In Iran vincono moderati e riformisti che non porteranno né riforme né moderazione

Il primo turno di votazioni dà comunque in vantaggio i conservatori con 105 seggi su 290, mentre la lista pro-Rouhani si ferma a 95. Dei rimanenti 90 seggi, 69 richiederanno un secondo turno di votazioni, mentre i rimanenti 21 sono andati a indipendenti e minoranze.

Il risultato di moderati e riformisti a scapito dei conservatori più vicini alla Guida Suprema e alle Guardie della Rivoluzione potrebbe però non riportare il Paese nella meno difficile situazione precedente all’elezione di Ahmadinejad, poiché gli otto anni della presidenza di quest’ultimo hanno decisamente cambiato i rapporti di potere politico e soprattutto economico nella Repubblica islamica, creando nuovi, grossi ostacoli alle riforme a quelli che già esistevano in precedenza.

Inoltre non va dimenticato che non solo i conservatori potrebbero conservare la maggioranza parlamentare, ma bisogna pure ricordare che i moderati e i (pochi) riformisti eletti sono comunque personalità gradite al regime. Per queste ragioni un vero cambiamento politico, in Iran, appare vicino all'impossibile.

LA STRUTTURA DEL POTERE IRANIANO

Iran Delle persone camminano davanti a un manifesto che mostrano l'attuale Guida Suprema dell'Iran, Ali Khamenei (a sinistra), e il suo predecessore Ruhollah Khomeini-  REUTERS/Raheb Homavandi/TIMA

Per capire perché, nonostante il successo dei moderati e dei riformisti, ci saranno pochi cambiamenti nella Repubblica islamica sia nei confronti dell'Occidente che verso i suoi stessi cittadini è necessario capire in primo luogo come funziona il sistema costituzionale dell'Iran.

Al vertice del sistema c'è la Guida Suprema, nominata a vita (o fino a dimissioni) dall'Assemblea degli Esperti. La Guida Suprema, attualmente l'ayatollah Ali Khamenei, controlla la magistratura, le forze armate, la radio e la tv.

Se già questo non bastasse, la Guida Suprema ha anche la possibilità di nominare (ed eventualmente licenziare) i sei membri religiosi del Consiglio dei Guardiani, che funziona come Camera Alta della legislatura iraniana. Altri sei membri (giuristi) sono nominati dal capo del sistema giudiziario iraniano, il quale, però, è a sua volta selezionato dalla Guida suprema. Anche se questi ultimi sei membri devono essere confermati dal Parlamento dell'Iran, il Majlis, appare evidente che l’influenza della Guida Suprema sul Consiglio dei Guardiani sia altissima.

Uno dei poteri del Consiglio dei Guardiani è l’approvazione dei candidati al Parlamento e dei candidati all'Assemblea degli Esperti; l’altro potere principale è invece quello di veto sulle leggi approvate dal Parlamento se essi le ritengono contrarie all’Islam o alla Costituzione. I membri religiosi del Consiglio dei Guardiano possono bloccare una legge se ritengono sia contraria all’Islam anche senza l’intervento dei sei membri nominati dal sistema giudiziario.

Riassumendo: i membri del Parlamento devono essere approvati da un organo religioso che deve anche approvare ciò che i membri del Parlamento approvano (le leggi). Di conseguenza in Iran il principale strumento democratico (il Parlamento) è sottomesso alla Guida Suprema attraverso il Consiglio dei Guardiani, che ne decide la composizione e ne approva il lavoro.

Appare quindi evidente che, nonostante sia il Parlamento che l'Assemblea degli Esperti siano eletti a suffragio universale, il vero potere fa capo alla Guida Suprema attraverso il Consiglio dei Guardiani, e con il potente Corpo delle Guardie Rivoluzionarie pronto a intervenire contro ogni eterodossia.

Per tutte queste ragioni, anche se li chiamiamo riformisti o moderati, chi è ammesso ad avere un qualche peso nella politica iraniana difficilmente avrà in mente cambiamenti radicali per la società iraniana rispetto ai conservatori: le differenze principali riguardano soprattutto la politica estera, in particolare i rapporti con l’Occidente, e, in misura minore, le questioni economiche.

LA POLITICA ESTERA E L'ECONOMIA

Iran Rouhani Il presidente dell'Iran, Hassan Rouhani  REUTERS/Andrea Bonetti/Greek PM Press Office/Handout

Per quanto riguarda la politica estera, i moderati del presidente Rouhani hanno cambiato radicalmente rotta rispetto ai predecessori conservatori, preferendo arrivare ad un accordo con gli Stati Uniti sul programma nucleare in cambio della fine delle sanzioni, che hanno provocato gravi danni all'economia iraniana. Al contrario, i conservatori avrebbero preferito continuare sulla linea dura tracciata dal precedente presidente Mahmoud Ahmadinejad, linea che peraltro non sarebbe dispiaciuta all'Ayatollah Khamenei. Oltre alla volontà popolare, però, ha vinto il pragmatismo economico: all’Iran servono soldi per continuare a influenzare i Paesi vicini nella lotta per la supremazia nel Medio Oriente contro l’Arabia Saudita. Per combattere le guerre in Siria e Yemen, per foraggiare Hezbollah, gli sciiti in Iraq, in Arabia Saudita e altrove servono soldi, e per ottenerli occorreva uscire dal castigo internazionale. Più che moderato, insomma, Rouhani appare un presidente pragmatico.

