La riforma fiscale di Trump vorrebbe risolvere problemi complessi con soluzioni semplici. E per questo non finirà bene

trump wrecking ball
Una caricatura di Donald Trump in versione "wrecking ball" DonkeyHotey (CC BY-SA 2.0), via Flickr

Si avvicina il traguardo dei primi 100 giorni di presidenza Trump alla Casa Bianca. In quest’ottica il presidente degli Stati Uniti ha lanciato una bomba elettorale per contrastare le critiche e dimostrare di rispettare la promesse fatte durante la campagna elettorale.

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Trump ha presentato, senza troppi dettagli, un piano di riduzione della tasse, come ogni presidente americano repubblicano che si rispetti. La riforma fiscale contiene misure come il taglio dal 35% al 15% delle imposte sul reddito d’impresa, la riduzione da sette a tre delle fasce di reddito, la cancellazione della tassa di successione e molto altro. L’annuncio clamoroso, ma privo di dettagli, conferma che Trump è un demagogo, oppure, visto che ora va più di moda, un populista, cioè un politico che propone ai cittadini soluzioni semplici a problemi complessi. Il problema è che quando questa tipologia di politici prende il potere deve inevitabilmente scontrarsi con la realtà ed è lì che il castello di carte su cui hanno basato la propria propaganda crolla al primo alito di vento.

La riforma fiscale di Trump non potrà essere fatta così com’è stata annunciata da Steven Mnuchin e Gary Cohn oppure si rivelerà un disastro, una riforma a scadenza.

La riforma fiscale di Trump


La clamorosa riforma fiscale lanciata nei giorni scorsi dall’amministrazione Trump tenta di dare credibilità ai primi 100 giorni di Governo pieni di promesse e chiacchiere, ma pochi risultati. I numeri illustrati sono pochi, ma ambiziosi.

Il menù inizia con una drastica riduzione delle aliquote per le aziende che pagheranno una tassa fissa al 15% dal 35% attuale. Sempre al 15% anche la tassazione delle Corporation “pass-through”, società in cui il reddito passa in modo proporzionale ai proprietari ed è tassato all’aliquota individuale. Proposta che ha già fatto rizzare i capelli al partito democratico che accusa Trump di voler aiutare i più ricchi, tra cui sé stesso.

Per quanto riguarda il reddito individuale gli scaglioni fiscali passano da 7 a 3 con aliquote al 10%, al 25% e al 35%. Il documento presentato ai giornalisti però, non fornisce dettagli sulla delimitazione delle fasce. Previsto anche il raddoppio della deduzione standard e l’allargamento della no tax area. Nel progetto c’è anche una tassa una tantum per incentivare il rimpatrio dei profitti dall’estero, uno strumento ancora tutto da disegnare per riportare le grandi aziende negli USA.

Tra i principi della riforma fiscale anche l’introduzione di sgravi fiscali per famiglie e persone con anzini a carico, senza però alcune precisazione circa la platea degli interessati, l’entità e la forma del sostegno. Infine si elimina l’imposta sul reddito netto di investimento, ovvero il 3,8% pagato sui redditi di capitale per i contribuenti oltre i 200mila dollari all’anno. Secondo Mnuchin e Cohn, la riforma fiscale metterà in moto la competitività e la crescita economica degli USA che dovrebbe salire fino oltre il 3%.

Perché la riforma di Trump non diventerà realtà


Questi sono gli annunci, ma la realtà sarà ben diversa. Sono due gli ostacoli che faranno deragliare il treno della propaganda di Trump. Il primo problema di cui si parla poco o niente nel documento che presenta la riforma fiscale sono le mancate entrate derivanti da questo robusto taglio di tasse che andranno a creare un buco enorme nelle casse dello Stato centrale. I dettagli, anche qui, non sono ancora chiari, ma le cifre che emergono dalle prime simulazioni sono pesanti.

Secondo l’organizzazione Tax Policy Center, nel giro di 10 anni il buco di bilancio formato con la riforma fiscale ammonterebbe a 6.200 miliardi di dollari, e l’Office Management and Budget della Casa Bianca stima che soltanto nel 2018, primo anno della riforma fiscale, verranno a mancare 283 miliardi di dollari alle casse della Casa Bianca.

Il braccio destro di Trump Mnuchin risponde alle critiche sostenendo che il piano è in grado di ripagarsi da solo grazie agli incassi fiscali spinti al rialzo della ripartenza dell’economia. Ma questo meccanismo (che per gli economisti è la Curva di Laffer) secondo cui il taglio delle tasse stimola consumi e investimenti che a loro volta creano nuova ricchezza su cui applicare le imposte per “rimborsare” l’erario, funziona soltanto in circostanze particolari e in modo parziale. La realtà è che una riforma fiscale così ambiziosa, se fatta davvero, provocherà un buco di bilancio notevole che andrà a scaricarsi sul debito USA. A meno che l’amministrazione Trump non trovi davvero delle coperture economiche.

L’altro tema è politico. I repubblicani possono votare una riforma a maggioranza semplice, senza il sostegno dei democratici, ma solo se questa non aumenta il disavanzo pubblico nei primi 10 anni di applicazione, altrimento sarà una riforma zoppa. Allo scadere dei 10 anni infatti, se la riforma avrà aumentato il disavanzo, i tagli dovranno essere revocati. Viste le critiche e le accuse di voler favorire i ricchi sarà difficile che i democratici appoggino in tutto e per tutto la riforma fiscale di Trump. Le strade quindi saranno due: se il presidente andrà avanti per la sua strada da solo, la riforma avrà scadenza 10 anni, poi come per magia, tutto tornerà come prima, ma lascerà in eredità un buco di bilancio; altrimenti, per ottenere l’appoggio dei democratici, Trump dovrà rivedere la riforma fiscale e trovare un compromesso che soddisfi tutti.

Demagoghi alla riscossa


Letteralmente, la parola "demagogo" indica il comportamento del politico che attraverso false promesse vicine ai desideri del popolo mira ad accaparrarsi il suo favore a fini politici o per il raggiungimento o la conservazione del potere. Trump ha basato la sua campagna elettorale su promesse che andavano ad accarezzare la paure e i desideri della pancia degli elettori. Così convinti del fatto che esistano soluzioni semplici a problemi complessi, come i rischi legati alla globalizzazione, all’immigrazione, alla disoccupazione, hanno portato Trump alla Casa Bianca. Ma stare fuori dalla stanza del potere e professare soluzioni miracolose è molto più facile che applicarle.

Il demogogo arrivato al potere si schianta inevitabilmente sul muro della realtà mostrando tutta la sua incapacità. Il re è nudo di fronte ai problemi complessi della società di oggi. Questi primi 100 giorni di Trump alla Casa Bianca dovrebbero essere la prova per americani – e magari anche europei e italiani – che la demagogia, o se preferite il populismo (nella sua accezione negativa) ha le gambe corte.