Indici di borsa: l'effetto Trump inizia a sgonfiarsi?

Toro di bronzo
Una statuetta di bronzo raffigurante un toro al Museo Americano della Finanza REUTERS/Shannon Stapleton

Il mercato azionario ha viaggiato lungo binari velocissimi in questo primo trimestre dell’anno, trainato dagli indici di Wall Street, Nasdaq su tutti, che hanno continuato ad aggiornare i massimi storici in modo costante (l’ultimo aggiornamento dei massimi storici il Nasdaq lo ha fatto registrare il 15 marzo, nel corso della riunione della Fed). Ad alimentare l’euforia rialzista degli investitori vi è il cosiddetto Trump Effect, ovvero le promesse di Trump in materia di tassazione e incentivi alla produzione. A questo dovrebbero inoltre aggiungersi le considerazioni che al momento è difficile trovare asset sicuri e con rendimenti interessanti e pertanto si è assistito ad un riadattamento dei portafogli dei grandi fondi di investimento che ha favorito l’esposizione verso l’azionario.

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Analisti e investitori sembrano divisi sulla consistenza e sulla probabile durata del rialzo: i più pessimisti enfatizzano sull’eccessiva euforia che sta caratterizzando questa fase; i più ottimisti sostengono invece che i multipli degli indici non danno ancora segnali tanto allarmistici. I primi ricordano le numerose incertezze riguardo all’amministrazione Trump, ai rischi che gravitano intorno al progetto dell’Unione Europea, alla crescita mondiale ancora troppo debole, a situazioni geopolitiche ancora molto tese (con il gelo tra Nato e Russia che rimane ancora in primo piano, assieme al dramma che si continua a vivere in Medio Oriente). A questi si stanno aggiungendo rischi bolla provenienti dal mercato tecnologico statunitense che ricorda in qualche modo quella dot com degli anni 2000, vedi il caso Snap Inc..

A supporto della tesi dei più ottimisti ci sono multipli come il p/e (price earning ratio, ovvero il rapporto tra prezzo e utile: nel caso di una compagnia quotata è calcolato come rapporto tra il prezzo di un’azione e l’utile atteso per questa azione. Livelli alti di p/e indicano solitamente delle aspettative molto positive da parte degli investitori sugli utili attesi del relativo investimento), che sono sì sopra i livelli di guardia ma rimangono ancora lontani dai valori visti con la bolla dot com o quelli raggiunti prima della più recente crisi finanziaria, quando la media del p/e sugli indici principali quotava rispettivamente a circa 40 e 100 punti. Questa perlomeno una delle teorie che sono soliti richiamare. Al momento abbiamo indici come quello del Nasdaq e dello S&P500 che hanno rispettivamente un rapporto p/e di 19,36 e di 26,74. Anche in Europa, dove la forza rialzista rimane più contenuta troviamo indici come quello del Dax che un rapporto p/e superiore a 20 punti. Di norma un p/e superiore a 15 indica che lo strumento considerato inizia a essere sopravvalutato. Parliamo comunque di un indicatore che dovrebbe essere contestualizzato allo scenario economico di riferimento, nonché alla volatilità della componente degli utili. La mancanza di ogni richiamo al ciclo economico in corso può portare ad interpretazioni del p/e totalmente fuorvianti. Ricordiamo inoltre che considerazioni simili vennero usate da alcuni investitori anche nel 2007, poco prima del tracollo dovuto alla crisi di Lehman Brothers (su wayback machine è possibile recuperare l’articolo di Bloomberg del 2007 in cui si scriveva che le azioni erano ancora un buon investimento, in quanto i profitti delle compagnie erano mediamente del 45 per cento inferiori a quelli fatti registrare durante i massimi del 2000. Sappiamo poi come andò a finire…).

Difficile quindi riuscire a dare indicazioni concrete sulla direzionalità che potremmo attenderci dal prossimo trimestre. Qualche spunto possiamo però come sempre ricavarlo dall’analisi tecnica.

Ancora nessun segnale di ritracciamento

Al momento possiamo dire che segnali di un ritracciamento veri e propri non ce ne sono molti. Per la nostra analisi prenderemo in considerazione gli indici statunitensi, che sono quelli che stanno trainando al rialzo un po’ tutti gli altri.

S&P 500, giornaliero (17 marzo) Il grafico giornaliero dell'indice S&P 500 da quando è partito il Trump rally  IBTimesIT / Ninjatrader

Sul grafico giornaliero abbiamo riportato l’andamento dell’indice S&P 500 da quando il Trump rally ha avuto inizio. A inizio anno abbiamo avuto una fase laterale con una tendenza di fondo dichiaratamente rialzista. È con la rottura dei massimi di gennaio avvenuta a febbraio che l’indice imprime un’accelerazione al rialzo molto sostenuta, facendo continuamente segnare nuovi record storici fino a toccare il picco a quota 2400 punti. Da questo livello l’indice ha effettuato un piccolo ritracciamento di 50 punti e ora sembra essere entrato in una nuova fase laterale. Quello che possiamo attenderci nel medio periodo è un ritracciamento più consistente, fino a effettuare il throwback sulla rottura dei massimi di gennaio 2016 (l’indice si dovrebbe riportare quanto meno poco sotto i 2300 punti). Parliamo comunque di un movimento che non dovrebbe in alcun modo interrompere il ciclo rialzista in corsa.

S&P 500, 60 minuti (17 marzo) In allegato il grafico dello S&P 500 su timeframe a 60 minuti.  IBTimes Italia / Ninjatrader

Andando invece sul timeframe a 60 minuti vediamo che sul grafico è possibile notare la formazione di un megafono e si potrebbe ipotizzare un andamento che porti l’indice a indebolirsi e andare a toccare la linea inferiore della figura.

Ad ogni modo, il canale laterale da prendere in considerazione è compreso tra i 2400 e 2350 punti: sopra i 2400 aumenterebbero le spinte al rialzo, con l’indice che andrebbe a puntare i 2500 punti; sotto i 2350 punti partirebbe il movimento che porterebbe l’indice a chiudere il throwback sui 2280 punti.

Da monitorare con attenzione anche l’indice Nasdaq, che attualmente ha una forza molto rialzista decisamente superiore allo S&P 500. Un indebolimento del Nasdaq ci darebbe un’indicazione importante sullo stato di forza del movimento rialzista e quindi di possibili correzioni.

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