Khalid Masood sono io: o mi arrestate o cominciamo a ragionare

Attacco Londra
Un cartello depositato sul luogo dell'attacco a Westminster del 22 marzo scorso. Londra, Gran Bretagna, 26 marzo 2017. REUTERS/Paul Hackett

“Volevo sparare ai politici, ho capito che non potevo raggiungerli e allora ho fatto fuoco sui carabinieri”. Con queste parole Luigi Preiti, calabrese di Rosarno classe 1964 e pregiudicato, confessò ai magistrati ciò che avrebbe voluto fare il 28 aprile 2013. Quel giorno il rosarnese sparò a due carabinieri davanti a Palazzo Chigi, a Roma, durante la cerimonia di insediamento del governo guidato da Enrico Letta.

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Tutta la politica italiana era riunita proprio lì a due passi, alla Camera dei Deputati, e l'idea di andare a Roma per sparare era maturata dentro di lui in un tempo relativamente breve: “Ero depresso e disperato, un uomo senza lavoro perde la dignità. Certi stati d'animo alla lunga ti portano a gesti estremi. […] I nomi? Berlusconi, Bersani e Monti, ognuno aveva delle colpe. La destra poteva cambiare le cose e non l'ha fatto, la sinistra non faceva altro che litigare”. E fu così che impugnò la pistola, comprata sul mercato nero ad Alessandria, e fece fuoco sulle istituzioni. La Cassazione, nel 2016, lo ha condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione mentre la famiglia di Giuseppe Giangrande, il brigadiere colpito e costretto all'immobilità da quel proiettile, cerca dignitosamente di ricostruire una vita quasi spezzata.

“Non è mai stata una persona loquace con i vicini” ha dichiarato alla CNN Marjoli Gajecka, 26 anni, parlando dell'attentatore di Londra del 22 marzo 2017, Khalid Masood, 52 anni nato Adrian Russel Ajao, pregiudicato: “Sembravano semplicemente una famiglia normale, una normalissima famiglia musulmana. Non abbiamo mai sospettato nulla”. Masood non potrà mai rilasciare dichiarazioni su quanto è successo sul Westminster Bridge di Londra e, soprattutto, sul perché è successo ma andando oltre la rivendicazione dell'ISIS (ovvia e scontata) è possibile tracciare oggi un profilo piuttosto dettagliato di Masood. E trarne qualche considerazione. Il tabloid britannico The Sun ha scritto che nel suo Curriculum Vitae Masood si autodefiniva “britannico […] amichevole e cordiale” mentre il suo amico d'infanzia Mark Ashdown ha rivelato al Telegraph che la sua conversione è avvenuta in carcere: “Quando me l'ha detto pensavo stesse scherzando ma poi ho visto che era più quieto di prima, più serio, e l'ho fatto lavorare come operaio. […] Poi seppi che si era separato dalla sua compagna e cominciato a concentrarsi sempre più sulla religione ma mai avrei potuto immaginarmi di sentire il suo nome alla radio per quella ragione”.

Nello sguazzare nel dolore e nelle vite altrui i media inglesi, che in questo non sono diversi dagli altri, hanno cercato di parlare con i vicini di casa, gli amici e i familiari di Masood. La BBC ha trasmesso un servizio, un paio di giorni fa, nel quale un vicino parlava di Masood come di “una persona tranquilla ma che parlava sempre contro i politici” mentre un altro ha rivelato che in passato il 52enne aveva detto che “qualcuno doveva fare qualcosa” contro la classe politica. Inoltre Masood aveva diversi precedenti penali per reati violenti, aveva ammesso di essersi convertito in carcere (nell'Islam si dice “ritornato”), dove secondo gli investigatori aveva subito come molti il fascino delle sirene dell'Islam più radicale, ed aveva subìto con la sua famiglia discriminazioni razziali quando si trasferì a Northiam, dove la comunità nera è praticamente inesistente: “La moglie e la figlia sono state sempre marginalizzate dalla comunità nella cittadina inglese e lui dovrà trasferirsi con tutta la famiglia da qualche altra parte per cominciare nuovamente a vivere una vita propria” disse il suo avvocato, Alexander Taylor-Camara, alla Corte di Hove, dove Masood era a processo per rissa nel 2000.

Insomma Masood era “amichevole e tranquillo” con gli amici ma mostrava molto astio nei confronti del nemico di tutti, almeno al giorno d'oggi: “i politici”. In questo senso l'unica differenza, omicidi a parte, tra chi scrive e Masood è la fede religiosa, che manca al sottoscritto ma che era florida ed estrema nell'inglese. Io sono Masood, ma anche tu che stai leggendo sei Masood: sei Masood se hai votato M5s perché “i politici sono tutti ladri e devono andarsene a casa”, sei Masood se appoggi la Lega Nord quando si invoca la legittima difesa perché “a casa mia si fa come dico io e lo Stato non ci difende”, sei Masood se sei un fervente cattolico antiabortista di quelli che le donne vittime di violenza in qualche modo “se la sono cercata”, sei Masood se sei un depresso rabbioso che nell'omicidio vede la trascendenza del proprio suicidio, sei Masood se sei di sinistra e non ti senti rappresentato, sei Masood se sei di destra e chiedi di fare “pulizia nella società”. Siamo tutti Masood. Anche Luigi Preiti lo è: “Ho ricevuto lettere di solidarietà da ogni parte d'Italia: anche da liberi professionisti, medici, avvocati, imprenditori strozzati dalla crisi […] spero in una nuova perizia che faccia davvero luce sullo stato in cui mi trovavo quella mattina. […] Avevo tirato cocaina due giorni prima di partire per Roma”.

Masood, dicono i vicini intervistati dal New York Times, manifestava spesso il proprio disappunto, anche rabbioso, per le sue condizioni di vita e per la mediocre narrazione delle comunità di musulmani in occidente. Anche noi, proprio qui in Italia, ogni giorno in televisione assistiamo a trasmissioni nelle quali si dà - anche giustamente - voce a moltitudini arrabbiate per le proprie condizioni di vita, per la crisi, per le tasse e per il modo in cui “gli italiani” vivono “per colpa dello Stato” che “non ci tutela”. Le differenze tra queste moltitudini e Masood sono davvero minime.

Luigi Preiti è un “pazzo assalitore” mentre Khalid Masood, forse per il nome che si era scelto e la religione che professava, è un “terrorista dell'ISIS”. Troppo comodo: se sono tutti terroristi allora nessuno è terrorista. E non è solo una questione linguistica.