Il plebiscito di Martin Schulz nell'SPD rischia di essere un boomerang

Martin Schulz
Martin Schulz, leader e candidato del Partito Socialdemocratico tedesco alle elezioni di settembre 2017, al congresso SPD. Berlino, Germania, 19 marzo 2017. REUTERS/Axel Schmidt

Domenica 19 marzo si è svolto a Berlino il congresso straordinario del Partito Socialdemocratico tedesco, l'SPD, che ha eletto Martin Schulz a capo del partito e lo ha candidato alle prossime elezioni con un plebiscitario 100 per cento dei voti dei delegati presenti, un risultato assoluto e mai visto in Germania prima d'ora.

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Si parla, come è ovvio, di “risultato storico” in un momento di difficoltà per i socialisti tedeschi e per l'SPD, un partito che ha la veneranda età di 130 anni: fratturato in tante anime spesso in conflitto tra loro e indietro, secondo i sondaggisti, nella corsa elettorale, il partito sembra avere ritrovato unità sotto l'ombrello dell'ex-Presidente del Parlamento UE, che in pochi mesi dovrà recuperare il piccolo svantaggio che lo distanzia da Angela Merkel. Ma l'SPD sembra volerlo letteralmente “lanciare” verso il cancellierato: la propulsione plebiscitaria del centesimo percentile, che perfino il Partito Comunista dei Lavoratori della Corea del Nord ha preferito evitare, oltre a stupire chi, da democratico europeo, diffida delle elezioni per acclamazione (perché di fatto di questo stiamo parlando) concede anche ampissimi margini di manovra allo stesso Schulz mettendo di fatto ogni tipo di dissenso interno non in minoranza ma letteralmente nell'oblio.

Due anni fa Sigmar Gabriel vinse le primarie con il 74,3 per cento dei voti - fino a ieri il record assoluto di preferenze - ed oggi il rischio è che si riduca di molto la dialettica interna al partito socialista tedesco, che almeno sotto il profilo delle proposte politiche e dei contenuti si appiattisce molto sulla posizione del nuovo leader.

Appena otto settimane fa l'SPD annunciò che sarebbe stato Schulz, e non Sigmar Gabriel, a sfidare la cancelliera Merkel alle elezioni: secondo i sondaggi da quel momento i socialisti hanno recuperato ben 10 punti sui cristiano-democratici avvicinandosi di molto all'obiettivo elettorale: attualmente i due grandi partiti tedeschi sono distanti di appena 1 punto percentuale (33 per cento per i cristiano-democratici e il 32 per i socialisti) ma secondo un sondaggio della Bild se Schulz riuscisse a mettere in piedi una coalizione di sinistra ampia e forte, includendo i verdi e l'estrema sinistra, guadagnerebbe altri 8 punti e la partita girerebbe a suo favore.

Solo pochi mesi fa l'SPD sembrava al tappeto, in preda ad una crisi politica anche questa senza precedenti (è un periodo di grandi “senza precedenti” in Germania, ma la verità è che la storia si ripete sempre e questo gli uomini tendono a dimenticarlo): sondaggi ai minimi storici che davano il partito al 20 per cento e un'emorragia di elettori familiare anche a molte altre realtà politiche del vecchio continente sembravano una condanna definitiva per i socialisti tedeschi ma Schulz, con toni combattivi ed orgogliosi, una narrazione politica molto emotiva e chiare posizioni anti-trumpismo ha risollevato le sorti della sinistra tedesca.

Ma l'incoronazione di Schulz riporta a galla una vecchia questione della sinistra europea: la questione liberale, una questione che in Italia non è stata mai nemmeno lontanamente messa sul piatto né a sinistra né a destra, che rischia di far attestare l'SPD su posizioni molto polarizzate. Rendendolo forse un partito vincente, anzi è probabile, ma certamente “povero” di dialettica al suo interno: nell'Europa dei muri e del populismo spicciolo questo potrebbe essere un grande problema, sopratutto nell'Europa a guida tedesca. Schulz conosce bene i meccanismi europei, è stimato a Bruxelles e Strasburgo e sembra in grado di portare sulle sue spalle il fardello SPD, ma è il modo a lasciare qualche perplessità. La sfida di Schulz ad Angela Merkel e all'ultradestra tedesca, sempre più forte e determinata, è una sfida autorevole ma che parte con presupposti deboli: il voto di ieri del congresso berlinese somigliava più alle acclamazioni di berlusconiana memoria, per citare una persona con cui Schulz ha avuto da ridire più di una volta anche pubblicamente, che alla celebrazione della democrazia interna dei socialisti tedeschi.

Vero è che negli ultimi due mesi gli iscritti al partito sono aumentati di 30.000 unità (e non perché c'era il congresso dove votare, perché il voto era riservato solo a 600 delegati), vero è che l'SPD ha recuperato 10 punti percentuali alla Merkel, vero è che la promessa “rivoluzione sociale” scalda i cuori come poche cose e altrettanto vero è che rispondere ai populismi con argomentazioni populiste, anche se con una dialettica migliore, è quanto di più efficace oggi possa fare un leader politico per se stesso, ma altrettanto vero è che i presupposti sono tutti emotivi. Insomma, la sinistra tedesca sembra voler rispondere ai populismi con un populismo “de sinistra” che poco ha a che fare con i contenuti, con i programmi e, soprattutto, con la capacità di guidare effettivamente un colosso economico come la Germania. In tal senso Martin Schulz è un prototipo di ciò che vedremo, forse, anche in Italia. 

Ciò che non viene in alcun modo considerato nella scalata plebiscitaria di Schulz ai vertici dell'SPD è l'impatto emotivo, un'onda che si ingrossa e si sgonfia con facilità e che altrettanto facilmente rischia di infrangersi sul muro della realpolitik, anche quella da campagna elettorale: la luna di miele, per i candidati emotivi, dura sempre molto poco e Schulz dovrà dimostrare di sapere ascoltare e guidare e non solo di saper proporre una narrazione di sé efficace.