L'8 marzo "radicale": storie femminili di fuga e di riscatto

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Da sinistra: Princess Okokon, rifugiata nigeriana ex-vittima della tratta oggi mediatrice del Piam, Habiba Ouattara, rifugiata ivoriana oggi imprenditrice, Emma Bonino, Agitu Ideo Gudeta, rifugiata etiope che ha dato vita ad un'azienda agricola, Igiaba Scego, scrittrice italo-somala, Antonella Soldo, Presidente di Radicali Italiani. Roma, 7 marzo 2017. © Andrea Spinelli Barrile

L'8 marzo è un buon giorno per diventare delle “vere donne”. O meglio, è un buon giorno per ricordarsi cosa significhi essere una “vera donna”: se ripensiamo alla nostra storia nazionale, sopratutto a come si è evoluta la figura femminile nel trascorrere dei pochi decenni che ci separano dalla fine del secondo conflitto mondiale, notiamo come la figura femminile abbia subito una profonda trasformazione (sicuramente più di quella maschile), a cominciare dal ruolo sociale e fino in cima, ai paradigmi culturali.

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Fino agli anni Novanta del Novecento nessuno si stupiva di fronte alle donne velate di nero del sud Italia mentre oggi in molti comuni italiani il legislatore si arrovella per capire come proibire il velo solo perché islamico, declinando con paradigmi perfettamente maschili una battaglia sacrosanta di emancipazione della donna, quella per la libertà di scelta (nel caso specifico se indossarlo o meno, il benedetto velo). Oggi la società italiana è in profonda trasformazione e in questo le donne hanno, nuovamente, un ruolo primario: le protagoniste femminili della società moderna sono oggi le colonne portanti della nostra stessa civiltà. Tra loro sono sempre di più le donne che in Italia non nascono ma che, tramite vicissitudini anche tragiche e peripezie incredibili, ci si trovano o la scelgono per ricostruire se stesse e la propria vita.

Ieri, 7 marzo, alla sede dell'Associazione Stampa Estera a Roma, si è tenuto l'incontro “Donne Anche Noi – Storie di fuga e di riscatto” (qui il video integrale di Radio Radicale) organizzato da Radicali Italiani per “celebrare in modo diverso la giornata dedicata alle donne, dando spazio alle storie di immigrate e rifugiate che hanno lottato per affermarsi nel nostro paese”. Non un incontro con delle “vittime” della tratta di esseri umani, della violenza nel proprio paese natìo o del razzismo latente che permea la società occidentale, bensì un incontro con delle “persone” che mettono a disposizione la propria storia per dimostrare come l'impegno e la tenacia, i sogni, le ambizioni e l'iniziativa possano essere un motivo di riscatto. Una ragione per “essere speranza”, come scriveva il padre della Chiesa Paolo di Tarso e come riprese Marco Pannella negli ultimi anni di vita.

Come sottolineato da Antonella Soldo, Presidente di Radicali Italiani, le storie che sono state raccontate sono tutte unite da un filo rosso, quello dell'uso che il potere declinato al maschile fa del corpo delle donne. Se oggi in Italia il corpo delle donne è l'emblema di battaglie civili, come quella contro l'obiezione di coscienza negli ospedali per la garanzia del diritto all'aborto, altrove il corpo delle donne è l'emblema di un potere violento: le mutilazioni genitali femminili e la costrizione al velo integrale sono solo due degli esempi più drammatici di come il potere, ovunque, abbia sempre le stesse caratteristiche.

Storie come quella di pura resilienza e determinazione raccontata dall'etiope Agitu Ideo Gudeta, che in Italia ha inizialmente frequentato l'Università e successivamente vi ha trovato rifugio dopo che al suo ritorno in Etiopia le cose sono cominciate ad andare male. Dopo una laurea in sociologia - possibile grazie ad una borsa di studio vinta a 18 anni - Agitu è tornata a casa per lanciare un progetto di agricoltura sostenibile nel proprio Paese, progetto schiantatosi contro gli interessi economici del regime di Addis Abeba e delle multinazionali. L'esproprio dei terreni per la riconversione industriale, la violenza delle autorità sui contadini e sui pastori e la devastazione provocata da tutto questo - dei 27 “compagni” che hanno dato vita al progetto oggi si hanno notizie solo di 3, ha detto Agitu - hanno spinto la giovane donna a tornare in Italia. Una fuga verso il vicino Kenya prima e un volo aereo per Malpensa poi l'hanno condotta in Trentino Alto-Adige, dove oggi vive in pianta stabile occupandosi di allevamento (possiede ben 80 capre) e di produzione di formaggi e latticini nella Val di Gresta: “Il progetto di agricoltura sostenibile che ho messo in piedi si chiama 'La Capra Felice' ed è una provocazione nei confronti del governo del mio Paese” dice orgogliosa e sorridente, intendendo con questo proprio la scelta del regime di Addis Abeba di espropriare le terre. “Voglio promuovere un'economia della felicità” ha chiosato la donna sorridendo, ricordando i momenti di difficoltà superati grazie alla propria forza e determinazione.

