La morte di Kim Jong-nam e la fitta rete di spie della Corea del Nord [VIDEO]

Kim Jong-nam
La televisione sudcoreana trasmette la notizia della morte di Kim Jong-nam, fratellastro del leader nordcoreano, ucciso nell'aeroporto di Kuala Lumpur. Seul, Corea del Sud, 14 febbraio 2017. Lim Se-young/News1 via REUTERS
  • La morte di Kim Jong-nam, fratellastro del leader nordcoreano, potrebbe rientrare nella strategia del terrore del regime di Pyongyang;
  • La Corea del Nord usa spesso spie di sesso femminile per il lavoro sporco: danno meno nell'occhio e sono addestrate in modo specializzato;
  • Kim Jong-un manda così un messaggio chiaro al suo popolo: "Niente può fermarmi".

 

Lo scorso 14 febbraio l'agenzia sudcoreana Yonhap ha pubblicato la notizia, poi confermata, della morte in Malesia di Kim Jong-nam, 46enne fratellastro del leader nordcoreano Kim Jong-un: si trovava in Malesia con un passaporto falso, il nome sul documento era Kim Chol, e secondo una ricostruzione fornita alla Reuters da un alto funzionario di polizia malese sarebbe dovuto partire con il volo delle 10:50 per Macao, dove viveva, lunedì 13 febbraio. Si sarebbe sentito male alle 9 del mattino, mentre era in fila al check-in del terminal dell'aeroporto internazionale di Kuala Lumpur, dove ha iniziato a lamentare giramenti di testa e malessere generale: è stato trasferito inizialmente nella clinica dell'aeroporto ed è morto sull'ambulanza che lo stava trasportando al Putrajaya Hospital della capitale malese. Si trovava in Malesia da appena una settimana.

Questi i fatti certi. Il governo degli Stati Uniti crede che Kim Jong-nam sia stato avvelenato: penne al veleno, aghi avvelenati, cibo o bevande avariate, la causa “è ancora da chiarire” secondo Washington, ma secondo alcuni media sudcoreani come Chosun TV, un network via cavo che cita fonti governative di Seul, il fratellastro del dittatore nordcoreano sarebbe stato avvelenato con un ago da due donne fuggite poi dall'aeroporto a bordo di un taxi. Il capo dei servizi segreti sudcoreani ha affermato che l'omicidio sarebbe stato ordinato dalle autorità di Pyongyang. Forse da Kim Jong-un in persona. La notizia non è stata confermata ma queste voci alimentano da giorni speculazioni, più o meno fondate, sul presunto coinvolgimento del governo di Pyongyang e del dittatore. Secondo la ricostruzione, molto attendibile, pubblicata dal Washington Post Kim Jong-nam sarebbe stato letteralmente aggredito da queste donne molto avvenenti, che lo avrebbero avvelenato: una di loro indossava un maglione bianco con la scritta “LOL” e il suo volto è stato catturato da alcune telecamere di sorveglianza dell'aeroporto.

Una delle due avrebbe spruzzato del liquido sul volto del malcapitato, l'altra gli ha tenuto premuto sul viso un panno per una decina di secondi e poi si sono dileguate, nell'indifferenza del caos aeroportuale: al tassista che le ha condotte all'Empire Hotel di Kuala Lumpur hanno detto di essere originarie del Vietnam.

Mentre mercoledì 15 febbraio veniva completata l'autopsia sul corpo del nordcoreano, i risultati non sono stati resi noti, la polizia malese arrestava una donna di 28 anni, Doan Thi Huong, secondo il suo passaporto cittadina vietnamita: sarebbe stata identificata nei filmati della videosorveglianza e sarebbe proprio lei la donna con la maglia bianca. Venerdì 17 le agenzie stampa hanno pubblicato la notizia dell'arresto di altre due persone in relazione alla morte di Kim Jong-nam: sarebbero una donna, Siti Aishah, cittadina indonesiana di 25 anni nata a Serang, e il suo presunto fidanzato Muhammad Farid Bin Jalaluddin, di 26 anni. Secondo quanto dichiarato dalla polizia malese le indagini si starebbero concentrando su “pochi altri” sospettati.

Perché Kim Jong-nam?

Il giornale malese New Strait Times ha ricostruito la dinamica dell'omicidio citando le immagini della videosorveglianza: mentre era in coda al check-in uno degli aggressori avrebbe distratto Kim Jong-nam mentre un altro lo prendeva alle spalle in una morsa e gli somministrava il veleno. Le immagini della sorveglianza mostrerebbero due sospetti, due donne, camminare poi di buon passo verso la stazione dei taxi dell'aeroporto: una delle due indossa un guanto scuro sulla mano sinistra ma dopo pochi fotogrammi quel guanto scompare. Le immagini mostrerebbero anche il volto di Kim, stretto in una smorfia di dolore e con gli occhi chiusi.

