La Russia orientale si apre al mondo: semplificato il regime dei visti per i cittadini di 18 paesi

Putin
Vladimir Putin REUTERS/Yuri Kochetkov

Si rafforza la presenza e il soft-power della Russia nel mondo, in particolare nella parte settentrionale del continente africano e nel Golfo arabo, con l'approvazione da parte di Mosca di un elenco di 18 paesi i cui cittadini avranno la garanzia di una corsia preferenziale per ottenere il visto per entrare nella Federazione.

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I cittadini di Algeria, Tunisia e Marocco sono tra coloro che, a partire dal prossimo 1 agosto, beneficeranno di procedure semplificate per ottenere visti per periodi di permanenza non superiori agli 8 giorni in territorio russo. Dimitri Medvedev, primo ministro di Mosca, ha spiegato in un comunicato stampa che i cittadini provenienti da questi paesi “dovranno solo presentare i propri dati in un sito web dedicato” superando le tradizionali procedure per il visto, ma che dovranno entrare in territorio russo necessariamente attraverso il Porto Libero di Vladivostok, città all'estremo oriente della Russia - 9.000 chilometri a est di Mosca - poco distante dal confine con la Corea del Nord e di fronte al Mar del Giappone. Una zona remota, scarsamente popolata a causa del clima ma dotata del più grande ed importante porto russo.

I punti di accesso identificati dal governo russo sono in realtà 6: oltre a Vladivostok, la più importante città nell'area, ci sono Khabarovsk, Kamchatka, Komsomulsk, Birobidzhan e Anadi. Non si tratta esattamente della cancellazione del regime dei visti ma del passo immediatamente precedente: i cittadini russi che viaggeranno in questi 18 paesi dovranno necessariamente ottemperare la classica procedura per il visto mentre i cittadini provenienti dall'estero, dai paesi firmatari dell'accordo con la Russia, avranno corsie preferenziali e procedure più semplici ma dovranno comunque inoltrare i propri dati alle autorità russe.

In questo modo la Russia raffina ulteriormente il proprio soft-power in nord Africa e in Medio Oriente e spera di attrarre investimenti in una zona remota del Paese dove ce n'è grande necessità: sul sito del governo russo infatti si intuisce che non c'è un profilo preciso delle persone che si intende attrarre attraverso la semplificazione delle procedure per il visto (sia commerciale che turistico) e si lascia intendere che tutte le applicazioni saranno accettate più o meno automaticamente da parte delle autorità di frontiera. In tal senso le nuove norme non sono chiare e bisognerà attendere ancora qualche tempo: l'ambasciatore russo a Rabat, citato da Jeune Afrique, Yuri Baiydakov ha dichiarato che “quello che sappiamo per ora è che le persone che desiderano viaggiare nell'estremo oriente del Paese dovranno entrare in un porto o in un aeroporto della regione” e il governo russo ha specificato che in futuro altri accordi bilaterali potranno essere firmati con i Paesi che condividono questa linea di apertura delle frontiere delineata da Mosca.

Appena un anno fa Re Mohammed VI del Marocco, un leader che da oscurantista si è scoperto illuminato qualche anno dopo l'accenno di primavera araba che ha fatto sussultare anche la monarchia marocchina, aveva incontrato al Cremlino Vladimir Putin nel momento più critico dei rapporti tra Rabat e le Nazioni Unite: il pomo della discordia riguarda il Sahara occidentale, territorio rivendicato dal Marocco e dal Fronte Polisario. In quel periodo l'allora segretario generale ONU Ban Ki Moon, in visita in Algeria, aveva per la prima volta parlato di “occupazione” dell'esercito marocchino del territorio del Sahara occidentale e pochi giorni prima il Marocco aveva sospeso i propri rapporti con l'Unione Europea dopo che un Tribunale UE aveva annullato l'accordo agricolo UE-Marocco denunciando la spartizione iniqua dei redditi da esportazione di prodotti agricoli delle province meridionali del paese africano, tra cui proprio il Sahara occidentale.

Mosca aveva approfittato con grande sagacia della tensione tra il regno e la comunità internazionale per inserirsi lateralmente come nuovo partner di Rabat e lo stesso ha fatto con l'Algeria, dove l'interesse principale attiene ai giacimenti di gas e ai gasdotti sottomarini che riforniscono l'Europa meridionale, e con la Tunisia. In Libia il Cremlino sostiene, con la Francia, il generale Khalifa Haftar e il governo di Tobruk mentre in Egitto il problema del “con chi schierarsi” non si pone con nessuno perché l'uomo forte è uno e uno soltanto per tutti quanti: Abdel Fattah al Sisi. Interessi strategici, quelli di Mosca in nord Africa, dove si mescolano questioni energetiche, questioni belliche e di sicurezza e questioni, più delicate e complesse, di equilibrio geopolitico per cui sono sì importanti gli amici ma sono ancora più importanti gli amici degli amici. E i “nuovi” amici, o meglio quelli ritrovati.

