La Russia si ritira dalla Siria: le ragioni di Putin nella crisi economica

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Il presidente russo Vladimir Putin mentre attende l'inizio di un incontro bilaterale al Cremlino con il presidente armeno Serzh Sargsyan. Mosca, Russia, 10 marzo 2016. REUTERS/Alexander Zemlianichenko

Ieri il presidente russo Vladimir Putin, con una mossa che ha sorpreso non poco tutti gli attori sulla scena siriana, ha annunciato di avere ordinato il ritiro “di buona parte” delle truppe russe di stanza in Siria. La notizia ha fatto rapidamente il giro del mondo ed è bastato osservare la reazione stupita sia dei delegati per il processo di pace al tavolo di Ginevra sia della diplomazia e dell'amministrazione americana per rendersi conto di come anche questa volta la mossa di Putin abbia spiazzato tutti.

Il presidente russo ha comunicato di aver dato pieno incarico al suo ministro degli Esteri Sergei Lavrov affinché il processo di pace delle Nazioni Unite proceda speditamente e con successo e la sua decisione è stata resa nota al suo omologo siriano Bashar al-Assad con una telefonata poco prima dell'annuncio del portavoce del Cremlino Dimitri Peskov. Le speculazioni non si sono fatte attendere: alcuni diplomatici occidentali affermano che sia un tentativo di Putin di far pressioni su Assad ad accettare una soluzione politica sulla Siria - il presidente siriano si è detto disposto a presentarsi a un processo internazionale - mentre alcuni ufficiali americani hanno detto, scrive la Reuters, che non ci sono segnali che le truppe russe stiano cominciando il ritiro.

“La Russia ha creato in breve tempo in Siria una forza militare numericamente ridotta ma molto efficace, composta da mezzi e capacità diverse. Sistemi di ricognizione, veicoli senza pilota, sistemi di attacco tra cui aerei intercettori e caccia bombardieri. La flotta navale, dotata dei sistemi d'arma più moderni, è entrata in azione sia dal Mar Caspio che dal Mediterraneo, usando le armi sia delle navi che dei sottomarini. L'efficace lavoro dei nostri militari ha posto le condizioni per la creazione del processo di pace e credo che gli obiettivi prefissi dal Ministero della Difesa e dalle Forze Armate in Siria, con la partecipazione delle unità militari russe, le Forze Armate Siriane e le formazioni patriottiche hanno potuto raggiungere una svolta fondamentale nella lotta al terrorismo internazionale. […] Considero che gli obiettivi che avevo fissati per il Ministero della Difesa e delle Forze Armate nel complesso siano stati raggiunti. […] La nostra base navale a Tartus e la base aerea di Hmevmim continueranno a operare come in passato […] il nostro contingente che da anni si trova in Siria dovrà svolgere una funzione molto importante: monitorare il cessate il fuoco” dice Putin con tono paternalistico in un video pubblicato da Russia Today ai suoi ministri degli Esteri e della Difesa.

Certamente le ragioni che hanno spinto Putin a prendere una decisione così spiazzante sono molte e, secondo molti, non tutte di natura bellica e geostrategica: il Cremlino infatti ha ridotto il bilancio federale di tutti i ministeri tranne la Difesa, che manterrà un budget identico a quello del 2015 - ma non superiore, e questa è una notizia – e a gennaio il Ministero delle Finanze ha ordinato un taglio del 10 per cento della spesa. Inclusa, in questo caso, anche la Difesa. D'altra parte la guerra costa molto e l'impegno militare russo in Siria e nell'est dell'Ucraina, anche se in questo secondo caso è un impegno più leggero, hanno rappresentato una vera emorragia per l'economia della federazione, le cui condizioni generali si sono ulteriormente aggravate con il perdurare della crisi petrolifera mondiale. Secondo IHS Jane’s nei 137 giorni di guerra in Siria Mosca ha speso tra i 3 e i 4 milioni di dollari al giorno. Molti ambiziosi programmi militari verranno completamente cancellati e gli sforzi degli ultimi 10 anni per il riarmo e l'ammodernamento dell'intera macchina da guerra russa saranno fortemente ridimensionati.