Kim Jong-nam aveva lo stesso padre di Kim Jong-un ma è nato da una madre diversa, l'attrice Song Hye-rim con cui il “Presidente Eterno” Kim Jong-il ha avuto una relazione clandestina: per anni l'esistenza stessa di Kim Jong-nam è stata tenuta nascosta, è stato mandato a studiare prima a Mosca e poi in Svizzera, ed ha dovuto assistere a una sorta di sterminio della propria famiglia (zii, fratelli, amici di famiglia mandati nei campi di lavoro, parenti che vivono oggi sotto protezione). Nel 2001 fu fermato all'aeroporto Narita di Tokyo con un falso passaporto della Repubblica Dominicana. Si scoprì, una volta espulso dal Giappone, che era sua abitudine volare tra Pyongyang e Tokyo per frequentare i bordelli nel quartiere Yoshiwara: uno scandalo per l'élite nordcoreana, anche perché Jong-nam sarebbe potuto diventare successore del padre al posto del fratello Jong-un. Quello scandalo, insopportabile per il regime, fu l'evento che lo fece definitivamente diventare la pecora nera della famiglia Kim: fu esiliato e si stabilì a Macao, dando così sfogo alla sua passione per il gioco d'azzardo, ma il regime non lo ha mai dimenticato, come se fosse su una qualche lista nera di traditori da eliminare.

Una spia nordcoreana catturata in Corea del Sud nel 2012 confessò, chissà se questo è vero o falso, che due anni prima aveva cercato di uccidere Jong-nam. Cinque anni fa, quando Kim Jong-un prese il potere, avrebbe addirittura emesso un ordine permanente per mettere a tacere il fratellastro, il quale arrivò a scrivergli chiedendo di essere lasciato in pace: “Sappiamo che l'unico modo per sfuggire è suicidarsi” concludeva la lettera. La risposta del regime fu bestiale: la morte dello zio Jang Song-thaek, il secondo uomo più potente della Corea del Nord giustiziato su ordine di Jong-un. Un'altra morte sulla quale le speculazioni si sono sprecate, passata alla storia (falsa) come un atto di barbarie quasi incredibile: molti affermano, senza avere alcun elemento per dimostrarlo, che sia stato dato in pasto ai cani. Quello che è certo è che Song-thaek è stato giustiziato.

Se le speculazioni sul coinvolgimento di Kim Jong-un nella morte del fratellastro fossero confermate, il che è molto probabile ma non è assolutamente sicuro (secondo quando detto alla Reuters da Koh Yu-hwan, docente alla Dongguk University di Seul, i mandanti dell'omicidio potrebbero essere dei lealisti del regime nordcoreano desiderosi di fare un favore al capo), saremmo di fronte a un messaggio molto forte, e chiaro, lanciato dal regime di Pyongyang: nessuno può sfuggire alla vendetta di Kim.

Una sete di vendetta che nel corso degli anni si è più volte abbattuta verso “il traditore” di turno: nel dicembre 2013 la morte di Jang Song-thaek, zio dei due fratellastri e numero due del regime, nel 2015 l'esecuzione di Hyon Yong-cho, alto ufficiale dell'esercito, capo della Difesa della Corea del Nord e vice-primo ministro che qualcuno dice fucilato con un cannone antiaereo (altra probabile bufala che pure da il senso delle speculazioni dei media sui fatti che avvengono in Corea del Nord), nel gennaio 2017 il demansionamento di Kim Wong-hong, capo dei Bowibu, la polizia segreta di Pyongyang, accusato di corruzione e abuso di potere. Oltre a loro altri quattro, su cinque, dei più alti gradi dell'esercito nordcoreani sono stati epurati, tolti dall'incarico e giustiziati: secondo Thae Yong-ho, ex-viceambasciatore nordcoreano a Londra che ha disertato nell'agosto del 2016, pur “non potendo confermare la veridicità di queste informazioni […] la lotta per il potere è abbastanza comune nella storia nordcoreana. […] Kim Jong-un ha ucciso molti alti ufficiali e questo ha creato molti reclami e dissenso nelle sfere più alte”.

Tuttavia resta la domanda “perché proprio Kim Jong-nam?”: in passato aveva criticato il regime e il fratello ma da anni manteneva un profilo molto basso a Macao, dove ingrassava vistosamente e godeva del piacere delle belle donne e del gioco d'azzardo. Jong-nam era, in fondo, solo una lieve distrazione per il fratellastro e certamente non rappresentava un pericolo imminente per il suo potere. Vero è che “la paranoia” di Kim Jong-un, così come viene descritta dall'Associated Press, è tipica del potere violento e impedisce un'effettiva valutazione, in questi casi, del reale pericolo. E altrettanto vero è che l'esempio, nei regimi totalitari, è una delle armi più affilate utilizzate dalla propaganda: tuttavia questa seconda spiegazione si infrange contro un dato di fatto, cioè che Jong-nam per i cittadini nordcoreani era già un traditore ed era già considerato morto, ragion per cui gli altoparlanti sudcoreani hanno strillato la notizia lungo il confine cercando di raggiungere quante più orecchie nordcoreane possibili.

