Il piano di Trump per distruggere Daesh (che ricorda in parte quello di Obama)

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Il 45° Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: sua madre era scozzese, i suoi nonni paterni erano tedeschi REUTERS/Jonathan Ernst
  • Ricostruzione di Mosul, nodo Siria e Libia: le tre criticità da affrontare secondo il piano anti-Isis di Trump;
  • Siria, Russia e Iran non saranno al vertice della coalizione a Washington ma Tillerson andrà da Putin snobbando la NATO.

Nel corso dell'intera campagna elettorale Donald Trump ha agitato lo spauracchio islamista come causa di tutti i mali del mondo, o almeno dell'America (che poi è il mondo a lui conosciuto), promettendo più volte a chi lo ha eletto un piano dettagliato per la distruzione completa dell'ISIS.

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Insediatosi alla Casa Bianca Trump ha fatto semplicemente ciò che doveva, ovvero cominciare a lavorare per fare ciò che ha detto di voler fare, e alla fine di gennaio ha firmato un memorandum presidenziale contenente l'ordine per i funzionari della difesa di stilare in 30 giorni un piano per combattere lo Stato Islamico. A febbraio il Pentagono ha informato la stampa di aver consegnato il progetto alla Casa Bianca, il contenuto del documento è ovviamente top-secret fino a nuovo ordine, ma l'amministrazione Trump ha cominciato a muoversi nell'immediato.

Il 20 marzo il primo ministro dell'Iraq Haider al-Abadi ha incontrato il Presidente Donald Trump alla Casa Bianca, una visita ufficiale per stabilire il recinto di una “cooperazione senza precedenti” tra i due Paesi proprio sul fronte Isis: mentre infuria la battaglia a Mosul ovest e mentre gli islamisti indietreggiano come mai prima in territorio iracheno, la vittoria confermano fonti militari dal nord dell'Iraq è “a portata di mano” e la riconquista è “più rapida di quanto ci aspettassimo” ha dichiarato un generale iracheno alle agenzie stampa, gli Stati Uniti si affiancano ancor di più all'Iraq e annunciano nuove partnership “a lungo termine”. Altro che il disimpegno militare tanto sbandierato da Trump.

Mercoledì 22 marzo 68 rappresentanti di altrettanti paesi facenti parte della coalizione internazionale anti-Isis messa in piedi dagli Stati Uniti all'epoca di Obama si incontreranno a Washington proprio per ascoltare la nuova strategia di Trump, il famoso progetto del Pentagono. Il nodo da sciogliere sarà sopratutto quello siriano: “liberare” l'Iraq è solo una questione di mesi ma nella vicina Siria ci si continua ad arrovellare per capire come, quando e in che modalità intervenire. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), gruppi ribelli “laici” sostenuti dagli USA, sono in forte difficoltà e lamentano perdite importanti mentre i curdi hanno lanciato l'offensiva definitiva su Raqqa solo pochi giorni fa e necessitano di quel supporto che Turchia e Russia non sembrano intenzionate a dargli. Oltre a loro ci sono l'esercito siriano, sostenuto e anzi praticamente sostituito da quello russo, e i ribelli turcofoni appoggiati dalla Turchia, tutti con un unico obiettivo dichiarato: lo Stato Islamico, da respingere oltre l'Eufrate schiacciandolo sul confine siro-iracheno nella morsa delle forze armate straniere.

“Tutti riconoscono il fatto che c'è stato un progresso significativo, sopratutto lo scorso anno. Abbiamo osservato le vittorie contro Isis su tutta la linea, in Siria come in Iraq, con le liberazioni di vaste aree tornate sotto il controllo delle autorità locali” ha dichiarato ad ABC News Mark Toner, portavoce del Dipartimento di Stato. Sarà Rex Tillerson, segretario di Stato di ritorno da un viaggio in Asia, a tenere banco nella maxi-riunione anti-Isis organizzata a Washington mercoledì 22 marzo.

Alla riunione parteciperanno, tra gli altri, i ministri degli esteri - o i loro rappresentanti - di Francia, Germania e Italia, oltre che del Regno Unito, della Turchia e di moltissimi altri paesi (praticamente tutti quelli europei, dall'Albania alla Svezia): è il primo incontro della coalizione internazionale da quando le truppe irachene hanno cominciato la campagna per la liberazione di Mosul e siccome “il terrorismo non può essere sconfitto da una sola potenza militare” (come si legge in una dichiarazione della Casa Bianca pubblicata dopo l'incontro Trump-Abadi) tanto vale ritrovarsi tutti e contarsi. Il che è certamente un'ottima cosa.

Meno buono è invece il profilo unilaterale della proposta: qui non parliamo nemmeno più di una superpotenza che offre la soluzione definitiva a tutti gli altri, qui parliamo del vertice di quella superpotenza che impone la propria soluzione a tutti i sodali, il che cambia un po' l'angolazione con la quale osservare tali manovre e sopratutto il senso della proposta stessa.

A parole Trump vuole un disimpegno dell'America nei diversi scenari di guerra sparpagliati in giro per il mondo, come anche una riduzione del sostegno economico di Washington alle Nazioni Unite e, sopratutto, alla NATO, ma nei fatti ciò che si osserva è più una scalata verso il vertice che un vero disimpegno. È come se Trump volesse rinnovare gratis la leadership americana nel mondo, anzi possibilmente risparmiando qualche miliardo di dollari per coprire le politiche protezioniste interne (come il muro al confine col Messico, che ha costi ingenti, come la caccia al clandestino, che ha costi ancora più ingenti,o come l'iper-burocratizzazione del settore della sicurezza nazionale).

Nella mega-riunione della coalizione internazionale che sarà presieduta da Tillerson uno dei temi più caldi sarà la ricostruzione di Mosul, seconda città dell'Iraq, ma anche la sicurezza in Libia, dove Isis non c'è e non c'è mai stato (certamente non come in Siria e Iraq) ma dove al-Qaeda ha trovato terreno fertile per impiantarsi e radicarsi come mai prima. Il nodo, dicevamo, resta sempre la Siria: con l'avvicinamento di Washington a Mosca infatti le carte in tavola potrebbero cambiare e la scelta americana di sostenere i ribelli SDF potrebbe essere rivista. Anche il presidente siriano Assad, nei giorni scorsi, ha detto di intravedere la possibilità di “collaborare con Trump”, un aspetto tanto importante quanto curioso dei nuovi, ma sempre fragili, equilibri in Siria.

Tuttavia, nonostante le aperture ad una cooperazione maggiore, ufficialmente le distanze restano: Siria, Russia e Iran non saranno presenti al vertice, ma ciò non ha un valore particolarmente importante se si guarda al contesto generale. Se Tillerson è addirittura disposto di saltare un impegno alla NATO per recarsi al Cremlino e stringere la mano a Putin poco importa l'assenza russa a Washington del 22 marzo. Molto poco.