La Russia in Libia ci sta già da mesi ma la guerra la vince al-Qaeda

Khalifa Haftar a Mosca
Il generale libico Khalifa Haftar, a capo della compagine governativa di Tobruk e della Libyan National Army (LNA) esce da una riunione con il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Mosca, Russia, 29 novembre 2016. REUTERS/Maxim Shemetov/File Photo
  • La Russia ammassa uomini e mezzi al confine con la Libia ma in realtà è già presente nel paese da mesi
  • La guerra libica è per il controllo dei pozzi e la sta vincendo al-Qaeda
  • Crisis Group dice che entro la fine del 2017 la Libia andrà in bancarotta. Ma quale Libia?

Fare della Libia una nuova Siria.

È questa la teoria che va per la maggiore, sia tra gli estimatori che tra i critici del Cremlino, che in queste ore sta mobilitandosi per garantire sostegno militare a Khalifa Belqasim Haftar, l'ex-generale di Gheddafi oggi uomo forte del governo di Tobruk, non riconosciuto dalla comunità internazionale.

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I critici verso il Cremlino, riprendendo un'agenzia Reuters del 14 marzo scorso, accusano la Russia di avere ammassato uomini e mezzi – consiglieri militari, soldati, droni, aerei da guerra – in una base aerea egiziana al confine con la Libia, nella zona di Sidi Barrani e di voler fare della Libia lo stesso macello fatto in Siria: le immagini da Aleppo e gli appelli vani per il cessate il fuoco sono ancora freschi nella memoria dell'opinione pubblica internazionale. La Russia ha rispedito ogni accusa al mittente, smentendo le informazioni della Reuters e definendo queste notizie “parte della retorica antirussa dei media”. Gli estimatori del Cremlino all'estero però hanno salutato queste notizie (sono davvero false? Secondo due informatori di IBTimes Italia, che tuttavia si trovano a Giarabub - nella Libia occidentale ma molto più a sud rispetto al confine marittimo nei pressi del quale c'è la base di Sidi Barrani - dicono che di movimenti ce ne sono eccome ma che gli egiziani li coprono molto bene) con favore e parole di giubilo: “Finalmente tagliagole e rivoltosi saranno schiacciati come i terroristi ad Aleppo e in tutta la Siria” è l'adagio che va per la maggiore.

Non è una novità. Ciò che fa, o non fa, il Cremlino polarizza l'opinione pubblica in posizioni molto lontane, sempre più lontane. Ma che la Russia abbia grandi interessi in Libia per la cui tutela ha già garantito il sostegno militare, economico e logistico al generale Haftar non è una novità: lo scorso 30 gennaio scrivevamo, e descrivevamo, come Mosca riuscisse a bypassare l'embargo delle armi per sostenere le forze armate fedeli al generale libico all'interno di un accordo formale tra le due parti per ricevere sostegno militare: “Con i russi condividiamo una visione” aveva rivelato un mediatore algerino a Middle East Eye.

Nelle ultime settimane le cose per Haftar si sono oltremodo complicate. Alcune bande armate, sembra al soldo di al-Qaeda, hanno preso possesso del porto petrolifero di Sidra, il più grande della Libia, e di Ras Lanuf, la raffineria più importante del paese, precedentemente controllati proprio dagli uomini di Haftar. Combattimenti violentissimi non hanno impedito alle milizie di impossessarsi dei pezzi più pregiati della mezzaluna petrolifera, garantendosi così il controllo delle infrastrutture petrolifere Oil Crescent, una serie di giacimenti - le più ricche riserve di petrolio di tutta l'Africa ad oggi conosciute - che si estendono per centinaia di chilometri nel Sahara e sono collegate con le condotte a Ras Lanuf e al porto di Sidra. Queste stesse infrastrutture erano state catturate dagli uomini di Haftar solo pochi mesi fa, nel settembre scorso.

Insomma, se l'oro nero è il vero oggetto del contendere in Libia dal 2011 ad oggi (e lo è), questa guerra oggi la sta vincendo al-Qaeda tramite le milizie da essa sostenute. Una situazione molto complicata che la Russia sembra intenzionata a risolvere “alla russa”, utilizzando i modi poco gentili e molto poco diplomatici che abbiamo già visto in Siria e prima ancora in Cecenia: “La Russia sta cercando di esercitare una certa influenza su quella che sarà la decisione finale su chi sarà l'entità responsabile del governo all'interno della Libia” ha dichiarato il generale Thomas D Waldhauser del Comando Africano del Pentagono. Insomma, gli Stati Uniti temono l'imminente ingresso della Russia nel conflitto, tutto a beneficio di Haftar.

Quello che rende tutto molto curioso è che lo stesso Haftar, durante l'esilio dalla Libia del colonnello Gheddafi, si è rifugiato a Langley, in Virginia, in una villetta tipicamente americana – dove vive ancora una parte della sua famiglia – che si trova a poche centinaia di metri dal quartier generale della Central Intelligence Agency, cosa che ha alimentato (non a torto) diverse voci circa la sua vicinanza proprio alla CIA, che lo avrebbe tirato fuori dal congelatore dopo la caduta di Gheddafi e rispedito in Libia con armi, bagagli e denari per tentare la carta della rivoluzione guidata da un uomo forte e conosciuto, nemico di Gheddafi e per questo, si sperava, gradito ai libici. È andata a finire che gli Stati Uniti e le Nazioni Unite hanno girato le spalle ad Haftar, le ragioni sono diverse e non tutte azzardate, hanno faticosamente imposto un governo nella città di Tripoli sostenuto dalla comunità internazionale ma questo, in fondo, non controlla nemmeno tutta la capitale libica pur essendo il fragile interlocutore principale che tutti quanti hanno in Libia. Tutti tranne la Russia, che sembra aver preso Haftar sotto la propria ala protettrice, e in parte anche la Francia, che inspiegabilmente sembra non ufficialmente essersi affrancata proprio ad Haftar.

Oggi che lo Stato Islamico in Libia non c'è più, e forse non c'è mai realmente stato, il bubbone libico resta lì, intonso ed integro, purulento e pronto ad esplodere: sui pozzi petroliferi, sulle raffinerie e sui porti si concentrano gli sforzi bellici sin dal primo giorno della rivoluzione contro Gheddafi e la Russia, che ha formalmente dato il suo sostegno ad Haftar dicendo che quello di Tobruk è il governo che riconosce e per il quale stampa le banconote. A fine febbraio Rosneft ha stretto un accordo con la Libya National Oil Corporation, il cui board è composto da uomini di Haftar ma il cui controllo sarebbe formalmente in mano al governo di Tripoli, di recente la Russia si è offerta di ospitare un tavolo di trattative invitando Fayez al-Serraj, a capo del governo di Tripoli, a Mosca, chiede con forza di inserire Haftar in un governo di unità nazionale vero (una posizione che sembra gradita alla Gran Bretagna, che al contrario stampa le banconote che circolano a Tripoli). Ma la realtà è che il caos libico è sempre lì, tutto a vantaggio di al-Qaeda.

Secondo il think tank Crisis Group entro la fine del 2017 la Libia “finirà in bancarotta”. Ma quale Libia?