantità di denaro acquistare una maggiore quantità di petrolio, creando quindi pressioni ribassiste.   

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Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un convinto crollo del petrolio e parallelamente c’è stato un sensibile apprezzamento del dollaro USA, un movimento che quindi va a favore di questa tesi. Tuttavia, chi si immette nel mercato, del petrolio o del dollaro USA, pensando di trarre spunti di investimento solo tenendo in mente questa variabile rischia di rimanere con il cerino in mano. Abbiamo visto infatti come nelle ultime settimane i venti ribassisti siano tornati a soffiare forti sul petrolio, che si è riportato nuovamente sotto i 50 dollari al barile (sia il Brent che il WTI) nonostante la debolezza del dollaro nei confronti delle principali valute.

Allo stato attuale, a muovere i prezzi del petrolio sembrano essere ragioni prettamente di mercato e la correlazione inversa con il dollaro USA appare trascurabile: i dati degli ultimi mesi indicano che le scorte di petrolio sono in aumento negli USA e l’offerta a livello globale continua a rimanere decisamente alta. Inoltre, nel corso dell’ultima riunione OPEC non sono arrivati segnali incoraggianti che abbiano potuto far pensare a un’ulteriore stretta alla produzione (cosa che avrebbe permesso ai prezzi del petrolio di riprendere fiato). Anche quando la discesa del petrolio è stata ripida, tra il 2014 e il 2016, le cause sono da ricercarsi principalmente in squilibri della domanda e dell’offerta sul mercato piuttosto che nella correlazione con il dollaro USA.

Il legame tra la valuta statunitense e petrolio non è dunque così assoluto e diretto come si vorrebbe far credere (specie nel breve periodo). Il perché è in parte spiegato da Brian Noble in un articolo apparso recentemente su Oilprice: Noble fa notare, partendo dai dati forniti da Platts, che dei circa 9 milioni di barili di petrolio prodotti negli Stati Uniti (tra scisto e greggio) solo una piccola parte viene esportata in altri paesi e dunque risente delle fluttuazioni del mercato valutario.

Quella di Noble rimane ad ogni modo una semplificazione un po’ eccessiva e superficiale, che non tiene conto della complessità degli scambi che caratterizza questo mercato al di fuori del continente statunitense, ignorando quindi che la maggior parte dei paesi continua ad avere il dollaro statunitense come valuta di riferimento per vendere o acquistare petrolio: nel sistema dei petrodollari si iniziano a intravedere delle crepe ma al momento ancora non possiamo dire con sicurezza che si sta avviando verso la fine, in quanto molti paesi OPEC non saprebbero bene come divincolarsi. Paesi come l’Arabia Saudita hanno infatti bisogno di garantire una certa stabilità nei tassi di cambio per poter vendere il petrolio (le nazioni clienti preferiscono non essere esposte a indesiderati rischi dovuti alla volatilità valutaria), e questo significa che le politiche monetarie dei paesi arabi produttori di petrolio sono molto rigide e risentono fortemente di quella imposta negli Stati Uniti dalla Fed.

Tuttavia, ai segnali di ripresa economica degli Stati Uniti si sommano le promesse espansionistiche di Trump, che stanno quindi contribuendo ad accelerare il programma di rialzo dei tassi nel paese e quindi le pressioni ribassiste sul petrolio. Potremmo in qualche modo affermare che le mosse di Trump e della Fed rischiano di destabilizzare ulteriormente i paesi produttori arabi e l’area Mediorientale (torneremo nelle prossime settimane sull’argomento perché merita di essere approfondito), con il sistema dei petrodollari che sembra fare sempre più fatica a rimanere in piedi: i prezzi puntano al ribasso e la politica monetaria USA non sembra lasciare molto spazio ai paesi produttori OPEC. Una situazione quindi che dovrebbe spingere questi paesi ad aumentare ogni tipo di sforzo per cercare di svincolarsi dal sistema dei petrodollari.

WTI e euro-dollaro Andamento del petrolio WTI e euro-dollaro a confronto.  IBTimes Italia / XTB

Ad ogni modo, se andiamo a mettere a confronto il grafico del WTI con quello del cambio euro-dollaro vediamo come la correlazione inversa che lega questi mercati non è per nulla trascurabile. Come possiamo vedere dal timeframe giornaliero, la rottura di questo legame è avvenuta a seguito delle elezioni statunitensi e quindi con l’incoronazione di Trump a 45-esimo presidente degli Stati Uniti. Si tratta di una divergenza forte e molto rara, e di fatto è un campanello di allarme a cui finora nessuno ha prestato orecchio ma che faremmo invece bene a monitorare come si deve.

Segnali di ribasso dall’analisi tecnica

WTI, 26 marzo Andamento del petrolio WTI sul grafico giornaliero aggiornato al 26 marzo  IBTimes Italia / XTB

Il 2017 non sembra proprio che riuscirà a dare a chi investe nel petrolio gli stessi rendimenti che hanno caratterizzato l’anno precedente. Quello che sarebbe potuto essere un tentativo di rialzo leggermente prolungato si è rivelato essere un rimbalzo fisiologico arrivato dopo due anni di pesanti ribassi. Sul grafico giornaliero del WTI abbiamo evidenziato la rottura della trendline rialzista disegnata a partire dai minimi di febbraio 2016: è un segnale che ci dice che questo trend si è ormai esaurito e il mercato sta tornando ribassista. I prossimi test attesi sono sui minimi di novembre e ottobre 2016, rispettivamente a 45 e 42 dollari, attenzione però a un probabile pullback sulla rottura dei minimi di gennaio, poco sopra i 50 dollari al barile.