La legge sul reato di tortura è molto peggio di una tortura

Tortura
Protesta contro i metodi di tortura davanti la Casa Bianca. REUTERS/Jason Reed

Sulla proposta di legge che introduce, con più di trent’anni di ritardo, nell’ordinamento italiano il reato di tortura è stato compiuto un mezzo miracolo: mettere finalmente tutti d’accordo .

Il problema, nel caso specifico, riguarda il fatto che il testo, così com’è stato stravolto, così come è stato martoriato, annacquato, vilipeso e snaturato scontenta tutti, non piace a nessuno e arreca a molti un senso di indignazione difficile da ignorare. Qui sta l’accordo unanime. Perché non si tratta di un reato qualunque, non si tratta di “politica”, si tratta di una realtà a cui nel corso degli ultimi decenni abbiamo assistito più e più volte. Siamo il Paese di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, siamo il Paese della Diaz. Con questo provvedimento i procedimenti aperti in seguito a quanto accaduto finirebbero diversamente? Forse, non si sa, il disegno di legge non è chiaro, ma probabilmente cambierebbe poco o nulla.

L’Ok del Senato non è definitivo, ma il testo dovrà passare alla Camera per la quarta lettura. Ed è proprio nella tanto odiata navetta parlamentare che risiede la speranza di coloro che da anni spingono per l’approvazione di una legge sulla tortura, perché nonostante il rischio, concreto, sia quello di allungare ancora di più l’iter già interminabile (3 anni) della proposta arrivando a fine legislatura senza un testo e dovendo ricominciare tutto dall’inizio, predisporre delle modifiche è l’unica cosa che ci permetterà di avere una legge degna di questo nome.

IL REATO DI TORTURA


Il percorso di questo provvedimento è cominciato a marzo del 2014. Sono passati tre anni e il traguardo è ancora lontano. Quasi trent’anni sono invece trascorsi dal giorno in cui l’Italia ha ratificato la Convenzione ONU sulla tortura (era il 1988), abbiamo ricevuto condanne dall’UE per il nostro colpevole ritardo, eppure non è cambiato nulla.

Il disegno di legge approvato pochi giorni fa dal Senato viene definito come “un compromesso”. Tra chi? Tra chi pretende che le forze dell’ordine abbiano mano libera su tutto e chi invece spera che le vittime dei pubblici ufficiali riescano ad ottenere giustizia.

Un compromesso confuso, difficile da interpretare e sicuramente al ribasso. In base a quanto previsto il reato di tortura dovrebbe essere introdotto nel codice penale italiano, ma con tante di quelle scappatoie da diventare difficile da applicare.

Un’opinione condivisa anche da chi quel DdL tre anni fa lo presentò, il senatore del Partito Democratico, Luigi Monconi, che non ha votato il testo uscito da Palazzo Madama non riconoscendolo più come proprio.

COSA PREVEDE IL TESTO


L’Articolo 1 introduce il reato nel codice penale con gli articoli 613 bis e 613 ter.

In base a quanto previsto, la tortura è la condotta di chi agendo con “violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico”.

La pena è di 4-10 anni di reclusione “se il fatto è compiuto mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”. Si sale a 5-12 anni per i pubblici ufficiali e per gli incaricati di pubblico servizio nell’esercizio delle loro funzioni, 30 anni in caso di morte “non voluta” della vittima”, ergastolo se c’è volontà.

La pena però “non si applica nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti”.

La tortura diventa dunque un reato comune e non proprio dei pubblici ufficiali (come invece lo interpretano le Nazioni Unite), viene introdotto il concetto di reiterazione, la possibilità che tutto cada in prescrizione rimane lì dov’è e con il passaggio sopra citato relativo alle sofferenze risultanti “dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti”, semplicemente non si capisce dove si voglia arrivare.

Se la tortura viene compiuta una sola volta potrebbe non essere punita dato che, in base a quanto si legge, servono “più condotte”, mentre sul “verificato trauma psichico” sorge una domanda: come e quando dovrebbe essere verificato questo trauma? Durante il processo? E tenendo conto dei tempi biblici della giustizia italiana, questa verifica come si configura?

Questo è il frutto di tre anni di lavoro dei nostri parlamentari. Un “ottimo” lavoro, non c’è che dire.