Iraq: un paese psicologicamente traumatizzato dall'orrore, non stupiamoci se in questa violenza prende slancio il radicalismo islamico

Rifugiato Iraq
Un bambino iracheno nel campo profughi di Khazer, Iraq. 22 gennaio 2017. REUTERS/Muhammad Hamed

Il futuro dell'Iraq è chiuso in una stanza di un reparto psichiatrico di un ospedale, anestetizzato dai farmaci e distrutto dai propri fantasmi, dalle psicosi, dai traumi terribili che restano come cicatrici nell'anima di chi ha vissuto anni e anni di guerra e orrore.

Dall'inizio della battaglia di liberazione, lo scorso 17 ottobre, oltre 150.000 civili sono fuggiti dalla città di Mosul, nella piana di Ninive nel nord dell'Iraq, ma un altro milione resta intrappolato nell'area urbana in mezzo a violenza, trappole mortali, cecchini e insicurezza. L'assedio di Mosul, con gli incessanti colpi di arma da fuoco e di mortaio che fanno da colonna sonora da settimane a chi ancora vive in città, è l'ennesima prova che la psiche irachena deve affrontare, l'ennesimo trauma, l'ennesimo fatto che provocherà conseguenze inimmaginabili in un Paese dove la scarsità di psichiatri e psicologi è un problema che esiste da prima che lo Stato Islamico diventasse il mostro che è.

Ad oggi l'unica organizzazione con un team di specialisti che si occupano di salute mentale degli sfollati di Mosul è Medici Senza Frontiere (MSF): Elektra Noutsou è direttore delle attività per la salute mentale dell'organizzazione a Baghdad e nonostante la sua esperienza pluriennale in zone di guerra ha detto a Middle East Eye di essere rimasta scioccata di fronte alle necessità dei pazienti iracheni, di fronte la loro schiettezza. Centinaia e centinaia di persone, ogni giorno, chiedono di parlare con gli psicologi alla ricerca di un sollievo, di un aiuto ad affrontare e superare gli orrori che si portano dentro.

L'Iraq è un paese in guerra dal 20 marzo 2003 e nel quarto di secolo precedente viveva sotto una dittatura spietata, quella di Saddam Hussein dal 1979, che seguiva tre colpi di Stato: quello del partito Baath nel 1963, quello dei militari del novembre dello stesso anno e, ultimo, quello del 1968 sempre ad opera del partito Baath. Intere generazioni di iracheni hanno sempre vissuto nell'incertezza e nella violenza, subendo le angherie del potere dittatoriale e militare fino alla devastante guerra voluta da Bush e Blair, che invece di “liberare l'Iraq” lo ha precipitato nel punto più oscuro della propria storia. Il tutto in un contesto culturale in cui la malattia mentale, la psicosi e l'assistenza psicologica sono sempre state viste come debolezze o, peggio, come vergogne da nascondere, ragion per cui la scienza psichiatrica e psicologica nel paese mediorientale siano sempre state materie poco esplorate.

Oggi la situazione è identica ma il contorno, l'ambiente sociale, è più devastante e più desolante di un tempo: basti pensare che il sistema di istruzione dell'Iraq ancora oggi non offre un corso di laurea in psicologia clinica, ragion per cui gli psicologi sono tutti stranieri appartenenti per la maggior parte ad organizzazioni come MSF: secondo i dati ufficiali sono circa 80 gli psicologi al di fuori del circuito delle agenzie umanitarie, mentre gli psichiatri sono di più ma comunque oberati di lavoro.

“Oggi ci stiamo concentrando su come salvare la vita alle persone e nel fornire assistenza medico-chirurgica e cure di primo soccorso nelle aree delle operazioni militari piuttosto che concentrarci sui problemi psicologici” ha dichiarato di recente un portavoce del Ministero della Sanità iracheno, che ha ammesso l'importanza del sostegno psicologico ai civili miracolosamente sopravvissuti agli orrori dello Stato Islamico e, in generale, della guerra permanente in territorio iracheno.

È certamente un progresso importante, il fatto che il governo di Baghdad riconosca l'importanza dell'assistenza psicologica e psichiatrica, ma sicuramente c'è molto da fare: oggi questo tipo di assistenza è appannaggio delle agenzie internazionali, istituzioni internazionali come l'UNHCR cercano ogni giorno di colmare il gap facendo formazione di “primo soccorso psicologico” agli operatori umanitari inviati nelle zone più calde dell'Iraq ma anche in questo caso c'è molto da fare.

Il primo soccorso psicologico infatti non è abbastanza per fornire un aiuto effettivo a chi si trova in difficoltà: il personale ascolta, registra, consiglia e indirizza ma poi, all'atto pratico, superato questo primo filtro si va sempre a sbattere sulla carenza di personale medico specializzato e qualificato nel fornire una vera ed efficace assistenza psicologica. Ed oggi l'Iraq è un paese psicotico, traumatizzato, con una società disgregata il cui rischio è di restare avviluppata nel proprio orrore, nei propri fantasmi: si tratta del classico cane che si morde la coda, visto che questa è la condizione essenziale per arrivare a percorsi di radicalismo da parte dei soggetti più a rischio.

Bisogna capire che parlare di depressione, di stress post-traumatico, di dolore interiore, in una realtà sociale come quella irachena non è certo alla portata di tutti: i taboo da rompere sono tantissimi, le barriere culturali da superare apparentemente insormontabili, così come la vergogna e il pudore verso la propria famiglia e verso se stessi. Se pensiamo allo status in cui versa al scienza psichiatrica e psicologica in Italia, dove i problemi culturali sono pressoché gli stessi seppure inseriti in un contesto sociale meno disgregato e meno traumatizzato, è facile capire quanto è difficile fare le cose bene in Iraq. Ma l'uomo sa far di necessità virtù: secondo MSF negli ultimi anni la stigmatizzazione della malattia mentale tipica della cultura irachena è notevolmente diminuita e a questo potrebbe aver contribuito anche l'enorme massa di sfollati (3 milioni di profughi nel territorio iracheno), che ha sicuramente avuto un ruolo nel superamento di certe barriere mentali grazie al confronto tra profughi e alla mancanza di assistenza.

Chi è fortunato e riesce a ricevere assistenza, invece, deve affrontare un percorso lungo e complicato: si trattano pazienti con traumi di guerra in un contesto in cui la guerra non è finita e questa realtà dei fatti complica non poco le terapie, anche perché molti pazienti hanno ancora parenti in zone di conflitto e questo crea ulteriore ansia. In una recente dichiarazione citata da Middle East Eye MSF ha affermato che mentre la battaglia di Mosul si trascina la gravità dei traumi descritti dai pazienti in cura aumenta: sindrome bipolare, ansia, depressione, sindrome post-traumatica da stress sono gli effetti più tipici che la realtà irachena ha prodotto negli abitanti del paese, cui si aggiungono gli inevitabili problemi familiari che questi problemi comportano.

In tal senso all'Iraq servono tanto medici chirurghi quanto psicologi clinici: in gioco c'è il futuro di questo martoriato paese.