La dimensione "catastrofica" della guerra civile in Sud Sudan: il rischio genocidio e i milioni di profughi in fuga

Juba
Sfollati sudsudanesi si ritrovano ad un punto di raccolta idrico all'interno di una missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan, alla periferia della capitale Juba. 25 gennaio 2017. REUTERS/Siegfried Modola
  • Dall'estate scorsa il Sud Sudan è di nuovo in preda alla guerra civile;
  • Nell'ultimo anno sono 490.000 i sudsudanesi fuggiti in Uganda.

Martedì 14 febbraio l'Agence France Presse (AFP) ha pubblicato stralci di un rapporto confidenziale interno alle Nazioni Unite, nel quale la guerra in Sud Sudan è definita “una catastrofe per i civili”. Quello di “catastrofe” è un termine utilizzato più volte nel rapporto: descrive la situazione umanitaria, il conflitto bellico in quanto tale ma anche in generale le condizioni di vita dei civili sudsudanesi, in fuga massiccia da città e villaggi: “Numeri da record” si legge nel rapporto citato da AFP, che lancia anche il rischio che possano essere commesse atrocità e crimini di massa contro l'umanità: “La situazione della sicurezza continua a peggiorare in molte regioni del paese, l'impatto del conflitto e della violenza ha raggiunto proporzioni catastrofiche” è la preoccupazione di Antonio Gutierres, segretario generale dell'ONU eletto da poco.

Una narrazione simile l'ha offerta un rapporto dell'ONU pubblicato a dicembre, dove si paventa il rischio di un nuovo Ruanda nel territorio del Sud Sudan.

Il suo predecessore alla guida dell'ONU, Ban Ki Moon, nel luglio del 2016 aveva accusato in un'intervista a Jeune Afrique sia il Presidente del Sud Sudan Salva Kiir sia il suo rivale Riek Machar, ex-vicepresidente, dicendo che entrambi “tradiscono la propria gente e la comunità internazionale […] ci hanno deluso”. Ma nonostante tutto la situazione si è ulteriormente aggravata, nell'immobilismo della comunità internazionale: pochi giorni fa scrivevamo di come il Sud Sudan rischi di diventare “la Siria africana”, una situazione che sarebbe una vergogna senza fine per l'intera struttura delle Nazioni Unite. In Sud Sudan sono presenti attualmente circa 13.000 caschi blu, ai quali tuttavia è regolarmente impedita ogni attività e di svolgere la missione di pace da parte sia delle truppe governative fedeli a Kiir sia da parte delle milizie ribelli agli ordini di Machar: molta presenza e poca sostanza insomma, con episodi che sono in un certo senso emblematici della situazione generale.

La scorsa settimana, ad esempio, una pattuglia di caschi blu dell'ONU è stata fermata ad un posto di blocco dei militari governativi. In quattro hanno intimato di scendere ai militari dell'ONU, li hanno picchiati e si sono appropriati del mezzo.

In Sud Sudan oltre 2 milioni di cittadini vivono oggi da sfollati interni, mentre la violenza continua a mietere vittime e a rendere difficili, se non impossibili, le attività umanitarie in sostegno delle popolazioni: la più giovane nazione del mondo è anche quella dove ci sono più rifugiati e sfollati e le organizzazioni umanitarie stimano in 7,5 milioni le persone in tutto il Sud Sudan che necessitano di assistenza umanitaria e protezione. “Siamo di fronte a nuove esigenze senza precedenti e queste aumenteranno durante la stagione secca” ha dichiarato ai colleghi di IBTimes UK Eugene Owusu, coordinatore umanitario per il Sud Sudan. Gli accordi di pace e le pantomimiche strette di mano per siglare i cessate il fuoco sono sempre stati aria fritta, in Sud Sudan: Kiir e Machar - quest'ultimo per ragioni di sicurezza non vive nemmeno più in Sud Sudan. Si trova in Sud Africa dal luglio 2016 - hanno firmato l'ultimo accordo di pace nell'agosto del 2015 ma dall'ultima rottura del cessate il fuoco, nel 2014, le violenze in realtà non sono mai cessate. I due non riescono a controllare le truppe ma, sopratutto, non hanno un reale interesse a dare ordine di smetterla con le violenze: il 12 febbraio un influente generale sudsudanese, il tenente generale Thomas Cirillo Swaka, numero due della divisione logistica dell'esercito regolare di Juba, si è dimesso dichiarando di avere “perso la pazienza nei confronti della leadership” e accusando il Consiglio degli anziani del gruppo etnico dei Dinka (di cui il presidente Kiir è membro) di voler “attuare l'agenda di pulizia etnica” tramite il trasferimento forzato della popolazione e dominio etnico sui non-Dinka. Progressivamente in effetti l'esercito regolare sud-sudanese si è trasformato in un esercito tribale a maggioranza schiacciante Dinka per volontà presidenziale: lo stesso tenente generale ha ammesso di aver fatto parte di veri e propri squadroni della morte, partecipando a “uccisioni di massa, stupri di donne e incendi dei villaggi, con il pretesto di perseguire i ribelli all'interno di villaggi pacifici”. Solo nel mese di gennaio 52.000 sudsudanesi hanno lasciato il Paese diretti verso l'Uganda e in tutto il 2016 sono stati 490.000 i profughi provenienti dal Sud Sudan e fuggiti nel vicino paese africano. Nei primi giorni di febbraio il ritmo di rifugiati che attraversano il confine per chiedere aiuto è di 2.500 persone al giorno.

