Il populismo aumenterà la corruzione: Russia, Ungheria e Turchia ne sono un esempio

Salvini e Dugin
Il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini intervistato da Aleksandr Dugin negli studi di Tsargrad TV. Mosca, Russia, 19 novembre 2016. Claudio D'Amico su Facebook

Uno degli effetti collaterali provocati dal consenso sempre maggiore che riscuotono le ideologie populiste all'alba degli anni Venti (dei Duemila) sarà molto probabilmente un aumento della corruzione e della mancanza di responsabilità pubblica di corrotti e corruttori.

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Il rischio è ben esposto nel rapporto 2016 di Trasparency International sull'indice di percezione della corruzione nel mondo: scandali di alto profilo, con politici che ricoprono incarichi pubblici protagonisti di indagini circa l'appropriazione di fondi pubblici e la corruzione, che quotidianamente affollano le cronache politiche dei giornali (nazionali ma non solo), minano infatti alla base le fondamenta della fiducia popolare nei propri rappresentanti. “Accountability insufficienti generano una percezione di quasi-impunità delle élite politiche” hanno spiegato Conny Abel, Svetlana Savitskaya e Valentina Rigamonti alla presentazione del rapporto di Trasparency International il 24 gennaio scorso.

Con l'assunzione del populismo nell'Olimpo della politica internazionale il rischio di corruzione, vera e percepita, aumenta esponenzialmente e basta dare un'occhiata sommaria a quei paesi additati ad esempio da chi esprime politiche e idee populiste (su tutte la nuova El Dorado è evidentemente la Russia di Vladimir Putin) per rendersi conto come il cancro della corruzione, al loro interno, abbia già divorato ampie fette di welfare pubblico: la forma estremamente verticale dell'oligarchia russa ha fattezze anche crudeli e spietate, basti pensare alla morìa di oppositori politici, attivisti, denuncianti, ma sa essere piacevolmente dolce e sensuale quando accarezza la pancia del popolo. Una sensualità che va oltre i confini russi, tracimando in Europa e persino oltreoceano: nella notte italiana tra il 7 e l'8 marzo le agenzie americane hanno cominciato a battere la notizia circa le presunte bugie di Donald Trump, che avrebbe mentito pubblicamente negando un suo personale incontro con l'ambasciatore russo in USA durante la campagna elettorale.

In generale chi propina politiche populiste ai propri sostenitori punta il dito contro la corruzione come uno dei cancri principali della “classe politica” di ieri e di oggi: parole che hanno un peso, sopratutto in un panorama politico nel quale la disillusione verso la democrazia rappresentativa e le promesse della politica è assoluta nei cuori dell'elettorato, ma alle quali non seguono quasi mai dei fatti concreti. Uno dei denominatori comuni dei partiti populisti di mezza Europa, dalla Lega Nord a (soprattutto) il M5s in Italia, il Front National in Francia, Alternative für Deutschland in Germania, è la promessa di “abbattere il sistema corrotto” e “rompere il ciclo della corruzione e dei privilegi della casta politica”: non possiamo in alcun modo tirare le somme su come gli esponenti di questi partiti governano o governeranno, possiamo farlo solo localmente, ma possiamo però osservare come gli amici di questi partiti politici governano, cosa fanno e se è vero che la corruzione è diminuita con l'elezione dei partiti populisti.

In Ungheria, ad esempio, l'indice di percezione della corruzione elaborato da Trasparency International mostra un sensibile peggioramento negli ultimi anni, coincidente più o meno con la scalata al potere di Fidesz; il partito del presidente Orban è sì populista, conservatore e cristiano ma è anche parte del Partito Popolare Europeo, lo stesso di Angela Merkel per capirci, mentre la Lega Nord si colloca più a destra, tra le fila del Movimento per un'Europa delle Nazioni e delle Libertà in compagnia di Front National, Partito delle Libertà austriaco e i belgi di Interesse fiammingo. In Turchia gli ultimi anni di politica nazionale sono stati caratterizzati da un'ascesa verticale di Erdogan, che ha accentrato molti poteri a se e creato un'oligarchia di fatto spietata e crudele tanto quanto quella in Russia: anche in Turchia l'indice di percezione della corruzione è salito molto negli ultimi anni.

