La "decrescita infelice" della Federazione Russa

di 30.09.2016 11:00 CEST
Povertà in Russia
Una donna fa l'elemosina mentre cade la neve a Mosca REUTERS/NIKOLAY KORCHEKOV

I sei trimestri di fila di decrescita del prodotto interno lordo sanciscono in maniera inequivocabile la profonda recessione in atto in Russia. Accanto alla mancata crescita, anche gli investimenti si sono decisamente ridotti: -2,6% nel 2014 e -7,6% nel 2015 e per la prima volta, dopo quasi un decennio, si è registrato un rallentamento dei consumi e delle vendite al dettaglio, nel 2015 diminuiti del 10%.

Tutti questi fattori, insieme alla svalutazione del rublo ed in parte anche a causa delle sanzioni occidentali, hanno impedito alla Russia di importare come in passato. I valori della diminuzione dell’import – world wide -  sono impressionanti: - 24% nel 2015 e -9% nel primo semestre 2016.

A causa di un sistema industriale inefficiente, per “far marciare” la propria economia, la Russia deve obbligatoriamente importare e tanto. Livelli bassi di import si riflettono inevitabilmente sulla crescita e condizionano, rallentandolo, il processo di ammodernamento di impianti e tecnologie. Se a questo aggiungiamo che la produzione industriale, sempre nel 2015, ha subito un rallentamento del -3,4%, il quadro che ne vien fuori è a tinte fosche.

La diminuzione della produzione ha condizionato naturalmente anche i volumi delle esportazioni: nel 2015 si sono registrati valori negativi anche per l’export che è crollato del 17% e nei primi mesi del 2016 addirittura del 29%. La Russia ha esportato prodotti e servizi nel 2016 per un valore complessivo di 116 miliardi di euro, mentre erano quasi 310 miliardi a fine 2015.

Sommando i dati di export ed import, nel primo semestre del 2016, la diminuzione percentuale dell’interscambio russo - world wide – è addirittura più rilevante di quello del 2015: -22,4% contro il -19,7% del 2015. Il valore dell’interscambio con il Resto del Mondo, per l’anno corrente, si ferma a 187 miliardi di euro, mentre a fine 2015 era stato di 474 miliardi di euro.

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Dopo due anni vissuti pericolosamente, praticamente ad un passo dal baratro, evitato solo in virtù delle enormi riserve accumulate negli anni in cui il prezzo del petrolio era ai massimi storici, se non vi saranno nuovi shock economici, è probabile che nel 2017 ci sia una lieve crescita e grazie anche all’inflazione più contenuta e ad una rinnovata e (si spera) duratura fiducia nel rublo, una minore pressione sul budget federale e sulla vita della popolazione.

La decrescita del prodotto interno lordo non è stata comunque indolore per i russi, che hanno visto assottigliarsi drammaticamente anche la capacità di spesa, causa un’inflazione ben oltre il dieci per cento. Se per un moscovita, però, che svolge la propria attività lavorativa in un’azienda privata e percepisce stipendi quasi paragonabili a quelli europei, la riduzione della capacità di spesa ha significato cambiare, ma non stravolgere le proprie abitudini, per un’insegnante dell’Udmurtia o per un pensionato della capitale che guadagna più o meno 150 euro al mese, le conseguenze sono state ben più pesanti.

Circa un terzo della popolazione russa è costituita da pensionati e molti risiedono in zone rurali, dove la pensione è ancora più bassa di quella percepita a Mosca: secondo i dati di Rosstat (il Servizio Statistico Federale) la pensione media nella Federazione si aggira intorno ai 10.000 rubli (circa 130 euro). Sempre secondo Rosstat, a fine nel 2015, lo stipendio medio invece raggiungeva a malapena i 37.000 rubli (500 euro) e tale valore, nei primi sei mesi del 2016, si è ulteriormente ridotto del 5%.

Pochi giorni fa ci sono state le elezioni e grazie anche ad una partecipazione scarsissima (è andato a votare meno della metà degli aventi diritto), il partito Russia Unita di Putin e Medvedev ha ottenuto comunque una schiacciante maggioranza.

Evidentemente gli insegnanti dell’Udmurtia ed i pensionati moscoviti avranno avuto altro a cui pensare.