Numeri che dovrebbero far accapponare la pelle, visto che nel 2016 il numero totale di persone arrivate sulle coste meridionali europee (non solo italiane ma anche greche, maltesi, spagnole, etc) è di 362.000, ma che in realtà passano relativamente sotto il silenzio di un'Europa concentrata sul proprio ombelico. Come abbiamo scritto noi di IBTimes Italia la maggior parte dei migranti in Libia non vuole venire in Europa e, più in generale, la maggior parte dei migranti interni al continente africano vuole restare all'interno del continente africano: “La verità è che nel 2016 ci sono stati più profughi che hanno cercato rifugio in Uganda ogni giorno di quanti si siano diretti in alcuni dei ricchi paesi europei nel corso dell’intero anno” ha spiegato Jan Egeland, segretario generale del Norwegian Refugee Council. Il campo profughi di Bidi Bidi, nel nord dell'Uganda, è oggi tra i più affollati del mondo: creato meno di sei mesi fa ospita più di 270.000 persone, rifugiati provenienti dal Sud Sudan.

Secondo l'UNHCR (l'Agenzia ONU per i rifugiati) il numero di persone fuggite dal paese più giovane del mondo è di 1,5 milioni e, di questi, 700.000 hanno trovato un porto franco in Uganda. Ma i numeri sono in costante aggiornamento al rialzo: entro la fine del 2017 l'Uganda, in collaborazione proprio con l'UNHCR, aumenterà la capacità di accoglienza a 925.000 persone. “Non si tratta di fame, non si tratta di lavoro. Si tratta solo di violenza” ha detto a Newsweek Thierry Lecoq, a capo del team di Mercy Corps nel nord dell'Uganda.

La guerra civile ha fagocitato tutto: vite umane e interi villaggi, territori e milizie, armi, munizioni e anime umane. Ma non solo: la guerra civile ha devastato lo Stato, quel languido sistema di diritto, norme e leggi, che avrebbero dovuto rappresentarne la spina dorsale, la speranza per il futuro. Tutto è stato bruciato e nell'assenza dei lumi del diritto l'umanità è in preda all'orrore: negli anni si sono avute notizie, ben dettagliate all'interno di rapporti e relazioni redatti da agenzie ONU, ong, giornalisti e centri studi internazionali, circa stupri di massa e cannibalismo forzato, arruolamento di bambini soldato e omicidi di interi villaggi, dati alle fiamme. Due terzi della popolazione che ancora vive in Sud Sudan si trova in condizioni di assoluta povertà, secondo la Banca Mondiale, ma non sembra essere questo il vero problema dei sudsudanesi: dai disordini di Juba dell'estate scorsa le violenze si sono rapidamente allargate a tutto il Paese, diversi nuovi gruppi armati sono nati complicando oltremodo il quadro politico ed etnico del conflitto.

Secondo le ONG che operano in Uganda in aiuto dei profughi sudsudanesi questi potrebbero restare a Bidi Bidi per almeno cinque-sei anni, anche perché le speranze di vedere un Sud Sudan pacificato sono davvero ridicole. Sopratutto se messe accanto alla pessima credibilità dei leader a capo delle due principali fazioni contendenti.