La Cina guarda alla Turchia pensando di ricreare la Via della Seta

Cina e Turchia
Il Presidente turco Recep Erdogan e quello cinese Xi Jinping si stringono la mano alla Casa del Popolo di Pechino, 10 aprile 2012 REUTERS/KAZUHIRO IBUKI/POOL

C'è un nuovo importante corso nelle relazioni bilaterali tra Turchia e Cina, mutate molto in tempi recenti dopo che per anni il governo di Ankara si è mantenuto freddo con Pechino: i cinesi, com'è noto, guardano molto all'estero investendo patrimoni miliardari in settori anche molto diversi, da quello energetico a quello militare, da quello agricolo a quello delle grandi opere pubbliche.

Secondo gli esperti di economia uno dei grandi sogni della politica economica cinese è il ricreare una vasta serie di nuove relazioni economiche con i paesi che un tempo erano collegati tra loro lungo la Via della Seta, il reticolo di itinerari terrestri, marittimi e fluviali che per secoli e secoli ha rappresentato la principale via di collegamento per il commercio tra Asia ed Europa. Marco Polo, con il padre e lo zio, percorse la Via della Seta rimanendo in Asia tra il 1271 e il 1288 e riportando in occidente quanto di più incredibile e meraviglioso esistesse per l'epoca, ispirando esploratori come Cristoforo Colombo nei secoli a venire.

Nel 2013 Pechino ha lanciato il progetto di sviluppo conosciuto come One Belt One Road (OBOR): la “cintura” sarebbe la Silk Road Economic Belt, una rete di scambi commerciali che la Cina sta sviluppando con alcuni paesi dell'Asia Centrale, mentre la “strada” è la Maritime Silk Road, un corridoio marittimo utile a rafforzare gli scambi commerciali tra la Cina e l'occidente grazie al coinvolgimento di nazioni del sud-est asiatico, dell'Oceania e del nord Africa: 60 nazioni in tutto che collaboreranno per restaurare la principale via commerciale di interscambio (un tempo anche culturale) tra Asia ed Europa.

In tutto questo la Turchia ha un ruolo essenziale, non solo geografico ma anche politico, economico e sociale: la Cina è un partner allettante per chiunque e molti paesi lungo la ex Via della Seta sono frustrati dalle difficoltà riscontrate nello sviluppare legami economici con l'Unione Europea, che guarda sempre più verso ovest: il Partenariato Trans-Pacifico (TPP) a guida americana e i recenti sviluppi sul Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP) starebbero persuadendo molti paesi, esclusi da tali accordi, ad affrancarsi al gigante cinese.

Il governo di Pechino ritiene la restaurazione della Via della Seta un progetto strategico: uno dei primi canali ad essere stati messi in cantiere e realizzati è la ferrovia di 13.000 chilometri tra la Cina e l'Europa, percorsa interamente per la prima volta nel dicembre 2014 da un treno merci partito da Yiwu e giunto a Madrid. Un progetto ancora da migliorare, viste le differenze di scartamento tra i binari lungo il percorso, ma che potrebbe rappresentare solo il primo tassello di questa grande utopia cinese: “Per tanti anni siamo stati tenuti fermi, in attesa, ai confini dell'Unione Europea. La gente sta perdendo la speranza” ha dichiarato Sahin Sayik, direttore generale di Kirpart Otomotiv, un grande produttore turco di ricambi per auto, al New York Times.

Il rapporto tra Cina e Turchia non è ancora un rapporto tra pari se guardiamo ai volumi di interscambio: la Turchia importa 25 miliardi di dollari di prodotti dalla Cina, esportandone solo 3 miliardi; i negozi turchi sono pieni di prodotti “made in China” e i cinesi acquistano carbone, marmo e possiedono il 65 per cento del più grande porto commerciale turco, Tekirdag. Inoltre la Cina sta sgomitando parecchio nel mercato delle grandi opere strategiche turche: 12 linee ferroviarie, porti ed aeroporti, strade ed opere pubbliche, oltre a forniture militari come razzi da combattimento a basso contenuto tecnologico e batterie antiaeree. Il vantaggio per turchi è sempre quello, i bassi costi che i cinesi garantiscono sui loro prodotti.

Da minaccia la Cina è diventata, per la Turchia, un'opportunità: se un tempo le questioni etniche erano centrali nei rapporti tra i due paesi, con il governo di Ankara irritato per la fortissima repressione cinese nella regione dello Xinjiang, a maggioranza musulmana e turcofona, oggi quelle stesse questioni sono state messe da parte in nome proprio di questo nuovo corso di relazioni politiche e commerciali. Erdogan è deciso a dare priorità ai legami con la Cina, la quale contribuisce ad aiutare i turchi in una delle problematiche più attuali: la protezione degli oltre 900 chilometri di confini.

Proprio su questo la Turchia è stata recentemente costretta a fare un passo indietro su un progetto da 3,5 miliardi di dollari che prevedeva la realizzazione di un sofisticato sistema di difesa missilistico che avrebbe garantito alla Turchia una potenza di fuoco molto più ampia consentendo alla Cina di gettare le basi per l'esportazione di nuovi missili. Tuttavia la Turchia, membro della NATO, è stata costretta ad abbandonare bruscamente questo progetto dietro forti insistenze dei propri partner militari occidentali, preoccupati di perdere importanti segreti militari qualora nuove tecnologie cinesi (realizzate da una società statale) fossero state incorporate nel sistema di difesa turco.

Rimane quindi, per Ankara, un problema militare: secondo molti analisti la Turchia non può continuare a fare affidamento sulle occasionali forniture di missili Patriots dalla NATO e sui voli dei propri F-16 (l'aereo che ha abbattuto il Sukhoi russo): secondo Ismail Demir, sottosegretario alla difesa turco, non è possibile far volare i caccia tutto il giorno, mentre i sistemi missilistici garantiscono una prontezza costante. Proprio l'abbattimento dell'aereo russo lungo il confine turco-siriano però ha isolato, sul piano internazionale, la Turchia: la NATO ha cominciato a interrompere le forniture belliche alla Turchia, ma secondo molti non è una condizione che può durare per molto tempo proprio in virtù dell'amicizia sempre più stretta tra Turchia e Cina.