Immigrazione: il modello israeliano di rimpatri e reinsediamenti produce solo disperazione

Israele ha dislocato in Uganda e Ruanda circa 3000 migranti dal 2015
Profughi eritrei
Una protesta di profughi eritrei di fronte al Ministero della Difesa di Tel Aviv. Israele, 18 ottobre 2012. REUTERS/Nir Elias

Aiutiamoli a casa loro o riportiamoli a casa loro? Nelle numerose e diversissime ipotesi che si sparigliano sul tavolo dei tanti progetti per contrastare e gestire il fenomeno delle migrazioni una delle più citate è quella di “rispedire indietro i migranti” o quantomeno accordarsi con paesi terzi - non quello di partenza né quello di arrivo – per la deportazione dei migranti nei loro territori.

Affidando la gestione di queste persone ad altri si fa una scelta politica ed umanitaria ben precisa: l'ignavia. Uno dei casi tristemente più famosi è quello dell'Australia, che attua un sistema di respingimenti in mare deportando i migranti su isole come Nauru, ovverosia in territorio non australiano. Un altro caso pilota che mostra ben più di una criticità è quello di Israele, che non è Terra Promessa unicamente per il popolo ebraico: in Israele oggi migrano sopratutto cittadini eritrei e sudanesi in cerca di aria da respirare, di minime libertà, ma questi si ritrovano spesso spediti indietro, ben più a sud del proprio Paese d'origine. Negli ultimi tre anni infatti circa 3.000 richiedenti asilo provenienti da Eritrea e Sudan sono stati “volontariamente reinsediati” a partire dall'anno 2015.

Un numero che in realtà potrebbe essere più grande e che comunque potrebbe nascondere un altro dato, riguardante coloro che sono stati reinsediati ma contro la propria volontà. È ad esempio la storia, raccontata da Al-Jazeera, di Musgun Gebar: quattro anni fa è partito dall'Eritrea ed ha attraversato, a piedi, il deserto del Sahara e l'altopiano del Sinai, prima di arrivare in Israele. Un viaggio lungo un mese durante il quale è stato vittima dei trafficanti, ha sofferto la fame, ha visto morire la metà delle persone che hanno viaggiato con lui. Privo di passaporto, Gebar è salito sul primo aereo della sua vita pochi giorni fa per affrontare il volo di 15 ore che separa Tel Aviv, capitale di Israele, da Entebbe, città aeroportuale dell'Uganda vicina alla capitale Kampala.

Gebar aveva con sé 3.500 dollari americani in banconote da 100 e un documento provvisorio, con lettera di accompagno, del governo israeliano: un lasciapassare che gli ha spalancato le porte dell'Uganda. Ad Al-Jazeera Gebar ha raccontato di essere stato detenuto nel campo di detenzione per immigrati chiamato Holot, nel cuore del deserto del Negev, nella parte meridionale dello Stato d'Israele. A un certo punto i funzionari israeliani del campo lo hanno messo davanti a tre diverse opzioni: restare lì, a tempo indeterminato, tornare in Eritrea, da dove era fuggito e dove, se sarebbe rientrato, avrebbe perso la vita, oppure accettare i 3.500 dollari messi a disposizione dal governo di Israele e lasciarsi trasferire in un paese terzo. Senza esitazione ha accettato la terza opzione, ma la vera questione è un'altra: Musgun Gebar ha veramente potuto scegliere?

La questione è molto controversa. Sabine Haddad, portavoce dell'autorità per l'immigrazione di Israele, afferma che Tel Aviv ha siglato un accordo con due paesi africani, senza tuttavia citare quali, per il trasferimento dei richiedenti asilo “indesiderati”: uno di questi sarebbe l'Uganda, come la storia di Gebar dimostra, e l'altro sarebbe il Ruanda. Entrambi i Paesi africani hanno negato alcun tipo di accordo e nessuno dei due ha offerto lo status di rifugiato alle persone che vengono trasferite da Israele. Secondo un portavoce del governo di Kampala, Ofwono Opondo, la voce di un accordo tra Israele e l'Uganda sui rifugiati e richiedenti asilo “è stata fatta circolare dai servizi segreti” di Tel Aviv. Le autorità ugandesi e ruandesi in realtà più che negare nicchiano, dicono e non dicono, e si capisce visto che la controparte offerta da Israele è golosa, la famosa offerta che non si può rifiutare, ma anche molto poco popolare: armi, addestramento militare e altri aiuti.

Una volta accettata la proposta del governo israeliano e portati da qualche altra parte i migranti, sopratutto provenienti dall'Africa orientale, si trovano in un limbo dal quale è difficile uscire, in perenne attesa di diventare un rifugiato 'legale' da qualche parte e nel frattempo, proprio in virtù di questa illegalità di forma, si trova impossibilitato a lavorare. Un problema enorme e che potrebbe ingrandirsi sempre più, se si pensa che solo dall'Eritrea ogni mese circa 5.000 persone fuggono dal regime: Israele è una delle mete più ambite, in molti credono di poter trovare delle opportunità o comunque di poter vivere una vita più semplice ma la maggior parte delle volte la loro utopia li trasferisce da un incubo all'altro, senza soluzione di continuità. Molti titoli di studio non vengono riconosciuti in Israele e medici, infermieri, insegnanti eritrei in fuga si ritrovano a pulire i pavimenti dei ristoranti di cucina shawarma di Tel Aviv o Gerusalemme: in Israele non esiste lo status di rifugiato e sono circa 42.000 i sudanesi e gli eritrei presenti in Israele come “infiltrati”.

Questa classificazione rappresenta una zona grigia di legalità e diritto, una terra di nessuno, una prigione senza sbarre e sena guardie nella quale sono costretti a decine di migliaia. Una condizione che impedisce l'accesso ai servizi pubblici, sociali e sanitari, quasi come se lo scopo ultimo fosse rendere umiliante e misera l'esistenza di queste persone: solo lo 0,7 per cento dei richiedenti eritrei e sudanesi, in totale 4 persone, ha ottenuto lo status di rifugiato da parte delle autorità israeliane. E spesso chi lo ottiene non è certo che possa averne il rinnovo.

Ufficialmente Israele assicura un processo di delocalizzazione in linea con gli accordi internazionali e con il diritto umanitario, assicurandosi che ai profughi vengano accordati tutti i diritti rilevanti, come ricevere permessi, documenti, incartamenti, ma diverse ong e avvocati per i diritti umani contestano fortemente questa narrazione delle politiche migratorie israeliane. Presso la Corte Suprema di Tel Aviv è ancora pendente un ricorso presentato circa un anno fa da una coalizione di organizzazioni e avvocati per i diritti umani contro la legittimità delle deportazioni. E nel frattempo queste continuano.

Certo, a volte la vita a Kampala può essere migliore, almeno sotto il punto di vista umano, rispetto a una vita in Israele: gli ugandesi sono mediamente più accoglienti e la comunità eritrea della capitale dell'Uganda è molto grande e compatta. Ma il lavoro, a Kampala, non piove dal cielo e anche per chi ha una formazione universitaria completa spesso è difficile, se non impossibile, trovare lavoro. E i 3.500 dollari del governo israeliano non durano per sempre. Molti ci riprovano, acquistano un documento falso e provano a entrare via aerea in Turchia e, da qui in Grecia: “Voglio essere una persona giuridica da qualche parte” è la testimonianza di Tedros Abrahe, un'ostetrica che dopo una lunga peripezia è stata dislocata in Uganda e da qui è riuscita a ripartire. Oggi vive in un campo profughi e le sue parole, ancora una volta, dimostrano quanto la strage di legalità sia una strage di popoli.