Industria 4.0: i robot sono pronti ad invadere il mondo? La rivoluzione chiama, l'Italia risponda

Robot canada Trudeau
Justin Trudeau, primo ministro canadese, davanti a una mano robotica REUTERS/Christinne Muschi

Il 65% dei bambini che inizia ad andare a scuola in questi anni farà un lavoro che ora non esiste. E dall’altra parte molti lavori svolti oggi dai genitori non esisteranno più quando loro saranno grandi. In questa percentuale uscita dal World Economic Forum dell’anno scorso è racchiusa tutta la potenza della quarta rivoluzione industriale.

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Da qualche mese ha preso piede il dibattito sull’Industia 4.0: convegno, dibattiti, congresso, workshop e giù un diluvio di dati, tabelle, previsioni con commenti e analisi più o meno catastrofiste.

Il punto di partenza è che l’Industria 4.0 cambierà, anzi sta già cambiando, la società moderna, il modo di produrre e di lavorare. La quarta rivoluzione industriale è quella che si basa sull’automazione, sull’analisi dei dati, sulla connettività, su nuove modalità di produzione e quindi nuove figure professionali. La chiave per realizzare l’Industria 4.0 è investire in tecnologia, puntare sulla connettività e sulle strade spalancate da nuove discipline come la robotica.

Ma a livello pratico, quali saranno le conseguenze sulla società? E soprattutto: che fine faranno gli operai di oggi? Saranno sostituiti dai robot, senza vie di fuga? Economisti, sociologi, studiosi di ogni genere stanno formulando previsioni e dando risposte a queste domande. Qualcuno, tipo Bill Gates, fa anche proposte come quella di tassare i robot che andranno a sostituire gli operai, ma la rivoluzione è troppo complessa per trovare una soluzione in una risposta così semplice. L'Europa e l'Italia sono pronte?

Industria 4.0: quale sarà il saldo dell’occupazione?

È già vastissima la letteratura sulla quarta rivoluzione industriale: ci sono libri, giornali e riviste di ogni genere che raccolgono ogni giorno nuovi dati sul futuro dell’industria 4.0. In realtà, come ogni rivoluzione degna di questo nome, il suo imporsi sulla società non è facilmente prevedibile, ma è possibile partire da alcuni punti fermi.

Molti lavori oggi esistenti andranno a scomparire, mentre altre figure professionali dovranno formarsi ed entrare numerose nel mondo del lavoro. Come il capostazione con il compito di alzare e abbassare le sbarre al passaggio del treno, una realtà di decenni fa, molti lavoratori di oggi saranno sostituiti da robot o da computer che svolgeranno meglio e più in fretta quella mansione e tra pochi anno saranno figure obsolete e polverose. 

Opportunità o minaccia? Entrambe. L’aspetto certamente positivo è che molti lavori usuranti e pericolosi saranno svolti da robot e non più da uomini con molti benefici dal punto di vista dei pericoli, degli incidenti sui luoghi di lavoro, delle malattie professionali. Dall’altra parte moltissimi lavoratori si troveranno fuori dal mercato del lavoro, messi alla porta dai robot.

Ma la vera domanda è: quale sarà il saldo finale? Ed è qui che dati, analisi, e previsioni si sprecano. Secondo un’analisi dei dati del Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale 2016 (CEDEFOF), i posti nel complesso aumenteranno. Nel periodo 2015-2025 i posti di lavoro netti aumenteranno di quasi il 3% in Europa. Per quanto riguarda l’Italia, per esempio, il 34% dei posti di lavoro attuali saranno sostituiti entro il 2025 e la domanda di altre figure professionali crescerà del 4%. In totale, entro il 2025 si creeranno quasi 9,3 milioni di posti di lavoro dati dall’uscita dal mercato del lavoro (tramite per esempio prepensionamenti), dalla sostituzione e dalla creazione di nuove professioni.

Non tutte le previsioni sono così rosee. In generale per esempio secondo gli economisti dell'Oxford Martin School nei prossimi vent’anni computer e robot renderanno obsoleto il 47% dei posti di lavoro di oggi determinando una perdita di milioni di posti di lavoro. Un saldo negativo è previsto anche dall’indagine “Future Jobs” presentata al World Economic Forum nell'indagine, la prima a lanciare l’allarme sulla distruzione di posti di lavoro dell’Industria 4.0: secondo lo studio l'automatizzazione provocherà una perdita di 7,1 milioni di posti di lavoro, compensata da un guadagno di 2 milioni di nuovi posti, con un saldo negativo di circa 5 milioni.

Chi si salverà dall’Industria 4.0

Su una cosa però tutti gli studi sono concordi: a salvarsi saranno le figure ad alto valore aggiunto. La società di consulenza McKinsey sostiene che nei lavori “fisici” l’81% del tempo è speso in attività che possono essere svolte dalle macchine in modo più veloce, efficiente e meno pericoloso. Al contrario, i lavori ad alta specializzazione, come per esempio i manager, lo spazio di automazione si può ridurre al 10% del totale.

Altro elemento interessante: quando si parla di Industria 4.0 ovviamente il primo pensiero va agli operai sulla catena di montaggio sostituiti dai robot, ma molti studi sulla quarta rivoluzione industriale indicano che gli spazi per cambiare il mondo del lavoro sono molto più ampi in altri settori. Già due anni fa si prevedeva che entro il 2018 le vendite dei robot industriali sarebbero aumentate del 40% e oggi alcuni settori come quello della produzione auto è già molto automatizzato con picchi (non in Italia) del 90% delle mansioni svolte dalle macchine. La rivoluzione della tecnologia quindi potrebbe trovare terrenno fertile e più spazi di manovra nelle aziende, negli uffici. Da qui al 2020 si prevedono profondi cambiamenti nelle categorie impiegatizie, in particolare amministrazione, contabilità e finanza.

La soluzione è tassare i robot?

In questo crescente mare magnum di dati e previsioni, il fondatore di Microsoft Bill Gates lancia una proposta: “Ogni robot sostituisce un lavoratore, che, presumibilmente, ha uno stipendio di 50mila dollari l’anno, su cui versa le tasse. Questo provoca una mancata fiscalità, che va recuperata tassando il robot, le aziende che lo costruiscono e quelle che lo installano, per destinarla ai sussidi della gigantesca disoccupazione che si verrà a creare”.

La tassa sui robot sarebbe, in qualche modo, la soluzione alla crisi occupazionale provocato dall’Industria 4.0. Ma maggior efficienza e minori costi del lavoro dovrebbero significare maggiori utili per le aziende e quindi, in automatico, tasse più alte, ma anche prezzi più contenuti del prodotto finale con benefici per gli utenti. Gli utili poi potrebbero essere investiti in formazione dei dipendenti e altri investimenti in tecnologie in un circolo vizioso di maggior produttività, efficienza e creazione di valore aggiunto. Questo tutto in teoria, la pratica purtroppo la vediamo nei comportamenti dei colossi come Microsoft, Google, Amazon e Apple che portano i proventi dove la tassazione è più conveniente sottrendo miliardi di tasse ai Paesi in cui operano.

Insomma, la provocazione di Gates può essere un buon punto di partenza per riflettere su come affrontare la quarta rivoluzione industriale. L’importante è che l’Europa e l’Italia non si facciano travolgere dall’Industria 4.0 ma creino le condizioni per un positivo sviluppo delle nuove tecnologie e dell’automazione che si basa su due necessità: il rapido miglioramento della formazione professionale,  adattamento del welfare e della tassazione alle nuove istanze.