La morte dell'ambasciatore russo Karlov potrebbe anticipare una rivoluzione globale (e avvicinare ancora di più Russia e Turchia)

Foto dell'ambasciatore russo Karlov
Fiori vicino alla foto dell'ambasciatore russo Karlov ucciso il 19 dicembre 2016 REUTERS/Maxim Shemetov

Di fronte alle immagini dell'ambasciatore russo Andrey Karlov freddato dall'ex-ufficiale di polizia turco Mevlut Mert Altintas a margine di una mostra d'arte ad Ankara, in Turchia, abbiamo tutti - o quasi - pensato all'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo del 28 giugno 1914 a Sarajevo, fatto che rappresentò il pretesto dell'impero austro-ungarico per dichiarare guerra alla Serbia. Il casus belli della Prima Guerra Mondiale.

Per fortuna ad Ankara le cose non sono comparabili con quelle di oltre un secolo fa a Sarajevo, anche se certamente il clima non è dei migliori: l'assassino di Karlov non è un sovversivo ultranazionalista bosniaco come Gavrilo Princip ma un ex-ufficiale di polizia diplomatosi in accademia nel 2014 e un tempo forse iscritto, addirittura militante, al partito di Erdogan AKP. È stato un contractor addetto alla sicurezza personale del presidente turco Recep Tayyip Erdogan più volte e nei fotogrammi immediatamente successivi all'uccisione dell'ambasciatore Karlov mostra una, seppur timida, professionalità ineccepibile: mantiene il dito lontano dal grilletto, si mostra lucido e commenta l'attentato scandendo le parole chiaramente affinché siano comprensibili, urlando a tutti di stargli lontano perché lui è già morto. Morirà pochi secondi dopo.

Fino ad oggi sia la Russia che la Turchia sembrano voler reagire diversamente da come fece l'impero austro-ungarico 102 anni fa: secondo le cancellerie di Ankara e di Mosca l'attentato a Karlov è un tentativo di indebolire i legami tra i due Paesi, che hanno ritrovato una pax armata in tempi recenti dopo che le relazioni tra i due paesi erano cadute ai minimi storici con l'abbattimento del jet russo, trasvolato sui cieli turchi. La Turchia sostiene, per ora, che Altintas fosse legato all'imam e magnate Fetullah Gulen - che secondo Erdogan avrebbe anche ordito il tentato golpe del 15 luglio scorso - ma questa ipotesi è un po' debole sopratutto alla luce delle purghe che da luglio hanno portato in carcere decine di migliaia di persone, mentre Altintas continuava a prestare servizio scorta al presidente turco. Quello che è certo è che lo stesso attentatore, nella sua rivendicazione, ha parlato di Aleppo e della Siria accusando di orrori l'alleanza siro-russa, promettendo vendetta invocando dio: un dio che non è certamente quello dell'Islam, nonostante sia quello invocato, visto che nel puntare il dito verso il cielo Altintas usa la mano sinistra, quella “impura”, mentre nella destra stringe la Glock. L'Islam, quindi, c'entra poco mentre la Siria molto: l'ennesima, tragica, dimostrazione della complessità della situazione.

Che cosa succederà adesso? Gli scenari macroscopici sono fondamentalmente due: una rottura definitiva dell'amicizia tra Russia e Turchia, improbabile anche perché la Turchia è sempre un membro della NATO, o una saldatura a doppio filo di questo rapporto fino ad oggi controverso e conflittuale, dove il peso delle ingombranti personalità di Erdogan da una parte e di Putin dall'altra ha creato una situazione di semi-congelamento. Questo secondo è uno scenario decisamente più plausibile che apre la strada ad altre considerazioni e ad altre suggestioni: quasi certamente assisteremo ad una ulteriore stretta repressiva in Turchia, dove lo stato d'emergenza si sta trasformando quasi in legge marziale e dove non passa giorno senza che ci siano centinaia di nuovi arrestati accusati di attività sovversive contro l'ordine costituito. La stessa cosa potrebbe accedere in Russia, con risultati meno problematici sul piano sociale - non fosse altro che i cittadini russi sono più abituati dei turchi al controllo sociale ed alla repressione. In tal senso più che all'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando qui è interessante fare un parallelismo con la salita al potere di Putin e il consolidamento dello stesso e della sua personalità: la Cecenia porta ancora le ferite della guerra e del giro di vite voluto da Putin, che potrebbe mettere a disposizione di Erdogan “l'esperienza russa” per una stretta in Kurdistan. E quindi in Siria e quindi, meno probabile, nel nord dell'Iraq.

Russia e Turchia sono oggi, formalmente, ai lati opposti della guerra civile siriana ma le cose potrebbero cambiare rapidamente: entrambi infatti sono stati gli attori principali che hanno contribuito a mediare l'ultimo cessate il fuoco su Aleppo. Ieri (lunedì 19 dicembre) Staffan De Mistura, inviato dell'ONU in Siria, intervistato da SkyTg24 prima dell'attentato all'ambasciatore russo ha detto che i colloqui di pace potrebbero riprendere il prossimo 28 febbraio ma anche che l'evacuazione di Aleppo rappresentava “un grande passo in avanti” proprio grazie alla collaborazione russo-turca. In questo senso la Russia potrebbe ora accodarsi alla Turchia nella campagna militare siriana contro lo Stato Islamico, ma anche contro i curdi, la principale preoccupazione di Erdogan, che con Daesh ha fatto affari se non alla luce del sole poco ci manca. In questo scenario la Turchia si sfilerebbe, di fatto, dalla NATO - che con gli Stati Uniti ed altri alleati sostiene, arma e addestra i curdi - mettendosi dall'altra parte del fronte, creandosi un ruolo di primo piano nella guerra siro-irachena, cosa che Ankara non ha mai nascosto di voler ricoprire, e trovando in questo, chissà, anche il beneplacito della prossima amministrazione americana a guida Donald Trump.

Se ciò accadesse altro che arciduca Francesco Ferdinando: la morte dell'ambasciatore Andrey Karlov potrebbe essere l'inizio di una rivoluzione globale di diversi assetti politici e diplomatici, un salto nel mistero che da un lato spaventa ma che dall'altro è visto con grandi speranze da parte di chi sostiene Putin o Trump. Il quale, a breve, si troverà a dover sostenere anche Erdogan, fino a pochi mesi fa un criminale senza cuore.