Fino al 2010 Mosca non ha avuto un vero e proprio piano per la riqualificazione del proprio esercito, o almeno non uno che fosse pienamente praticabile spiegano alcuni analisti a Stratford: da allora la dottrina militare di Putin ha fatto compiere enormi progressi alle forze armate russe ma il vero test sarà negli anni a venire, nel medio e lungo periodo. Il problema è piuttosto imponente, nonché soggetto a dinamiche che il Cremlino non può controllare, e si lega a doppio filo alla crisi petrolifera mondiale: la Russia è infatti ufficialmente in recessione, il PIL nel 2015 crescerà non più del 3,9 per cento e il Ministero dell'Economia di Mosca prevede per il 2016 una crescita di appena lo 0,7 per cento.

Questo cambierà non poco i piani strategici del Cremlino e costringerà la Russia a scelte decisamente drastiche, il tutto sotto pressioni non indifferenti dell'élite finanziaria che da mesi invia un messaggio piuttosto chiaro al presidente Putin: le riforme finanziarie vanno fatte e non sono più prorogabili per ragioni di opportunità politica. La ragion di Stato russa comincia dunque a vacillare? Non esattamente. 

Nell'attuale sistema oligarchico gli interessi russi hanno fino ad oggi coinciso con gli interessi dell'élite economica, sopratutto quella vicina a Vladimir Putin. Negli ultimi anni ad esempio la Russia ha puntato molto sull'industria navale, sopratutto militare, e l'annessione della Crimea e del Donbass fanno parte di questa strategia industriale. Mosca ha potuto così mantenere il controllo del porto di Sebastopoli anche sotto il profilo commerciale, appropriandosi di un canale che precedentemente la manteneva lontana dal mare. Il commercio è infatti un altro settore sul quale Mosca vuole puntare per rimettere in sesto la propria economia, ma le fette di mercato di assottigliano sempre di più: l'egemonia russa nella fornitura di armi all'India ad esempio è erosa dal crescente numero di attori internazionali che si presentano sulla scena indiana e questo sta compromettendo anche gli obiettivi interni di ammodernamento e sviluppo bellico, il cui picco annunciato per i prossimi anni probabilmente non ci sarà.

I russi cominciano a soffrire la crisi economica della federazione: le campagne militari in Ucraina e Siria hanno asciugato le casse dello Stato, scrive il Washington Post, e i ricavi dal mercato energetico in calo stanno condizionando anche l'economia reale della Russia, dove anche a Mosca cominciano a registrarsi manifestazioni di protesta di pensionati, professionisti e lavoratori nella logistica. Le sanzioni occidentali, per la cui sollevazione il Cremlino sta trattando con un piglio decisamente più accondiscendente alle richieste occidentali, sono un ulteriore giogo che appesantisce la ripresa.

I risultati si vedono nei sondaggi: Levada, una società russa indipendente di sondaggi, mostra un andamento altalenante del consenso dei russi a Putin, andamento che sembra andare di pari passo con i prezzi del petrolio sui mercati: sceso fino al minimo storico del 45 per cento nel mese di gennaio, recentemente i rating sul suo operato si sono rialzati con il risalire del greggio sopra i 35 dollari al barile. Il problema è che la crisi colpisce sopratutto la classe media, chi ha acquistato una casa in valuta estera ed oggi si ritrova a pagare il 60 per cento in più del valore delle rate del mutuo con un tasso di cambio del rublo sfavorevole, gli stessi turisti russi in giro per il mondo sono diminuiti drasticamente con il peggiorare dell'economia. In meno di un anno i turisti russi sono calati di almeno un terzo, secondo il governo di Mosca, e un crollo così ripido non si registrava da 18 anni.

Questo potrebbe rompere l'idillio tra la classe media e Vladimir Putin, che 10 anni fa firmò con i russi un tacito accordo: prosperità per tutti e sostegno politico incondizionato allo Zar. Finché l'economia ha galoppato è andato tutto bene, ma come sempre più spesso accade è in banca o al mercato che i cittadini presentano il conto ai governanti.