La crisi nel Golfo sta facendo crollare il petrolio: quali scenari?

Petrolio
Un uomo davanti a una raffineria di petrolio a Singapore REUTERS/Edgar Su/File Photo

Quanto accaduto nella penisola araba tra il weekend e lunedì mattina è qualcosa di molto grave e che ha pochi, per non dire alcuno, precedenti nella storia di questi paesi arabi.

Molti paesi musulmani dell’area, oltre a Egitto e Libia, hanno isolato diplomaticamente il Qatar. Parliamo di una chiusura netta che coinvolge cittadini del Qatar presenti in paesi come Arabia Saudita, Bahrain, Emirati arabi uniti: Riyad ha dato 14 giorni di tempo ai cittadini del Qatar che si trovano nel paese, compresi i residenti, per lasciare il territorio. L’Arabia Saudita ha inoltre fatto sapere di aver chiuso il confine terrestre con il Qatar, oltre ad aver interrotto le comunicazioni navali e aeree con il paese. Un comportamento che è stato seguito praticamente all’unanimità da tutti i paesi in linea con il regno saudita. Di fatto il Qatar è stato completamente isolato nell’area: un isolamento geografico, diplomatico (e commerciale).

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Perché Arabia Saudita e altri paesi musulmani nell’area hanno preso una decisione così netta


Secondo Riyad e i paesi allineati con la monarchia saudita, il governo di Doha ha sponsorizzato, finanziato, supportato, gruppi estremisti come Daesh (noto anche come Isis o Stato Islamico), i Fratelli musulmani e altri gruppi combattenti vicini all’Iran. Sono arrivate accuse pesanti da ogni paese che ha deciso di isolare il Qatar nell’area: il governo egiziano ha accusato Doha di finanziare gruppi estremisti nel Sinai e di destabilizzare la politica di Il Cairo; Riyad e il Bahrain hanno accusato il Qatar di incitare attraverso i media (viene puntato il dito anche contro Al Jazeera) di danneggiare la coalizione a guida saudita che nello Yemen combatte i ribelli Houthi, oltre che di incitare i gruppi estremisti iraniani per diffondere il caos nel Bahrain, così come finanziare gruppi estremisti nella provincia di Qatif, in Arabia Saudita, per destabilizzare il regno. Parliamo di molti gruppi etichettati da questi paesi e dalla comunità internazionale come terroristi. In sintesi Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Bahrain (e in parte anche Yemen e Libia), stanno scaricando ogni responsabilità sul Qatar riguardo al finanziamento dei gruppi estremisti e all’instabilità dell’area. Un’azione senza precedenti che rischia di avere conseguenze gravi e infiammare ulteriormente un territorio geografico che tutto si può definire tranne che stabile. Un’area che rimane tuttavia di vitali importanza per il commercio mondiale, visto che da sola è responsabile di oltre il 50% della produzione di petrolio nel mondo.

Le tensioni erano salite già due settimane fa (martedì 23 maggio) a causa di una serie di notizie non verificate diffuse in vari paesi della penisola araba: diversi media, tra cui Sky News Arabia e Al Arabya, hanno diffuso la notizia che l’emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al Thanil, supporta l’Iran, Hamas, Hezbollah e Israele, aggiungendo inoltre che l’amministrazione Trump avrà vita breve. La fonte da cui Sky News Arabia e Al Arabya hanno tratto la notizia è l’agenzia di stampa qatariota, ma il governo del Qatar ha fatto poi sapere che il sito ha in realtà subito un attacco hacker e che pertanto quanto riportato dai media era assolutamente falso (ovviamente l’emiro Al Thanil ha preso le distanze dalle frasi che gli sono state attribuite).

L’incidente è accaduto pochi giorni dopo la visita di Trump a Riyad, visita che ha visto come principale oggetto di discussione proprio la lotta all’estremismo islamico. Le relazioni tra Doha e Riyad sono in realtà iniziate a precipitare proprio a seguito di quella riunione a cui hanno partecipato numerosi paesi arabi. Secondo fonti di notizie arabe, al summit l’emiro Al Thanil ha definito l’Iran come una potenza in grado di dare stabilità all’area. Tutti i paesi partecipanti hanno comunque condiviso di mettere in stand-by ogni tipo di giudizio definitivo,  su Teheran. Da quell’incontro è emersa inoltra la volontà quasi unanime di perseguire il gruppo dei Fratelli Musulmani, gruppo che comunque è sempre stato ben protetto e ben visto dal Qatar. Proprio su questo punto gli Stati Uniti non sono stati in grado di assolvere alla funzione di potenza mediatrice come dovrebbe fare in simili circostanze, ma ha di fatto alzato la voce contro Doha: il segretario di Stato Mattis ha apertamente detto in quell’occasione che il governo del Qatar dovrebbe cambiare la sua visione nei confronti della Fratellanza Musulmana, e che lo stesso governo di statunitense sta pensando di classificare la Fratellanza come “gruppo terrorista”. Washington insomma non ha fatto altro che contribuire a isolare ulteriormente il Qatar e legittimare in qualche modo l’azione di Riyad e seguaci.

