Il Venezuela compra petrolio dagli USA: la fine economica del socialismo chavista

Maduro e Chavez
Il Presidente Nicolas Maduro mostra un libro che in copertina ritrae il volto dell'ex-Presidente Hugo Chavez durante una conferenza stampa. Porlamar, Venezuela, 18 settembre 2016. REUTERS/Marco Bello

Giovedì 22 settembre la Corte Costituzionale venezuelana ha certificato come effettivo lo stato d'emergenza economica decretato dal Presidente del Venezuela Nicolas Maduro con un decreto legge del 13 settembre scorso.

La Corte ha certificato la validità costituzionale dell'atto esecutivo del Presidente, che valutate le “circostanze straordinarie in campo sociale, politico ed economico che influenzano l'ordine costituzionale, la pace sociale, la sicurezza nazionale, le istituzioni pubbliche e i cittadini della Repubblica” ha emesso l'ennesimo stato d'emergenza. Una forzatura notevole, da parte del Presidente, che si era visto rigettare la legittimità dei decreti emergenziali dall'Assemblea Nazionale, il Parlamento di Caracas dove l'opposizione è maggioranza: con la sentenza di giovedì la Corte di fatto ha dichiarato incostituzionali e inefficaci tutti gli atti emanati dall'Assemblea Nazionale.

Il 20 settembre infatti il Parlamento aveva annullato, con voto di maggioranza, l'ennesimo decreto di stato d'emergenza economica scatenando le ire dei chavisti e del Presidente, che si è rivolto alla Corte Costituzionale la quale, per l'ennesima volta, ha dato ragione a Maduro: un vero e proprio “colpo di Stato costituzionale” per consentire al presidente di aggirare la volontà democratica del Parlamento e fare di testa propria. La Corte, che resta controllata proprio dai chavisti al contrario dell'Assemblea, in un comunicato stampa afferma che la decisione è stata assunta al fine di “garantire alla popolazione il pieno godimento dei propri diritti, mantenere l'ordine e consentire l'accesso alle merci, ai servizi, al cibo, ai medicinali e a tutti quegli elementi essenziali alla vita”: un chiaro pretesto per permettere ai chavisti di mantenere il controllo assoluto, visto e considerato che negli ultimi mesi il presidente ha progressivamente accentrato l'intera filiera del cibo (dalla produzione alla distribuzione) nelle mani dei militari, il vero principale gruppo di potere in Venezuela.

Oggi, venerdì 23 settembre, il confine tra Colombia e Venezuela sarà nuovamente aperto tra le 20 e la mezzanotte per consentire il transito di mezzi pesanti: è dall'11 agosto che quel confine si apre e si chiude regolarmente, dopo l'accordo raggiunto tra il presidente Maduro e il suo omologo colombiano Juan Manuel Santos per aprire in modo “ordinato, controllato e graduale” il confine tra i due Paesi, che era chiuso da anni. Un fatto, questo, che rappresenta la salvezza per molti venezuelani, che possono così andare in Colombia ad acquistare beni di prima necessità e fare ritorno a casa: secondo le autorità di Caracas sono centinaia di migliaia i venezuelani che hanno approfittato dell'apertura delle frontiere per fare la spesa dall'altra parte del confine.

L'economia continua ad avvitarsi in una spirale sempre più negativa e le misure adottate fino ad oggi poco hanno spostato, in termini migliorativi, nel complicato e critico quadro che rappresenta il Venezuela di oggi: gli impianti petroliferi del Paese lavorano sottodimensionati, gli stipendi sono stati tagliati e il Bolivar ha perso molto valore d'acquisto sul mercato, le bande armate assaltano piattaforme e strutture petrolifere per rivendere i prodotti al mercato nero e taglieggiare gli operai e il prezzo del greggio sui mercati internazionali continua ad essere troppo basso per essere anche sostenibile.

Sembra che le fondamenta economiche sulle quali Hugo Chavez ha costruito l'economia socialista bolivariana del Venezuela si stiano sgretolando con una rapidità impressionante, come se il sogno socialista si fosse infranto, distruggendosi, sul muro dell'illusione popolare. Un danno al quale, secondo quanto riporta il New York Times, si aggiunge anche la beffa: il governo venezuelano è stato costretto a rivolgersi agli Stati Uniti per chiedere aiuto.

Il declino dell'industria petrolifera della Repubblica bolivariana rappresenta la ragione principale della crisi economica: i 250 miliardi di dollari che le aziende petrolifere hanno versato allo Stato tra il 2001 e il 2015, utilizzati nell'economia socialista in programmi di sviluppo sociale, sono evaporati nella corruzione e nella pessima gestione della stessa industria del petrolio. Oggi quegli stessi programmi di sviluppo non esistono più, Caracas è la città con il più alto tasso di omicidi del mondo e la principale preoccupazione della maggior parte della popolazione è di riuscire a nutrirsi quattro volte alla settimana.

In questo quadro di devastazione economica e sociale il governo venezuelano ha sempre fatto la parte della vittima, indicando nell'opposizione e nei loro amici dei poteri forti internazionali (leggasi lo Zio Sam e il Fondo Monetario Internazionale) la figura del diavolo in Terra, intento a distruggere ciò che di meraviglioso Chavez aveva creato. Oggi emerge che i chavisti, con quel Diavolo, ci fanno affari almeno da gennaio: dall'inizio dell'anno gli Stati Uniti hanno spedito in Venezuela oltre 50.000 barili di greggio al giorno, necessario per la raffinazione del carburante da esportazione, perché il greggio venezuelano è di qualità troppo bassa e deve essere miscelato con petrolio di migliore qualità per essere messo sul mercato.

Prima dell'avvento al potere di Hugo Chavez il Venezuela, che galleggia sulle più grandi risorse di petrolio conosciute al mondo, estraeva circa 1,2 milioni di barili al giorno, diventati 2,4 milioni nel momento di massimo splendore dell'industria petrolifera socialista. Un anno fa la quota era precipitata a 350.000 barili al giorno e la situazione è ulteriormente peggiorata, tanto che i militari - cui è stato assegnato il controllo della PDVSA, la compagnia nazionale del petrolio - non hanno più fornito i dati sulle estrazioni. Inoltre PDVSA, proprio a causa della crisi, ha visto ridursi fino all'osso le proprie risorse economiche ed oggi fatica a pagare i fornitori: decine di navi cisterna battenti bandiera statunitense attendono anche due settimane prima di accedere ai porti di La Cruz, Bajo Grande o Punto Fijo.

I due terzi degli introiti petroliferi del Venezuela vengono utilizzati, oggi, per pagare i debiti con le banche e i finanziatori cinesi, e sono i lavoratori a pagarne le conseguenze: si tratta della certificazione di fatto del fallimento delle politiche chaviste, che hanno accentrato nelle mani dello Stato e dell'èlite militare tutte le risorse economiche del Paese, a discapito delle aziende private straniere e locali. Crollato il petrolio è crollato tutto ed oggi il Paese si trova in preda ai morsi della paura e della fame.