Immigrazione: il decreto Minniti-Orlando è una NON soluzione

Immigrazione, barcone
Immigrati giunti a Lampedusa. REUTERS/Antonio Parrinello

Abbiamo delle nuove norme sull’immigrazione. Il decreto Minniti-Orlando è infatti stato approvato dalla Camera, con tanto di precedente voto di fiducia posto dal Governo che ha impedito qualsiasi tipo di modifica o emendamento che avrebbero potuto cambiare alcuni tasselli di una norma che rischia di far tornare indietro l’Italia di un decennio, non risolvendo assolutamente nulla. Ma le elezioni si avvicinano e dato che il populismo dilaga, meglio strizzare l’occhio alla parte più “intransigente” dell’elettorato rischiando addirittura di andare incontro ad accuse di incostituzionalità. Ma andiamo con ordine.

SEGUICI SU FACEBOOK  E SU TWITTER

Cosa prevede la nuova legge


“Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale”. Questo il nome completo del decreto prodotto dall’accoppiata Viminale - Giustizia.

Alla base del provvedimento, in base a quanto dichiarato dal duo Minniti - Orlando, la volontà di velocizzare le procedure relative alle richieste d’asilo che stanno intasando i tribunali, aumentando parallelamente la percentuale di espulsioni di immigrati irregolari stabilite dal nostro Paese.

Riassumendo i punti cardine della legge: i Tribunali ordinari saranno dotati 26 sezioni speciali che si occuperanno di richieste d’asilo e rimpatri. I richiedenti asilo non avranno più la possibilità di avere un secondo grado di giudizio in caso di risposta negativa da parte delle nostre autorità,  ma potranno ricorrere solo in Cassazione, entro 30 giorni dal diniego. In parole povere viene creato un modello processuale ad hoc, diverso da quello valido per gli italiani, che possono contare su tutti e tre i gradi di giudizio anche per le sanzioni più lievi. Non solo, nel primo grado non ci sarà una vera e propria udienza ma un “rito camerale” senza contraddittorio. I giudici visioneranno i video del colloquio tra i richiedenti asilo e la commissione territoriale, per poi prendere una decisione. Queste ultime verranno potenziate attraverso l’assunzione di 250 persone in tutto il territorio nazionale.

I Cie (centri di espulsione ed identificazione)  escono dalla porta e rientrano dalla finestra con il nome di CPR, acronimo di Centri Permanenti per il rimpatrio. Il loro numero salirà da 4 a 20, uno per ogni Regione e avranno una capacità limitata (100 persone al massimo per uno secondo quanto preannunciato dal ministro Minniti). Vengono creati i cosiddetti “punti di crisi”, all’interno dei quali si procederà alla rilevazione delle impronte digitali e alla raccolta di foto segnaletiche degli immigrati irregolari.

Nel caso in cui qualcuno se lo stesse chiedendo, l’inutile e costoso reato di immigrazione clandestina, rimane esattamente dove sta. L’abolizione preventivata non viene nemmeno nominata.

Passiamo poi al “capitolo lavoro”: i richiedenti asilo avranno la possibilità di lavorare all’interno delle comunità che li ospitano. Volontariamente e rigorosamente a titolo gratuito, così si evita di prestare il fianco alla Lega Nord e ai suoi improbabili calcoli su “quanto ci costano gli immigrati”.

Cosa risolve questo decreto?


Nulla sembra essere la risposta. Non viene intaccata la Bossi - Fini, nonostante sia palese che non abbia funzionato, non si spinge sull’integrazione, non si propongono misure che possano sollecitare la vera accoglienza come i visti di lavoro la regolarizzazione di chi già lavora nel nostro Paese,ma al contrario si introduce una giustizia etnica che, non solo rischia di non avere tangibili sui Tribunali, dato che velocizzare le procedure è solo una parte del problema, ma potrebbe addirittura essere tacciata di incostituzionalità.

Il motivo è presto detto: semplificazione non può essere sinonimo di minori garanzie, ma soprattutto la Costituzione Italiana e la Convenzione europea sui diritti dell’uomo prevedono il diritto ad un giusto processo, il diritto di difesa e quello al contraddittorio, tre prerogative che, secondo molti giuristi, questo decreto violerebbe con una nonchalance invidiabile.

Non solo, i CIE, gli stessi centri che nel passato non hanno funzionato e nei quali, secondo molte associazioni, sarebbero state compiute anche violazioni dei diritti umani, vengono riproposti e potenziati con un altro nome (CPR: centri permanenti di rimpatrio) alimentando l’illusione di garantire una maggiore sicurezza attraverso un sistema che ha già dimostrato di non funzionare.

Una non risposta che però viene spacciata come una soluzione, come una presa di posizione del nostro Governo dopo anni di malagestione. Vero o no non importa, dopotutto siamo sempre in campagna elettorale.