Ius Soli: il Movimento 5 Stelle e la politica del NO

di 16.06.2017 16:00 CEST
Grillo
Il leader del M5S, Beppe Grillo Reuters

“Io sono per lo ius soli”, dichiarava nel 2013 Alessandro Di Battista, spiegando minuziosamente le motivazioni alla base del suo pensiero. “È più italiano il figlio di immigrati nato e cresciuto in Italia piuttosto che un argentino, nipote di italiani, che l’Italia non l’ha mai vista. È una questione di diritti fondamentali tra cui il diritto alla cittadinanza”.

Il fatto che un italiano figlio di immigrati venga considerato italiano non è più un diritto fondamentale per il Movimento 5 Stelle o forse, a prescindere dalle parole pronunciate in passato da uno dei suoi esponenti principali, non lo è mai stato.  

In una sola settimana i grillini riescono a collezionare due prese di posizione pensatissime sull’immigrazione e sulla cittadinanza (cui si aggiungono le parole di Grillo sui campi Rom) che a prescindere dai titoloni su “svolte varie ed eventuali” dal punto di vista politico si collocano all’interno di un determinato orizzonte politico: a destra.

Decisioni che tra l’altro non rappresentano casi isolati, ma che si sommano a quanto accaduto l’anno scorso sulle unioni civili e sulla legge sul “Dopo di Noi”, alle opinioni espresse in politica estera (su Brexit, Trump e Putin in primis), al tanto fantomatico quanto impossibile referendum sull’Euro e alle dure accuse contro le Ong che operano nel Canale di Sicilia.

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La scelta di astenersi e di non votare contro lo Ius Soli appare un goffo ed inutile tentativo di differenziarsi dal centrodestra nonostante le due decisioni si equivalgano. A livello pratico, in Senato, producono infatti lo stesso identico risultato, quello di mettere a rischio l’approvazione di una legge che negli ultimi anni ne ha già viste di tutti i colori.

Parliamoci chiaro, su una cosa Beppe Grillo ha ragione: la norma sullo Ius Soli, così come è stata riscritta, è un “pastrocchio”. Un testo frutto di un compromesso al ribasso per non mettere a repentaglio la maggioranza, che pone innumerevoli paletti alla possibilità per i bambini nati sul territorio (degli adulti non si parla nemmeno) di acquisire la cittadinanza italiana.

In base a quanto previsto dal provvedimento infatti, ci sono due vie per “diventare italiani”: La prima stabilisce che occorre essere figlio di un genitore residente legalmente in Italia da almeno 5 anni e, nel caso in cui l’adulto non provenga da un Paese Ue, rispettare tre ulteriori regole: il genitore deve avere  un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge; deve superare un test di conoscenza della lingua italiana.

La seconda via prevede invece che la richiesta di cittadinanza potrà essere presentata per i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato almeno 5 anni di scuola nel nostro Paese e concluso un ciclo scolastico. Fermo restando la regola del superamento di un ciclo scolastico, chi invece arriva in Italia tra i 12 e i 18 anni diventerà italiano dopo aver vissuto sul territorio per almeno sei anni. Questa seconda strada è nota come Ius Culturae.

La domanda da porsi in questo caso era: “meglio una legge blanda o nessuna legge”? Il M5S, fornendo spiegazioni francamente fantasiose, ha scelto la seconda opzione , pur non promuovendo alcuna strada alternativa. Perché attualmente non c’è alcuna alternativa plausibile. La probabile dipartita di questa legge non aprirà infatti la strada ad un’altra norma migliore, ma impedirà a chi (pochi in realtà) avrebbe potuto giovarne di approfittare della novità per avere una vita migliore, mantenendo uno status quo lungo ormai 25 anni. L’ultima legge sulla cittadinanza risale infatti al 1992 ed è basata sul cosiddetto ius sanguinis: possono chiedere la cittadinanza i bambini che hanno almeno un genitore italiano. Se così non è, bisogna attendere i 18 anni anni età e dimostrare di aver vissuto in Italia “legalmente e ininterrottamente”.

Se l’attuale proposta verrà bocciata bisognerà con ogni probabilità attendere anni e anni prima di vederne un’altra in grado almeno di arrivare alla discussione in Aula (per l’ok invece servirà un mezzo miracolo).  

Ed è per questo motivo che le parole del Movimento 5 Stelle su improbabili concertazioni con gli Stati dell’Unione europea o sulle “becere derive propagandistiche” degli altri partiti appaiono francamente incomprensibili.

Dopo quanto accaduto nelle scorse settimane, dalla legge elettorale al crollo registrato alle amministrative, la presa di posizione dei grillini alimenta ancora una volta i dubbi esistenti sulle capacità decisionali di un Movimento che, quando si tratta di temi delicati e dai connotati fortemente politici, spesso e volentieri dimostra di non sapere come muoversi, scendo perennemente la via di un’opposizione intransigente che ha come unico risultato quello di solleticare la pancia dei sostenitori più accaniti, deludendo invece coloro che osservano criticamente la sua politica senza pregiudizi, cercando di farsi un’idea più precisa. Il problema è che le elezioni non si vincono grazie agli adepti (quelli non bastano per arrivare al 40%), alla rabbia, continuando a puntare sull’istinto dell’elettorato tralasciando la testa, ma tramite i voti di cittadini che decidono su quale simbolo apporre la propria X in base a ciò che vedono, ai programmi, alla capacità di un partito di convincere nei momenti più importanti, sulle decisioni che contano.