La fine delle sanzioni porterà indubbi benefici all’economia iraniana, ma tali benefici, molto probabilmente, non saranno percepiti dalla popolazione, se non in maniera marginale. L’economia dell'Iran, infatti, è decisamente in mano allo Stato, ovvero al clero, all’esercito, e quindi in ultima istanza alla Guida Suprema, per cui i profitti verranno più probabilmente investiti in armi (non solo nel senso militare del termine), utili sia per reprimere istanze interne “controrivoluzionarie” sia per espandere l’influenza iraniana all’estero.

Anche tralasciando il settore petrolifero (ovviamente gestito da una società statale come avviene di solito nei petrostati), parliamo di numeri ingenti: esiste, ad esempio, un'organizzazione chiamata Setad, il cui valore stimato si aggira sui 100 miliardi di dollari (il PIL dell’Iran è di circa 370 miliardi), che è sotto il controllo diretto della Guida Suprema e sulla quale neppure il Parlamento può indagare. Essa dà alla Guida Suprema l'indipendenza economica necessaria per rimanere a capo del Paese senza rischiare di dover dipendere da una maggioranza parlamentare che potrebbe ridurre la quota del bilancio nazionale diretta alla Guida al fine di indebolirla. Se, per puro caso, il Parlamento finisse in mano ai controrivoluzionari, la Guida Suprema avrebbe comunque le risorse per rimettere le cose a posto, beninteso anche con la forza.

Ci sono poi i bonyad, ovvero delle specie di fondazioni che lavorano nei settori non petroliferi, che hanno particolari agevolazioni fiscali, ricevono sussidi dal governo, sono ovviamente in mano al clero iraniano e rispondono in ultima istanza alla Guida Suprema. I bonyad rappresenterebbero un altro quinto dell'economia dell'Iran, e i proventi delle loro attività dovrebbero finire per aiutare la lotta alla povertà nel paese. Tuttavia queste fondazioni non permettono alle autorità locali, come la Banca Centrale, di verificare in che modo quel denaro è speso. In Iran 12 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà, e si ritiene che la metà di esse non riceva aiuto da queste organizzazioni.

Iran Il comandante dei Corpi delle Guardie Rivoluzionarie dell'Iran Mohammad Ali Jafari  REUTERS/Morteza Nikoubazl

Tutto questo era parte della vita economica dell’Iran anche nel secolo scorso (la Setad e i bonyad hanno fatto fortune con i beni confiscati dopo la Rivoluzione del 1979). Un grosso cambiamento è avvenuto all’inizio di questo secolo, con il rafforzamento del potere economico del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.

Un terzo dell'economia dell'Iran è oggi nelle mani di questa branca dell’esercito iraniano (i cui membri noti anche come pasdaran), che possiedono o hanno legami con oltre un centinaio di aziende con interessi molto variegati. Essi hanno approfittato della spinta alle privatizzazioni che c’è stata negli ultimi decenni: il governo, negli anni passati, ha proposto svariate privatizzazioni, i cui criteri, però, erano così stringenti (anche a causa di grossi limiti costituzionali) che le aziende privatizzate finivano nelle mani di altre aziende controllate da organi statali o parastatali. Ad esempio, quando il governo decise di privatizzare la maggiore compagnia telefonica del paese, essa finì nelle mani di una società legata proprio ai Corpi delle Guardie Rivoluzionarie. Questo e altri affari furono compiuti soprattutto sotto la presidenza conservatrice di Ahmadinejad, con la Guida Suprema a dare la “spintarella” giusta.

In sostanza un ramo molto potente delle forze armate dell'Iran e i religiosi controllano una fetta enorme di un'economia largamente controllata in qualche modo da qualche organismo statale. Un’economia del genere può sopravvivere (fino a un certo punto) se ha una qualche risorsa che permette un flusso continuo di denaro da usare per dare ai cittadini una sensazione di maggior benessere: questa risorsa, come in Arabia, sarà il petrolio. La fine delle sanzioni e il ritorno sul mercato internazionale del petrolio di Teheran permetteranno al regime iraniano di migliorare nel breve periodo il tenore di vita dei propri cittadini, ma è molto probabile che la ciccia di questi guadagni finirà nelle mani del regime, così come fanno i vicini sauditi.

Ogni tentativo di cambiare lo status quo, per esempio liberalizzando l'economia per permettere maggiori speranze di benessere nella popolazione e per diminuire la dipendenza del Paese dal petrolio, dovrà quindi scontrarsi sia con limiti legislativi (la Costituzione vieta l’ingresso di capitale straniero in determinati settori dell’economia, mentre altri sono affidati direttamente allo Stato) sia con l'ovvia opposizione di chi controlla il grosso dell'economia, e gli sta bene così. Anche i più riformisti, probabilmente, non osano neppure sognare tali cambiamenti nel timore che i pasdaran possano prenderla a male. Potrebbero esserci passetti in avanti, ma è molto probabile che l’Iran resterà nelle mani di una ristretta cerchia di ricchissime persone che fa l’elemosina a milioni di poveri per tenerli buoni: è il copione già visto dall’altra parte del Golfo Persico, del resto.

