Il petrolio crolla, ma all'Arabia Saudita va più che bene (e all'Iran no)

Salman Arabia Saudita
Salman dell'Arabia Saudita durante un Consiglio della Shura REUTERS/Bandar al-Jaloud/Saudi Royal Court/Handout

La caduta del petrolio continua a sembrare inarrestabile. Il prezzo del barile di oro nero è ormai prossimo a toccare i 30 dollari e gli analisti cominciano ad aspettarsi affondi fino a 20 dollari.

Questo crollo del prezzo rappresenta un grave problema per la maggior parte dei produttori, anche di quelli più grandi come l'Arabia Saudita, poiché il denaro che affluisce grazie alla vendita di petrolio serve a sostenere l'economia dei paesi produttori e spesso a mantenere al potere regimi autocratici.

C'è però un paese a cui vedere i prezzi del petrolio a venti dollari può fare addirittura piacere. Questo paese è l’Arabia Saudita, il quale, nonostante l'emorragia di denaro che ormai dura da più di un anno al ritmo di un centinaio di miliardi ogni dodici mesi, ha ottime ragioni per far continuare questo declino ancora per qualche anno, se dovesse essere necessario.

Si stima che la compagnia statale Aramco, che estrae il greggio saudita, abbia un prezzo di breakeven fra i 10 e 20 dollari al barile, e probabilmente sarà questa la soglia minima sotto la quale Riyad non permetterà al greggio di andare (non troppo a lungo, almeno).

Tuttavia Aramco rappresenta circa l’80% delle entrate statali della monarchia saudita, e finanzia tutte le spese di Palazzo, dai sussidi all'istruzione allo stile di vita della famiglia Saud. Si ritiene che nel complesso per andare a pareggio all'Arabia Saudita occorra un barile a 100 dollari (le stime più basse vedono il pezzo di pareggio a 86 dollari).

Perché allora i sauditi insistono nel non voler prendere provvedimenti, trincerandosi dietro un “non vogliamo perdere quota di mercato” che a 30 dollari al barile ha ben poco senso, visto che i concorrenti più agguerriti fuori dall’OPEC hanno prezzi di breakeven ben superiori? Perché anche se l'Arabia Saudita sta male, probabilmente il suo avversario regionale, ovvero l'Iran, sta anche peggio a questi livelli di prezzo, ed è questo l'obiettivo primario che l'Arabia Saudita vuole raggiungere nella sua politica di disimpegno sui prezzi del greggio.

A differenza dell'Arabia Saudita, che ha potuto vendere liberamente il proprio petrolio per decenni accumulando un cuscinetto di riserve da 700 miliardi di dollari che le permetterebbero di sopravvivere alcuni anni con prezzi del petrolio ai minimi termini, l'Iran è stata invece soggetta a sanzioni economiche che hanno impedito la libera vendita del suo petrolio.

Si ritiene che nei prossimi mesi, grazie all'accordo sul nucleare raggiunto con gli Stati Uniti e altre potenze mondiali, l'Iran potrà tornare sul mercato con prezzi che risulterebbero essere molto concorrenziali rispetto a quelli sauditi. Il prezzo di break-even per la compagnia petrolifera nazionale iraniana è probabilmente non è diverso rispetto a quello della controparte Saudita, e anzi secondo alcuni report Teheran potrebbe addirittura produrre petrolio ad un solo dollaro al barile. Tuttavia il prezzo di break even per sostenere le spese della Repubblica islamica arrivano a 130 dollari al barile, anche se con l'espansione della produzione questa cifra potrebbe abbassarsi a 70 dollari.

Il rientro dell’Iran sui mercati internazionali è un problema per l'Arabia Saudita per un motivo molto semplice: Teheran potrà utilizzare il denaro che arriverà dalla vendita aggiuntiva di petrolio per sostenere gruppi che combattono le guerre per suo conto in vari paesi del Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen passando per l'Iraq. Quel denaro, inoltre, potrebbe essere utilizzato per sostenere gli sciiti che vivono in paesi governati da sunniti, come l'Arabia Saudita appunto, e il Bahrein, dove la famiglia regnante dipende dai sauditi, come dimostrato dalla repressione delle proteste degli anni scorsi. Curiosamente, in quelle zone, ci sono anche le più grandi riserve petrolifere della penisola arabica e se i sauditi dovessero perderne il controllo sarebbero inevitabilmente dolori.