Quello della corruzione, in oligarchie populiste e spietate come ad esempio la Russia, è un problema enorme tanto quanto lo è in economie in crisi come quella del Venezuela (Caracas è molto amica di Mosca). Se da un lato la corruzione è uno dei reati più antipatici e meno accettabili da parte delle persone comuni, nelle oligarchie la corruzione sembra essere la linfa vitale per la sopravvivenza del sistema e dello status quo.

In Russia ad esempio, facendo il gioco di “chi è chi” gli anelli che è possibile mettere in fila formano una catena molto pesante: il nemico numero uno di Vladimir Putin, il vertice della piramide dell'oligarchia russa, sul piano internazionale è il miliardario ungherese George Soros, che è fondatore di Open Society Foundation, un nome preso in prestito da un'opera in due volumi di Karl Popper. Dal 1984 Open Society drena milioni di dollari per il finanziamento di movimenti di opposizione alle autocrazie e alle oligarchie, ai media indipendenti, cominciando proprio in Ungheria. Negli anni questa attività, portata sempre avanti con trasparenza visto che i finanziamenti sono sempre stati erogati in forma pubblica, si è cronicizzata diventando il cuore di Open Society, che ha cominciato a lavorare anche in un'ottica anti-corruzione. Le donazioni di Soros hanno sempre fatto discutere, in tutto il mondo: uno dei casi più clamorosi fu nel 2002, quando fu criticato per i finanziamenti ai sostenitori del Bipartisan Campaign Reform Act, una legge mirata a vietare i contributi di "soft money" nel corso delle campagne elettorali negli Stati Uniti.

Se vogliamo rispondere alla domanda “come governerà la Lega Nord”, lo stesso vale per il Front National o per il Movimento 5 Stelle, “quando e se vincerà le elezioni?” la cronaca recente può aiutarci a fare un'ipotesi: questa settimana Matteo Salvini è volato a Mosca per “presentare il nostro programma” al partito Russia Unita di Putin ed al Ministro degli Esteri Lavrov. Oltre a porci domande sul perché Salvini debba, o voglia, presentare a Putin il proprio programma politico prima ancora che ai suoi sostenitori, all'occhio del cronista è balzato il risorgere in Italia di una polemica vecchia come il mondo (rilanciata dallo stesso Salvini su Facebook mentre era a Mosca) e che vede George Soros nel mirino di quotidiani destroidi e populisti (da Il Giornale, se parliamo di cartacei, a Imola Oggi, se parliamo di online, fino al giovane filosofo Diego Fusaro, più volte definito “l'ideologo della Lega Nord” e apprezzatissimo dal segretario Matteo Salvini).

Le accuse mosse a Soros sono sostanzialmente la cronaca delle attività di Open Society, ovvero di drenare denaro “per smontare le bufale” oppure per “finanziare oppositori in Ungheria” oppure “per riempire l'Europa di migranti” con il finanziamento di associazioni che si occupano di accoglienza, oltre che di quelle che combattono la corruzione. Una linea editoriale, e politica, folle e diffamatoria, pericolosa: se è vero, e lo è, che il fine si prefigura con i mezzi usati per perseguirlo, e mai li giustifica, allora la macchina mossa contro Soros è parte di quelle che saranno le politiche dei populisti nostrani, siano leghisti o pentastellati. O lepenisti.

In realtà però il problema non è di chi spaccia politiche populiste come palline di speeedball al proprio elettorato: “La società aperta è in crisi e varie forme di società chiusa – dalle dittature fasciste agli stati mafiosi – sono in aumento. Questo perché i leader eletti non sono riusciti a soddisfare le legittime aspettative e le aspirazioni degli elettori” ha dichiarato di recente proprio George Soros. Il problema non è di chi fa ma di chi disfa e di chi non fa: la socialdemocrazia europea, il partito popolare europeo, i liberali europei hanno tutti, allo stesso modo, grandi responsabilità nell'ascesa dei populismi.