La storia dell'ivoriana Habiba Ouattara è altrettanto emblematica di come la forza d'animo e la spinta propulsiva dei sogni e della voglia di riscatto possano rappresentare un faro da seguire: rifugiata in Italia in seguito alla guerra civile in Costa d'Avorio è stata accolta dal Centro Astalli di Roma, dove ha fondato una piccola impresa di catering. “Prima senti gli spari, poi cerchi di lottare. Poi chiedi aiuto ma alla fine non ti resta che la partenza” dice Habiba, ricordando i 600 chilometri percorsi a piedi fino al Ghana, dove si è affidata a dei trafficanti che l'hanno spedita in Europa. In Italia ha ottenuto lo status di rifugiata ma, cosa ancora più importante, è stata aiutata nel riconoscimento del proprio titolo di studio in infermieristica, ha frequentato un Master in mediazione culturale all'Università Roma 3 e ha sublimato il proprio bisogno, “quello di aiutare gli altri come sono stata aiutata io”, portando avanti l'orgoglio di appartenere ad una razza precisa: quella umana. Habiba racconta di Makì, un catering da lei ideato e realizzato che, oltre a diverse attività, occupa molti richiedenti asilo e propone cibi e piatti dalle cucine di tutto il mondo proprio in un'ottica di maggior conoscenza che possa aiutare e migliorare il processo di integrazione.

Sono storie che mostrano il valore del lavoro femminile, del riscatto: se è vero che i migranti uomini che lavorano sono più delle donne è anche vero, ha spiegato Emma Bonino, che le donne migranti svolgono lavori più qualificati e le donne presenti in sala ne sono solo una piccola dimostrazione.

La terza storia è quella di Princess Okokon, cittadina della Nigeria ex-vittima della tratta ed oggi mediatrice culturale del Progetto Integrazione ed Accoglienza Migranti (PIAM) di Asti. In Italia dal 1999, Princess ci è arrivata che era già schiava: sua storia è quella di una donna vera che dopo essersi assunta il rischio della libertà scappando dai suoi aguzzini intende diventare una speranza per decine, centinaia di altre donne vittime della tratta: “I trafficanti ti contattano che sei ancora in Nigeria” racconta con il tipico accento nigeriano cantilenante “non tutte le donne sanno che quando arriveranno a destinazione saranno schiave. […] Tramite degli agenti sul posto ti reclutano con promesse false, usano i paesi in guerra come la Libia per spostare la propria 'merce'”. Dal 2014 la tratta delle nigeriane è mutata, il flusso di migranti si è intensificato e le zone grigie buone per “spostare la merce” sono aumentate e si sono allontanate dal controllo della legalità. Oggi Princess collabora con le istituzioni italiane e con i Centri di Accoglienza per identificare le vittime della tratta e convincerle a non essere schiave: sono oltre 200 le donne già strappate ai propri aguzzini, in carico oggi ci sono altre 45 donne e “molte altre, tantissime altre”, dice Princess con gli occhi sbarrati, sono in lista d'attesa: “Non esiste l'accoglienza per le vittime della tratta” denuncia la nigeriana “negli stessi Centri d'Accoglienza sono presenti trafficanti nigeriani e le donne non hanno il coraggio di denunciare”. Per questo il PIAM e la stessa Princess Okokon hanno ottenuto la possibilità di lavorare direttamente all'interno dei Centri e degli SPRAR, per intercettare a monte il bisogno di aiuto delle vittime della tratta. In questo senso Princess è diventata una speranza, ha messo a disposizione la propria storia e la propria sofferenza mostrando a tutte l'esempio della sua vita, un esempio tanto ovvio quanto non scontato: alla disperazione e alla schiavitù c'è una terza via, la ribellione che nasce dalla forza d'animo, dalla resilienza, dall'orgoglio di essere umani e di essere donne.

Sono tutte storie di libertà, storie che vanno raccontate perché fanno parte, oggi, dell'universo femminile del nostro Paese: la scrittrice Igiaba Scego, italiana di origini somale molto impegnata per una riforma del diritto di cittadinanza - oggi di fatto un diritto negato, in Italia - descrive la realtà delle cose con semplicità: “Io mi porto un carico di storia che dono a tutti come patrimonio. […] I figli dei migranti vivono da stranieri nel proprio paese, sono umanità senza diritti” e questa condizione non dipende tanto dalle leggi che non ci sono (o che sono liberticide, come la Bossi-Fini) quanto più dal disinteresse della politica nel prendere in mano questioni scottanti e importanti. Emma Bonino ha ricordato infatti come al Senato della Repubblica siano depositate due proposte di legge “bloccate” nel pantano dell'omertà politica: quella sullo Ius Soli, che dovrebbe disciplinare il diritto di cittadinanza di chi nasce su suolo italiano da genitori non-italiani, e quella sui minori non accompagnati, un'emergenza nazionale tra le più dimenticate. La vergogna di una coscienza nazionale che gira lo sguardo di fronte agli oltre 6.000 minori che ogni anno entrano nel sistema di accoglienza e spariscono poi nel nulla è la vergogna di chi nega a se stesso quei caratteri femminili di umanità e speranza. Ovviamente dell'“essere” speranza.