Il petrolio continuerà a salire ancora nel 2017?

Il petrolio nel corso del 2016 ha fatto segnare una performance tutto sommato positiva, nonostante le tante incertezze che costellano un mercato dove l’offerta rimane ancora abbondante e dopo aver toccato a febbraio minimi che non si vedevano da 13 anni (il WTI ha toccato quasi i 27 dollari al barile).

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Il petrolio (WTI) è risalito poi nel giro di 4 mesi di circa il 50 per cento, fino a toccare i massimi registrati ad ottobre 2015. Dai massimi di giugno siamo poi entrati in un canale laterale, compreso tra i 40 e i 50 dollari al barile, con una tendenza al rialzo. Questo lo possiamo vedere sul grafico giornaliero con la presenza dei minimi crescenti e dove si nota la formazione di un triangolo ascendente. Il movimento che si sta configurando è dunque coerente con quello da noi evidenziato nei primi mesi del 2016, quando facevamo notare che ci sarebbe stato spazio per un discreto movimento rialzista.

Il saliscendi dei prezzi petroliferi è stato favorito dagli scontri tra i principali paesi produttori, divisi tra coloro che erano favorevoli ad un taglio della produzione - Arabia Saudita e Russia in testa - e quelli che invece non avevano intenzione di rivedere i propri livelli di offerta - Iran in prima fila. La volontà da parte di molti paesi, compresi quelli del cartello dell’OPEC, di voler tagliare i livelli di output è favorita dallo sbilanciamento che hanno queste economie nei confronti delle entrate petrolifere: la quasi totalità dei paesi OPEC ha una dipendenza petrolifera che raggiunge punte del 90 per cento delle entrate statali (come è il caso dell’Arabia Saudita) e oltre il 50 per cento del bilancio del paese.

La crisi del petrolio, con i prezzi che sono crollati dai massimi toccati a luglio 2014 intorno ai 120 dollari al barile (non molto distante dai massimi assoluti toccati nel 2008 a circa 140 dollari al barile), ha fatto molto male a quei paesi che hanno un’economia poco diversificata e poco dinamica, acuendo problemi che in molti casi sono di carattere strutturale e organizzativo. Pensiamo al Venezuela, che è tutt’ora alle prese con una crisi che l’ha portata a diventare una delle peggiori economie del mondo, o ai tanti paesi OPEC dell’Africa che ancora non riescono a costruire alternative alle aziende petrolifere. Anche l’economia russa ha subito un brutto contraccolpo, con Mosca che ha dovuto gestire anche le sanzioni occidentali introdotte a seguito dell’annessione della Crimea. Questi Paesi iniziano a cercare piani per diversificare l’economia in modo da essere meno dipendenti dal petrolio: la Russia nel 2014 ha varato un piano (con la Legge Federale n. 488) che dovrebbe rendere il paese meno dipendente dalle entrate energetiche, ma finora i risultati sono stati modesti; l’Arabia Saudita quest’estate ha presentato Vision 2030, un piano ambizioso di lungo periodo che dovrebbe portare Riyad a essere meno dipendente dalle entrate petrolifere.

I problemi economici comuni hanno spinto alcuni paesi a mettere da parte alcune divergenze (vedi Russia e Arabia Saudita) per conseguire l’obiettivo comune: abbassare i livelli di produzione in modo da rilanciare, seppur modestamente, i prezzi del petrolio e dare un po’ di sollievo alle proprie economie. Si è arrivato dunque a fine novembre 2016 con l’annuncio ufficiale da parte dell’OPEC di un taglio alla produzione dell’ordine di circa 1,2 milioni barili al giorno, abbassando la produzione totale a 32,5 milioni di barili al giorno. Questo ha aiutato a riportare i prezzi del petrolio sui massimi di ottobre 2015, e nel breve periodo possiamo attenderci che i prezzi possano continuare a salire.

Nei primi mesi del 2017 siamo favorevoli a pensare che i prezzi petroliferi possano rimanere nella forchetta 50-60 dollari al barile. La visione più ottimistica vede il WTI portarsi anche sopra i massimi di giugno (60 dollari al barile) e andare ad aggredire i 70 dollari al barile. Oltre questo livello è altamente improbabile che i prezzi possano salire ulteriormente, poiché le forze di mercato entrerebbero in gioco per rispedire rapidamente i prezzi sotto i 50 dollari al barile: le trivellazioni di scisto tornerebbero convenienti e il mercato verrebbe nuovamente inondato dal petrolio di scisto statunitense. È inoltre improbabile assistere ad un declino importante dell’offerta da parte dei più importanti attori alla produzione: tra diversi paesi ci sono divisioni storiche troppo alte e l’incentivo a rompere l’accordo sarebbe troppo elevato.

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Dal punto di vista puramente tecnico, possiamo notare sul grafico settimanale la formazione di un testa e spalla invertito. La conferma di questa figura ci dovrebbe portare prima a testare i massimi di giugno 2015 e poi a chiudere il pullback sui minimi di novembre 2012. Qui saremmo intorno agli 85 dollari per azione, che è un livello molto ottimistico considerando le dinamiche di mercato attuali (ma non impossibile da raggiungere).

Ci attendiamo dunque che i prezzi rimangano all’interno di questi livelli per un periodo di tempo non troppo lungo e nella seconda parte del 2017 potremmo assistere ad una ripresa delle forze ribassiste. Quando esattamente il ribasso avverrà, con quale intensità e con quale durata dipende ovviamente dalle dinamiche dell’offerta e della domanda (il picco dovrebbe essere raggiunto nel 2040, secondo gli ultimi rapporti dell’Agenzia internazionale dell’energia), dagli investimenti nel settore, e dalla situazione geopolitica. Aggiorneremo quindi la situazione nel corso dell’anno per definire più nel dettaglio la traiettoria, come abbiamo fatto con successo per tutto il 2016.