La democraturca di Erdogan allontanerà il Paese dall'UE e dall'Islam

Turchia, bandiera
Un soldato visto attraverso la bandiera turca REUTERS/STOYAN NENOV/FILES

La Turchia del 2017 è quel Paese in cui si celebra “la democrazia” con la vittoria del Sì al referendum costituzionale, che consegna in mano al presidente Recep Tayyp Erdogan un potere da Impero Ottomano, mentre ci si interroga sulle motivazioni che hanno portato in carcere Gabriele Del Grande, giornalista italiano detenuto da più di una settimana.

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Del Grande si trova detenuto in una caserma nella provincia turca sudorientale dell'Hatay, al confine con la Siria, dove si trovava per cercare di attraversare il confine turco-siriano. Una zona interdetta dalle autorità turche ai giornalisti e a chiunque cerchi di documentare qualcosa. Comincia con una contraddizione il nuovo sultanato turco, quella Repubblica presidenziale nata per un soffio dopo il referendum della domenica di Pasqua, un voto in pieno stato d'emergenza dove determinanti sono stati i voti dei turchi residenti all'estero, persone che di fatto non subiranno in alcun modo le conseguenze della trasformazione della democrazia turca.

La consacrazione a Sultano di Recep Tayyp Erdogan è un fatto epocale non solo per la Turchia: il Paese si spoglia ufficialmente delle vesti laiche repubblicane per vestire abiti più ampi e vaporosi, che nascondono le forme del corpo dando allo stato una connotazione fortemente religiosa, “la nuova via turca” all'Islam. Una via che potrebbe non portare niente di buono: i leader europei, nelle dichiarazioni dopo il voto domenicale, hanno tutti quasi lasciato intendere, o dichiarato apertamente, che da oggi il processo di annessione della Turchia all'Unione Europea non solo è bloccato ma irrimediabilmente compromesso, additando Erdogan come principale responsabile in una pilatesca lavata di mani molto poco coerente con il clima pasquale dei giorni scorsi.

Queste due principali conseguenze, la via turca all'Islam e il fallimento del processo di annessione all'UE, sono più gravi e preoccupanti del referendum sul presidenzialismo. È la storia moderna della Turchia a farci capire il grande passo indietro fatto dal Paese con il voto referendario: sin dal 1923 la Turchia era una repubblica parlamentare, uno dei primi paesi a concedere il suffragio elettorale universale, e dal 1982 il sistema legislativo si basa su una sola camera, la Grande Assemblea Nazionale Turca, 550 deputati eletti ogni quattro anni con un sistema elettorale proporzionale con sbarramento al 10 per cento. Una cosa talmente evoluta che noi italiani nemmeno ce la sogniamo. Il potere legislativo dell'Assemblea, che elegge il primo ministro, veniva controbilanciato da quello del Presidente in un sistema di pesi e contrappesi molto delicato e che ha impedito, negli anni, pericolose derive autoritarie, oltre a garantire il mantenimento dell'ordine costituzionale nei mesi dopo il fallito golpe del luglio 2016. Dagli anni Novanta la Turchia ha rivoluzionato la propria struttura politica e legislativa con un'opera di modernizzazione notevole, in parte voluta e promossa dallo stesso Erdogan (quando ancora si diceva laico e non costringeva la moglie ad indossare il velo per motivi meramente elettorali): ad esempio si è passati dall'alfabeto arabo a quello latino e si è creata una struttura amministrativa su modello francese. È dagli anni Cinquanta che si ragiona se annettere o meno la Turchia all'Unione Europea, praticamente da prima ancora che esistesse l'Unione stessa.

Nel 2003 Erdogan, molto diverso dal politico e dal personaggio che conosciamo oggi, mise in atto una serie di riforme che oggi il Paese vede cancellare completamente: l'abolizione della pena di morte, ad esempio, è una di queste, come lo è anche il riconoscimento dei diritti della minoranza curda, che oggi lancia disperate grida d'aiuto denunciando il tentativo di genocidio da parte dello Stato turco. In quegli anni, ma anche in quelli precedenti e fino a forse massimo un paio di anni fa, a viaggiare in Turchia era facile sentirsi “a casa” in Europa: la re-islamizzazione del Paese è stato un processo lento ma inesorabile per il quale Erdogan ha riutilizzato gli strumenti democratici per picconare la democrazia.

L'unica democrazia del mondo musulmano non è più tale: Erdogan ha rotto quel fragile equilibrio tra Stato secolare ed Islam forgiato dal padre della patria Kemal Ataturk e conservato da tutti quanti coloro che lo hanno seguito ed oggi il Paese è spaventato e sanguinante, rancoroso e pericolosamente ferito. Come una bestia, accecata dal suo stesso sangue: oggi i turchi hanno paura di parlare o per timore di finire vittime di un attentato o per timore di finire vittime della repressione di Erdogan.

Ma in realtà Erdogan non ha fatto niente di nuovo. Ed è qui che entra il discorso della memoria, e delle responsabilità europee: ad Adolf Hitler sono serviti ben quattro referendum per accentrare tutto il potere nelle sue mani ma nonostante ciò i leader europei hanno violentemente tappato la bocca ai politici turchi, impedendo loro di parlare in Europa durante la campagna elettorale e facendo così il gioco di Erdogan, che in patria denunciava a tutte le televisioni quanto i leader europei fossero brutti sporchi e cattivi con lui e con i turchi, censori e razzisti. Aveva ragione, avevano ragione tutti. Quindi, è evidente, non aveva ragione nessuno. Le conseguenze più dure le pagheranno i turchi, coloro che vivono in patria e hanno votato No al referendum e non coloro che vivono all'estero e hanno votato Sì perché si sono lasciati convincere delle sirene di Ankara che gli europei erano razzisti e violenti, che non li volevano e che nel caso li volevano buoni e silenziosi.

Ma come insegna l'effetto farfalla anche da noi ci saranno conseguenze pesanti da digerire: la Turchia era fino a ieri un modello di integrazione tra stato di diritto ed Islam, ha fornito per decenni questo modello plasmandolo non sulla cultura religiosa ma su pilastri laici di rispetto e uguaglianza. Bastava prendere un volo e passeggiare per Istanbul per rendersene conto: camminare romanticamente mano nella mano lungo il ponte sul Bosforo e scambiarsi baci affettuosi sul tetto del Corno d'Oro, tra la Moschea Blu e Hagia Sophia, parlare con la gente del posto ed essere invitati per una baklava da qualche ragazza per capire qualcosa della laicità culturale dei turchi. Oggi è ancora così ma la paura ha soffocato tutto: in Turchia non attecchivano partiti come i Fratelli Musulmani, curiosamente indicati da molti in Europa come panacea di tutti i mali dell'Islam politico, e il senso dello stato era più forte di quello della religione. Oggi si è ribaltato tutto e quella turca è una società spaventata come spaventato è l'islamista radicale che vede un pericolo in un sorriso femminile, in una musica occidentale o in una vignetta che raffigura Maometto.

Erdogan è forse il più grande politico che la Turchia abbia mai avuto. Più di Ataturk ha plasmato un paese non tanto a sua immagine e somiglianza ma a immagine e somiglianza delle proprie ambizioni. Come ha scritto su The Australian Paul Maley, ex-corrispondente dalla Turchia, “oggi il mondo ha perso una democrazia ma l'Islam ha perso un modello di governo”: non c'è niente di più vero.