La fame mette in ginocchio la Siria: gli aiuti umanitari non bastano più

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Una colonna di aiuti umanitari della Croce Rossa, Mezzaluna Rossa e Nazioni Unite entra a Madaya, 11 gennaio 2016. REUTERS/Omar Sanadiki

Il dramma della popolazione della città siriana di Madaya, una quarantina di chilometri a nordovest di Damasco, assediata per sei mesi dalle truppe del presidente siriano Bashar al-Assad è la cartina tornasole di quello che succede in molti villaggi e cittadine della Siria.

Non ci sono solo i morti in battaglia, le esecuzioni brutali e le fosse comuni tra gli orrori della guerra civile siriana. A Madaya, dove secondo Medici Senza Frontiere almeno 23 persone sarebbero morte di fame nell'ultimo mese, l'inedia, la sete e le malattie stanno decimando la popolazione e così in tante altre parti della Siria: chi non è riuscito a fuggire e chi non si è arruolato per combattere in una qualunque delle decine di formazioni armate in conflitto ha dovuto attendere disperatamente l'arrivo dei 44 camion della Croce Rossa Internazionale e del World Food Program dell'ONU, entrati lunedì 11 gennaio in città. Anche nelle città sciite di Fuà e Kefraya, al confine con il Libano e assediate dai ribelli, sono stati fatti entrare aiuti umanitari: “La tattica di assedio e di affamare le popolazioni è una delle caratteristiche più spaventose del conflitto siriano” ha detto ai giornalisti l'ambasciatore neozelandese alle Nazioni Unite Gerard van Bohemen.

Madaya è diventato negli ultimi giorni un simbolo di sofferenza: 40.000 persone intrappolate nella morsa della guerra, assediate prima dai ribelli e poi da Assad e poi ancora dai ribelli e da Assad. Un inferno. Come Madaya, gli esperti stimano che siano 15 le aree del paese nelle stesse condizioni, per un totale di circa 400.000 civili sotto assedio che attualmente hanno bisogno di cibo, medicinali, assistenza. Secondo le Nazioni Unite oltre alla guerra ed alle violenze c'è un altro flagello che sta distruggendo la vita dei siriani rimasti nel loro paese: la povertà che deriva dalla rovina economica del paese.

Se la vita procede nel centro di Damasco, già allontanandosi di una ventina di chilometri dall'enclave baathista siriana la distruzione economica e sociale è palpabile: secondo numerose organizzazioni umanitarie quattro siriani su cinque vivono oggi in condizioni di povertà. Una situazione drammatica, talmente drammatica che gli aiuti umanitari non bastano più. Secondo la portavoce della delegazione della Croce Rossa in Siria Marianne Gasser, citata dal Guardian, l'arrivo degli aiuti a Madaya “è molto positivo. Ma non deve essere una distribuzione una tantum. Per alleviare le sofferenze di queste decine di migliaia di persone, deve essere garantito un regolare accesso a queste aree”. Il capo degli affari umanitari delle Nazioni Unite Stephen O'Brien ha invece chiesto l'evacuazione immediata da Madaya di 400 persone a causa del loro stato di grave malnutrizione.

Tuttavia, sono molte le ONG operanti in Siria che lamentano l'impossibilità di aiutare tutti, sia dal punto di vista logistico sia da quello prettamente quantitativo. Per questo motivo molte organizzazioni, come il Danish Refugee Council (RDC), cercano di adottare politiche umanitarie per sostenere ed attuare progetti di autosostentamento: “Non si può avere un'intera popolazione che dipende dagli aiuti umanitari, non ha alcun senso” ha dichiarato Peter Klanso, coordinatore di RDC in Medio Oriente.

Molti siriani tornati alle proprie terre e città di origine strappate al controllo di Daesh, ad esempio, non possono permettersi i semi e le attrezzature agricole necessarie a ripristinare le coltivazioni. Le sovvenzioni agricole governative sono state drasticamente ridotte e in vaste aree del paese completamente cancellate. La produzione agricola nel nordest della Siria, un tempo noto come il “granaio del Levante”, è velocemente crollata: 6,6 milioni di siriani oggi sono sfollati a causa della guerra civile, 400.000 sono assediate in zone di guerra e si stima siano 13,5 milioni i siriani che hanno bisogno di cibo, che scarseggia per tutti. Secondo una ong che opera nel nordest della Siria, citata in forma anonima da Irin News, il flusso di aiuti umanitari ha contribuito a far calare la domanda di prodotti agricoli.

La FAO finanzia progetti in sostegno all'agricoltura, l'International Rescue Comittee (IRC) gestisce programmi di formazione e tirocinio per i giovani e quest'estate ha erogato oltre 2.500 voucher per l'acquisto di semi, fertilizzanti, attrezzi agricoli, la Croce Rossa britannica sostiene i produttori di tappeti e così anche la Mezzaluna Rossa: Damasco, Deraa, Homs, sono tante le città dove sono attivi programmi di questo tipo. Secondo Solidarités International anche la zona di Aleppo ha necessità di questo tipo di programmi di sostegno, ma la guerra permanente blocca la città in una bolla di orrore senza fine.

Il vantaggio di questo tipo di assistenza è nel suo stesso potenziale a lungo termine, ma non solo: nelle zone assediate molti siriani si trovano costretti ad arruolarsi (tra i ribelli, con Daesh o con Assad poco importa) per poter ricevere uno stipendio e dar loro un'alternativa per garantire il proprio sostentamento e quello delle proprie famiglie è la forma di assistenza più lungimirante che si possa fornire: “L'impatto di tali programmi non è immediato, i bisogni umanitari spesso sono schiaccianti ed è più difficile realizzare questo tipo di progetti piuttosto che fornire cibo” spiega un rapporto della London School of Economics.

La scarsità di aiuti messi a disposizione per i siriani, la portata umanitaria della crisi a margine della guerra civile, l'impossibilità di accedere nelle aree assediate per portare gli aiuti e le problematiche legate alla sicurezza interna in Siria rendono molto complicati entrambi gli approcci, sia quello assistenzialista puro sia quello orientato all'auto-aiuto.

Per questo è importante concentrarsi su un impegno umanitario a lungo termine che rimetta i siriani in condizione di auto-sostenersi: la speranza, alternativa alla disperazione della guerra civile, è una chiave psicologica essenziale sia per giungere alla fine del conflitto sia per poter ristabilire una società economicamente solida.