La rete di spie della Corea del Nord

AsiaOne ricorda come le spie della Corea del Nord operino in continuità in Malesia, a Singapore e in Indonesia da almeno due decenni: l'agenzia di intelligence di Pyongyang si chiama Reconnaissance General Bureau (정찰총국 in nordcoreano), agisce sotto la giurisdizione del Dipartimento di Stato per la sicurezza e risponde direttamente al leader Kim Jong-un. RGB gestisce in toto le operazioni di intelligence clandestine degli agenti di Pyongyang. Le spie nordcoreane sono ingegneri, tecnici, economisti e informatici, ma anche camerieri, portieri d'albergo e mendicanti.

Il 6 marzo 2015 il quotidiano Il Foglio ha pubblicato un articolo nel quale descriveva le attività di una spia nordcoreana a Roma. Messa così potrebbe sembrare il suggestivo titolo di una moderna commedia all'italiana, ma in realtà sotto c'è molto di più: Kim Su-gwang (questo il nome probabile della spia) si era infiltrato 12 anni prima come dipendente al World Food Programme, dove lavorava sotto copertura nella sezione informatica che trasferisce fondi ai paesi in cui opera l'agenzia ONU, mentre suo padre era residente a Parigi, dove lavorava per l'Unesco. Secondo un rapporto presentato in Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel febbraio del 2015 “diplomatici, funzionari e rappresentanti di commercio nordcoreani hanno giocato un ruolo chiave nel traffico delle armi illegali e di missili e spesso sono stati coinvolti anche in trasferimenti di fondi illegali” citando un provvedimento della magistratura francese nel quale compariva proprio la spia inviata a Roma da Pyongyang. Il World Food Programme, scrive Il Foglio, ha impiegato un anno per effettuare un'indagine interna che appurasse l'identità effettiva di Su-gwang, decidendo infine di licenziarlo.

La Corea del Nord ha una lunghissima tradizione di spie, anche di genere femminile (cui spesso vengono affidati i compiti più pericolosi e mortali): l'Associated Press ricorda, ad esempio, la storia di Kim Hyon-hui, che nel 1987 viaggiò con il padre ad Abu Dhabi con finti passaporti giapponesi per mettere una bomba durante lo scalo di un volo Baghdad-Seul con 115 passeggeri a bordo. L'aereo esplose al largo delle coste del Myanmar, i due furono arrestati in Bahrain ma il padre riuscì a suicidarsi con una Marlboro al cianuro: estradata in Corea del Sud, Kim disse che quell'attentato puntava a “distruggere le Olimpiadi” che sarebbero cominciate a Seul 10 mesi dopo. Condannata a morte e graziata, oggi Kim è autrice di best seller e moglie di un ufficiale sudcoreano che ha indagato su di lei.

Nel 1992 i servizi sudcoreani hanno annunciato l'arresto di 62 persone, tutte presunte spie, guidate da Lee Sun-sil, 75 anni, alla guida di un ramo segreto del Partito dei lavoratori della Corea del Nord presente nel sud della penisola. 22esima nella scala gerarchica del regime di Pyongyang, Lee è sfuggita all'arresto perché si trovava già in salvo in patria da almeno un paio d'anni. Ci era arrivata grazie all'aiuto di un ex-agente segreto nordcoreano (catturato qualche anno dopo) che ha confessato di averla accompagnata personalmente al nord, nel 1990, a bordo di un sommergibile. Lee era una persona talmente importante che ha incontrato privatamente Kim Il-sung per ben due volte: il Grande Leader le ha regalato un orologio d'oro con inciso il suo nome e concessole un importante onorificenza.

La storia di Won Jeong-hwa è allo stesso modo appassionante: soprannominata dalla stampa sudcoreana “la Mata Hari della Corea del Nord”, è riuscita ad ottenere informazioni sensibili dagli alti ufficiali militari sudcoreani che riusciva a portarsi a letto (lei dice uno solo, altri dicono decine: vai a capire dove sta la verità). Entrata in Corea del Sud come profuga in fuga dal regime nel 2001, nel 2008 è stata arrestata e condannata a 5 anni di carcere. Quando è stata rilasciata ha smentito la nomea di “Mata Hari” attribuitale dalla stampa, spiegando di essere stata una spia di basso livello, seppur altamente qualificata, e di avere addirittura disobbedito a chi le ha ordinato di uccidere, avvelenandole, due delle sue fonti sudcoreane. Di una di queste Won, lo ha detto lei stessa, si era innamorata.

L'RGB, oltre a operazioni di questo tipo, in passato è stato segnalato anche come importante narcotrafficante: nel 2003 sulla nave commerciale Pong Su le autorità australiane hanno rinvenuto 125 chili di eroina all'interno di una partita di congelatori, caricati a Port Klang in Malesia. Secondo le indagini furono alcuni uomini dell'RGB a rimuovere l'isolamento dai congelatori, utilizzati come contenitori per la partita di eroina. In Malesia i funzionari dell'RGB operano almeno dai primi anni Duemila: qui spesso acquistano prodotti chimici che sarebbe impossibile importare in Corea del Nord per via dell'embargo, contrabbandandoli attraverso la Cina e fino a Pyongyang.