La Repubblica del Congo sarà il prossimo paese africano a lasciare la Corte Penale Internazionale

Nguesso Renzi
Il Presidente della Repubblica del Congo Denis Sassou Nguesso ricevuto nel cortile di Palazzo Chigi dal capo del governo italiano Matteo Renzi. Roma, Italia, 26 febbraio 2015. REUTERS/Tony Gentile

La Repubblica del Congo, o Congo-Brazzaville, sarà probabilmente il prossimo paese africano a lasciare la Corte Penale Internazionale ritirando la propria firma dallo Statuto di Roma. Lo scorso giovedì 3 novembre una manifestazione tenutasi nella capitale Brazzaville, organizzata dal Fronte Patriottico (PF) e dal Wake Movement (MR2020), formazioni politiche giovanili che sostengono la maggioranza al potere, alla quale hanno partecipato circa 400 persone, ha invocato il “ritiro immediato del Congo dalla Corte Penale Internazionale […] che rappresenta la giustizia a geometria variabile” dell'occidente nei confronti dei leader africani.

Certo, il numero dei manifestanti può essere tranquillamente definito “ridicolo” ma per come funzionano le cose alla corte del Presidente Denis Sassou Nguesso ciò non significa che la manifestazione di giovedì scorso non sia stata un pretesto per avviare le procedure: il piccolo corteo di giovani sostenitori del Presidente infatti si è snodato per Brazzaville fino alla sede del Ministero della Giustizia, al cui titolare nei giorni precedenti gli organizzatori avevano consegnato un documento dal titolo inequivocabile “Procedure per il ritiro del Congo dalla Corte Penale Internazionale”.

Pierre Mabiala, Ministro della Giustizia, ha dichiarato: “Questo documento viene consegnato nelle giuste mani: vi ringrazio per questo” promettendo di studiare il tutto e di riferire in tal senso al governo e alle alte sfere della Repubblica africana. Ermela Doukaga, leader del Fronte Patriottico, ha dichiarato a RFI che “abbiamo creduto molto in questa Corte, abbiamo pensato che sarebbe stata equa ed imparziale ma la storia ci ha dimostrato il contrario. Siamo molto delusi”.

Il Paese ha ratificato lo Statuto di Roma solo nel 2004 ma le nuove norme costituzionali congolesi, approvate nell'ottobre 2015, sembra siano in conflitto proprio con le norme previste dallo Statuto di Roma. La riforma della Costituzione era stata fortemente voluta dalla maggioranza per permettere al Presidente Sassou Nguesso di mantenere il potere candidandosi al terzo mandato - cosa che ha scatenato violentissime proteste di piazza nell'aprile scorso. Secondo l'articolo 10 della nuova Costituzione congolese infatti “fatto salvo la perdita di nazionalità, nessun cittadino congolese deve essere estradato o consegnato a una potenza straniera o ad un'organizzazione”, qualunque sia la ragione per cui l'estradizione viene richiesta. Un articolo effettivamente incompatibile con una collaborazione giudiziaria tra la Repubblica del Congo e la Corte Penale Internazionale.

Il cambio di Costituzione nei mesi precedenti alle elezioni ha portato violentissimi scontri dopo l'ennesima vittoria elettorale di Sassou Nguesso, al potere da 40 anni e molto vicino all'AD di ENI Claudio Descalzi, la cui moglie Marie Madeleine Ingoba è conosciuta in Congo-Brazzaville con il soprannome di “Papessa”, amica personale del Presidente congolese (c'è chi dice siano addirittura parenti). Dal 20 marzo 2016 e per tutto il mese di aprile Brazzaville è stata teatro di scontri, sparatorie tra gruppi armati e la polizia e operazioni di rastrellamento su vasta scala, operazioni allargatesi in tutto il Paese.

Per diverse organizzazioni che promuovono i diritti umani nel Paese hanno denunciato le violenze del regime, gli arresti arbitrari e le torture agli oppositori, reati presunti per i quali sono state chieste invano indagini indipendenti da parte di osservatori della comunità internazionale. Oggi, alla luce della chiara volontà governativa di avviare le pratiche per uscire dalla Corte Penale Internazionale, tali organizzazioni e molti attivisti sono nuovamente insorti: “Siamo indignati […] il governo vuole semplicemente garantirsi l'immunità” ha detto all'Agence France Presse Roch Euloge Nzobo del Centro per i Diritti Umani e lo Sviluppo.

È in effetti possibile che quello del Congo sia un tentativo per mettere al sicuro i propri governanti da possibili incriminazioni o indagini della Corte Penale Internazionale: attualmente non ci sono fascicoli aperti sul Paese, ma le violenze dei mesi scorsi sui manifestanti dell'opposizione, la durissima repressione e le recenti denunce dell'opposizione parlamentare circa alcune presunte violazioni operate dalle forze armate congolesi nella zona del Pool, nel sud del Paese, a danno dei ribelli armati delle milizie Ninja - la panacea di tutti i mali della politica congolese - sono elementi che destano più di una preoccupazione a chi si occupa di tutela dei diritti umani e civili nel Paese.

Dopo la decisione ratificata a febbraio dall'Unione Africana, su richiesta del presidente del Kenya Uhuru Kenyatta, che ha proposto ai Paesi membri di uscire dalla Corte Penale Internazionale, e dopo che nei mesi scorsi Burundi, Sudafrica e Gambia hanno avviato le procedure per l'uscita dallo Statuto di Roma, che si completeranno entro 12 mesi, la Repubblica del Congo potrebbe essere il quarto Paese africano ad uscire dallo Statuto. Un'emorragia di diritto e una fuga di massa dagli accordi che secondo l'ex parlamentare italiana Cecile Kyenge, oggi europarlamentare, avviene sulla falsariga della Brexit. “Va detto che la colpa è degli inglesi, che con la vittoria del 'Leave' ha aperto la porta agli abbandoni” dai trattati internazionali, ha scritto su Jeune Afrique

Un'interpretazione piuttosto semplificata che non rispecchia in alcun modo la realtà delle cose: l'Unione Africana ha ratificato a febbraio la propria volontà di uscire dalla CPI, mesi prima che gli inglesi andassero a votare la Brexit, e se è vero come scrive Kyenge che “l'assemblea dell'UA non ha alcuna competenza in materia” altrettanto vero è che la linea è stata tracciata prima della Brexit. Vero è invece che mentre questi Paesi africani legiferano per uscire dalla CPI altre leggi interne di recente approvazione garantiscono ad una nuova generazione di dinosauri africani l'eterna sopravvivenza in nome dell'impunità: ed è proprio questa l'obiettivo numero uno dei leader di questi Paesi che forzano la mano nell'uscire dalla Corte Penale Internazionale.

Assordante è invece il silenzio che da febbraio le istituzioni europee ed italiane (lo Statuto di Roma che ha istituito la CPI è stato firmato, appunto, nella capitale italiana ed è uno degli ultimi fiori all'occhiello della nostra politica estera e della nostra diplomazia) mantengono sulla linea intrapresa dal continente africano. Un silenzio che è pericoloso, anche nell'ottica dei “nuovi” rapporti tra occidente e Africa: rapporti che senza le basi dello stato di diritto si fanno più complicati, tutti a vantaggio dei colossi asiatici che in Africa stanno investendo molto.