Un prezzo del petrolio ridotto ai minimi termini riduce di molto le capacità di manovra dell'Iran nel suo tentativo di affermarsi come potenza regionale in Medio Oriente e come protettore degli sciiti, ed è questa la ragione principale che spingerà la monarchia saudita a tenerli bassi il più a lungo possibile.

A riprova dell'intenzione dei Sauditi di proseguire su questa strada almeno fin quando l'Iran non accetterà di scendere a più miti consigli (ovviamente quelli dell'Arabia Saudita), ci sono alcune manovre economiche messe in essere dal governo di Riyad.

La monarchia ha infatti deciso di tagliare alcuni dei benefit di cui hanno finora goduto i propri cittadini grazie ai proventi petroliferi, a cominciare da un taglio dei sussidi al carburante per arrivare all'introduzione dell'imposta sul valore aggiunto. Grazie a questa manovra di austerità il governo dovrebbe riuscire a ridurre la propria dipendenza dal petrolio ed abbassare quindi il prezzo di break even. Finora la "dieta" ha permesso di far scendere il deficit da 100 a 80 miliardi.

Sul lato delle entrate si è invece parlato di una piccola privatizzazione del colosso statale Aramco, il cui valore, grazie alle enormi riserve petrolifere che controlla, sarebbe di migliaia di miliardi di dollari. Anche la vendita di un piccolo pezzo della proprietà, diciamo un 5%, porterebbe nelle casse dei Sauditi molte decine di miliardi di dollari, abbastanza per allungare di qualche tempo (circa un anno, a parità di emorragia finanziaria) la guerra del petrolio che sta combattendo con l'Iran.

Oltre a questo obiettivo primario, questa politica ha degli effetti “igienici” che permettono all'Arabia Saudita di ripulire il mercato a proprio favore. Sul mercato sono entrati infatti molti attori che producono petrolio in maniera convenzionale e che non sono graditi all’Arabia Saudita, come la Russia, che non solo non fa parte dell'OPEC, e che quindi non è disposta ad essere influenzata dai sauditi, ma usa quel denaro per finanziare la propria politica estera in un’area di potenziale influenza saudita, a cominciare dalla Siria, dove Mosca è intervenuta militarmente a sostegno dei rivali sciiti guidati da Bashar al Assad.

In secondo luogo i bassi prezzi del petrolio creano problemi a chi vuole produrre greggio in maniera non convenzionale, come gli Stati Uniti, che sono stati protagonisti negli ultimi anni di una politica di disimpegno in Medio Oriente che ha lasciato con l'amaro in bocca gli storici alleati sauditi. 

Nonostante vi siano stati forti miglioramenti nella produzione da parte dei produttori di shale oil che hanno abbassato il prezzo di breakeven intorno ai 50 dollari, il crollo del prezzo ha portato non pochi problemi alle imprese che vi avevano investito e alle banche che avevano finanziato. Il collasso di questi produttori permetterebbe, in futuro, di lanciare avvertimenti a chi volesse rilanciarsi in questa avventura quando i sauditi lasceranno che il petrolio ritorni ai suoi valori "classici"

Infine i bassi prezzi del petrolio rendono sempre meno convenienti gli investimenti in efficienza energetica e in mobilità sostenibile. Perché sprecare denaro in una vettura pulita come un'automobile elettrica se è possibile acquistare un'auto più economica e con un prezzo del carburante molto basso? Per quanto le vetture alternative troveranno probabilmente molto spazio nel lungo periodo, nel breve periodo la politica dei sauditi creerà problemi a chi investe e produce queste tecnologie alternative, spostando più avanti nel tempo la rivoluzione dell'elettrico, e di conseguenza allungando il dominio dei sauditi sul mercato dell'energia.

In conclusione, c’è poco da stupirsi se, nonostante i Paesi produttori stiano sanguinando copiosamente, il prezzo del petrolio continua ad affondare: all’Arabia Saudita questa situazione va più che bene, e finché la questione mediorientale non si sarà stabilizzata (in un modo o nell’altro) i prezzi del petrolio difficilmente torneranno sui picchi a cui eravamo abituati.