Le conseguenze sui prezzi del petrolio


Il Qatar rimane un paese decisamente importante per il destino del petrolio, non tanto perché rimane uno dei principali produttori (anche se con un peso molto inferiore rispetto a paesi come Stati Uniti e Arabia Saudita) e un attore importante nel settore energetico in generale (a fine 2016 Doha ha rilevato circa il 20% del colosso petrolifero russo Rosneft ed è entrata in possesso della maggioranza della rete di distribuzione di gas della National Grid nel Regno Unito), ma perché ulteriore instabilità nell’area del Golfo Persico potrebbe in qualche modo condizionare la produzione e la distribuzione.

Messo in un angolo il piccolo emirato della penisola araba potrebbe trasformarsi in un animale aggressivo e pericoloso. L’isolamento totale che hanno messo in campo Arabia Saudita, Emirati arabi uniti e Bahrain contro il Qatar costringe il paese a rivedere la propria rete di alleanze con i paesi vicini ed è complicato al momento capire come potrebbe evolversi lo scenario.

Nella giornata dell’annuncio i prezzi del petrolio hanno fatto registrare una sensibile volatilità: inizialmente i prezzi si sono portati a rialzo, sopra i 50 dollari al barile (prezzi WTI), ma poi hanno iniziato a scendere con convinzione. Si inizia a fare largo la convinzione che la rottura tra questi paesi possa condizionare gli accordi che si prenderanno nel corso della prossima riunione OPEC, annullando quelli sui livelli di produzione che in qualche modo avevano permesso al prezzo di Brent e WTI di riprendere un po’ di quota. Quella a cui stiamo assistendo è di fatto la peggiore crisi da quando è stato creato il Consiglio di cooperazione del Golfo. Una crisi che in realtà rischia di farsi sentire anche sulle borse internazionali: nel Qatar, paese che dovrebbe ospitare i mondiali di calcio 2022 (il condizionale in questo momento ci pare obbligatorio), ci sono diversi investimenti esteri, così come Doha ha investito tanti miliardi di dollari in paesi stranieri.

Wti, settimanale 2017-06-05 Grafico settimanale del petrolio Wti aggiornato al 2017-06-05  IBTimes Italia / XTB

Per quanto riguarda l’aspetto puramente tecnico, il petrolio sta avendo un andamento laterale che va avanti dal 2015, dopo aver toccato dei minimi sotto ai 30 dollari al barile. Come possiamo vedere dal grafico settimanale il Wti ha fallito la costruzione della figura testa e spalle invertito e ha iniziato a mostrare un andamento più laterale.

Wti giornaliero 2017-06-05 Grafico giornaliero del petrolio Wti aggiornato al 2017-06-05  IBTimes Italia / XTB

Sul grafico giornaliero vediamo infatti come il Wti fatica a portarsi sopra i 55 dollari al barile, e negli ultimi mesi si iniziano a intravedere dei massimi decrescenti. Nella figura abbiamo posizionato dei rettangoli per mostrare le aree dove avviene la maggior parte del volume di scambio. La lateralità prolungata è proprio conseguenza di volumi molto alti all’interno di una forchetta di prezzi ben definita. Solitamente quando le rotture di massimi o minimi sono accompagnate dall’uscita di queste aree assistiamo a movimenti molto decisi.

È ancora presto per capire in che direzione si svilupperanno i prezzi del petrolio. Per il momento tutto quello che possiamo dire è che sotto i minimi di maggio il Wti continuerebbe la discesa almeno fino ai 40 dollari al barile, mentre una rottura al rialzo dei massimi di inizio anno proietterebbe i prezzi intorno ai 70 dollari al barile, rendendo di fatto nuovamente valido lo scenario indicato nell’estate dello scorso anno.