Iran Una donna vota durante le elezioni parlamentari iraniane del 2016  REUTERS/Raheb Homavandi/TIMA

Altra questione su cui è molto improbabile vedere passi avanti è quella dei diritti umani: anche sotto la presidenza Rouhani l'Iran è rimasto il leader nella classifica delle esecuzioni capitali pro capite e, nonostante le promesse di liberazione, i leader delle proteste riformiste del 2009 (fra cui un ex primo ministro dell’Iran) sono ancora agli arresti domiciliari anche se, formalmente, non sono accusati di nulla.

La vita sociale e culturale resta sotto il controllo delle Guardie della Rivoluzione attraverso il basij (la polizia morale agli ordini dell’Ayatollah). Se, nonostante tutto, il popolo iraniano dovesse farsi un po’ troppo rumoroso, come visto negli anni scorsi, le Guardie non esiteranno a sopprimere con sangue e manette tali proteste.

Anche a livello legislativo ci sono delle reti di salvataggio contro la “controrivoluzione”: il Consiglio dei Guardiani (organo non eletto) ha continuamente bloccato leggi per i diritti delle donne, contro la tortura e in generale ha impedito ogni possibile passo verso una maggiore tutela dei diritti umani, come la ratifica di trattati per i diritti umani, per dimostrare anche con la paura che pure con i riformisti e moderati in grande spolvero sullo scacchiere internazionale a comandare sono ancora i conservatori. La cattura dei marinai statunitensi in addestramento poco dopo la fine delle sanzioni può essere letta come un “avvertimento” del fatto che l’esercito, in particolare i pasdaran, restano scettici al compromesso.

Ogni eventuale cambiamento dall'interno della politica iraniana, semmai ci sarà, arriverà molto lentamente: l'Assemblea degli Esperti eletta venerdì inizierà probabilmente le manovre per la successione di Khamenei, che ha 76 anni (ne avrà 85 quando verrà rinnovata l'Assemblea degli Esperti) e si ritiene sia indebolito da qualche malattia. Un'assemblea più spostata verso i moderati e i riformisti potrebbe propendere per una Guida Suprema più morbida oppure per l’elezione di un Consiglio Supremo che potrebbe ammorbidire il vertice del sistema istituzionale iraniano, a cominciare dalla scelta di un Consiglio dei Guardiani meno ostile verso le riforme.

Dovremmo comunque dimenticarci del fatto che Rouhani è un religioso e che le file parlamentari di questo “centro-centrosinistra” (per usare categorie occidentali) saranno piene anche di conservatori e religiosi a cui lo status quo non dispiace. Fra i moderati-riformisti, ad esempio, sono stati eletti un giudice che ha comminato centinaia di condanne a morte e un ex ministro implicato nell’omicidio di intellettuali e giornalisti.

Ma anche se questo cambiamento dovesse avvenire, sarebbe comunque necessaria la compiacenza delle Guardie della Rivoluzione, le quali, pur essendo fuori dalla politica attiva, sono indirettamente presenti in Parlamento con il partito dell'ex presidente Ahmadinejad, che registra al suo interno una forte presenza di pasdaran e loro affiliati. Le Guardie della Rivoluzione potrebbero anche accettare passi in avanti in tema di diritti umani e forse civili, ma è improbabile che accetteranno di buon grado un indebolimento del proprio potere politico, militare ed economico.

L’unica strada per le riforme dall’interno, se i moderati-riformisti vorranno seguire questo percorso, è rappresentata dall’ingrandimento della torta: Rouhani dovrebbe migliorare il reddito dell’Iran senza minacciare di ridurre quello dell’establishment, rafforzando così la parte riformista del Paese quando si tratterà di approfittare di un momento che avviene una volta nell’arco di una generazione, ovvero il cambio di Guida Suprema.

Migliorare l’economia in modo sostenibile, comunque, richiederebbe la fine dell’intervento dello Stato e delle sue diramazioni più o meno ufficiali nell’attività produttiva: questa prospettiva, per quanto remota, ha già fatto storcere il naso ai pasdaran.

Se ci sarà effettivo e diffuso miglioramento economico, se si riuscirà ad eleggere una Guida Suprema più democratica (il che è tuttavia un ossimoro), se si riuscirà ad aprire il Consiglio dei Guardiani alle riforme e se tali riforme saranno accettate dall’esercito e dai pasdaran, allora per la popolazione iraniana le cose potrebbero effettivamente cambiare. Se però dovessimo puntare un euro sul futuro degli iraniani, propendiamo per un destino simile a quello dei vicini dell’Arabia Saudita: una nobiltà religiosa straricca che sobilla contro infiniti nemici esterni (inesistenti o generati dallo stesso regime) la gran massa di iraniani che si è impoverita negli ultimi dieci anni.