La domanda è: quanto c'è di liberale nella scelta di semplificare le procedure di visto e quanto c'è, invece, di attento calcolo geopolitico-commerciale? Apparentemente molti calcoli e pochi ideali.

La prima cosa da chiarire è che tali semplificazioni delle procedure per l'ottenimento del visto valgono unicamente per le autorizzazioni che coprono la Russia orientale: a queste persone quindi non sarà permesso di viaggiare in tutto il territorio della Federazione, ad esempio prendendo un aereo per andare a Mosca o San Pietroburgo, ma solo nella zona orientale - di cui il governo russo deve ancora delineare chiaramente i confini.

Per avere una risposta più dettagliata bisogna poi leggere l'elenco completo dei Paesi che hanno sottoscritto l'accordo con Mosca per queste nuove e più semplici procedure di visto: oltre ad Algeria, Tunisia e Marocco infatti ci sono Bahrain, Brunei, India, Qatar, Cina, Corea del Nord, Kuwait, Messico, Emirati Arabi Uniti, Oman, Arabia Saudita, Singapore, Turchia e Giappone. Tra i nomi che spiccano, sopratutto al netto delle cronache di geopolitica internazionale, ci sono ad esempio la Turchia, il cui rapporto con Mosca è tornato ad essere piuttosto burrascoso dopo l'assassinio dell'ambasciatore russo ad Ankara, l'Arabia Saudita, tecnicamente un “nemico” di Mosca, che da sempre sostiene il regime sciita degli ayatollah di Teheran, la Corea del Nord, con la quale il rapporto è messo in crisi dalla tracotante e imprevedibile personalità di Kim Jong-un, cosa che di recente ha “avvicinato” Mosca a Washington allontanandola dall'amicizia altalenante con Pyongyang, il Giappone, alleato decennale degli Stati Uniti in Asia nord-orientale.

Mentre Trump sembra voler chiudere letteralmente l'America a riccio, almeno dal punto di vista burocratico (erano anni che entrare negli Stati Uniti non era così rognoso), e mentre molti governi europei - o candidati a guidare tali governi, tipo Marine Le Pen o Matteo Salvini – ragionano sulla sospensione o peggio sulla cancellazione dei traguardi di civiltà e degli accordi sulla libera circolazione raggiunti con gli accordi di Schengen, e mentre in generale in occidente fa sempre più presa nel dibattito pubblico la questione attinente al “nuovo protezionismo”, la Russia sembra voler andare nella direzione opposta. Ma tutto questo va osservato in profondità: la possibilità per i cittadini della Corea del Nord di viaggiare con più facilità nella Russia orientale viene approvata proprio mentre Washington preme su Pyongyang e mentre i giornali di tutto il mondo declinano la “guerra imminente” tra i due, con Mosca che sembra voler fare da paciere tra i due dicendosi contraria a sanzioni internazionali sulla Corea del Nord. Allo stesso modo la scelta di aprire la porta orientale ai cittadini sauditi, emiratini, qatarioti, omaniti, etc., fa riflettere: questi paesi sono tutti parte della coalizione internazionale a guida americana in Siria e in Iraq, oltre che attivi anche nella guerra civile in Yemen dalla parte del governo ufficiale, e sono a maggioranza sunnita mentre Mosca combatte a fianco degli sciiti in Siria (con Hezbollah, con le milizie iraniane e con il governo alawita di Assad) e sostiene l'Iran nel suo appoggio ai ribelli sciiti Houthi in Yemen.

Fare il gioco di “chi è chi” tra gli amici e i nuovi amici della Russia - alla luce della semi-liberalizzazione del regime dei visti in Russia orientale - complica oltremodo il quadro interpretativo dello scacchiere internazionale. Sotto un punto di vista sembra che Mosca punti, sempre o quasi, a fare l'esatto contrario di ciò che fanno o vorrebbero fare Washington e Bruxelles, ma sotto un altro punto di vista, più economico, è evidente come tali misure “liberali” siano necessarie come l'aria all'economia russa per fare cassa, attrarre investimenti, cercare di uscire dal baratro nel quale sta sprofondando. Un aspetto che, fuori dai confini della Federazione, è sempre sottovalutato e mal considerato dalla politica, dalla diplomazia, dalla stampa internazionale.