La Russia tra modernizzazione e conservazione dello status quo

di 30.05.2017 9:12 CEST
Petrolio Russia
Degli uomini osservano una stazione di perforazione petrolifera a Nefteyugansk, Siberia Occidentale, Russia. REUTERS/Sergei Karpukhin/File Photo

Riuscire a collocare la Russia in un contesto ben preciso è abbastanza complicato. È sicuramente una potenza militare, avendo conservato quasi intatto l’arsenale nucleare, ma è un Paese poco significativo dal punto di vista economico. Utilizza enormi risorse del budget statale per spese militari e nuovi armamenti, ma ha una struttura industriale da Paese in via di sviluppo, tecnologicamente povera e che converge quasi esclusivamente sulle esportazioni di materie prime.

Secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), l’istituto indipendente che dal 1966 si occupa di monitorare la spesa bellica mondiale, la Russia nel 2016, anno pesante dal punto di vista economico per la Federazione, ha speso quasi il 6% in più per rinforzare l’apparato militare, arrivando alla cifra stratosferica di 60 miliardi di dollari e scalzando dal terzo posto l’Arabia Saudita.

La Russia evidentemente sta cercando di ritagliarsi un nuovo ruolo internazionale e per farlo, considerando i grossi limiti della propria economia, è costretta a far scivolare parte del budget statale dalla spesa sociale a quella bellica, con evidenti ripercussioni sulle condizioni di vita della popolazione. Secondo Rosstat (l’istituto russo di statistica), nella prima metà del 2016, le persone con reddito al di sotto della soglia di povertà erano più di 21 milioni, quasi il 15% della popolazione totale.

In realtà servirebbero al Paese delle riforme in grado di agire sui principali parametri economici ed un processo di reale modernizzazione, ma che risulta nella realtà molto difficile da realizzare.

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Secondo uno studio effettuato dall’OCSE sulle principali economie mondiali e relativo alla produttività sul lavoro, i dati riferiti alla Russia sono terribilmente eloquenti e mostrano un Paese che riesce a fare meglio solo di Cina ed India, Sudafrica ed alcuni Paesi latinoamericani. La Russia è alla 36esima posizione su 43 Paesi analizzati per quanto riguarda il rapporto tra prodotto interno lordo ed occupati (GDP per person employed) e per rapporto tra prodotto interno lordo e popolazione (GDP per head of population) ed è alla penultima posizione (su 37 Paesi analizzati) per rapporto tra prodotto interno lordo e ora lavorata (GDP per hour worked). Sempre dietro tutti i Paesi europei, anche quelli da poco entrati a far parte dall’Unione Europea, a distanza siderale da Stati Uniti e Canada, molto dopo Giappone, Corea ed Israele e sempre alle spalle di Turchia e Cile. La produttività in Russia è un terzo di quella dei Paesi più virtuosi ed efficienti (Lussemburgo, Irlanda, Stati Uniti e Norvegia) e sempre meno della metà rispetto alla media dei Paesi dell’Europa occidentale e dell’OCSE.

Vari ministri dell’attuale governo hanno evidenziato a più riprese il ritardo della Russia relativo alla produttività sul lavoro e hanno indicato come auspicabile un aumento della stessa di almeno cinque o sei punti percentuali all’anno. Al di là di proclami e roboanti dichiarazioni, aumentare la produttività per un Paese come la Russia non è semplice e non solo per questioni economiche: una più alta produttività vorrebbe dire far aumentare il tasso di disoccupazione e quindi maggiore malcontento.

Maggiore efficienza dell’apparato industriale e maggiore produttività sul lavoro, se il Paese non cresce e l’economia non corre, significa appunto far alzare quel tasso di disoccupazione che, seppure con salari bassi, in Russia si mantiene oramai da alcuni anni intorno al 5%. Il salario medio è di circa 35.000 rubli (meno di 600 euro), basso, molto basso, ma tutto sommato una sorta di salario di sussistenza, che se ottenuto a Mosca può essere la base per aspirare a qualcosa di meglio, considerando che nella capitale si concentrano quasi tutte le attività economiche e finanziarie di rilievo della Russia, ma se percepito nelle regioni è tutto ciò che il Paese al momento può offrire.

Il 5 per cento può essere considerato un livello di disoccupazione quasi strutturale per la Russia, ma riferito appunto ad un Paese altamente inefficiente, con un tasso di produttività bassissimo, con lavori spesso poco qualificanti e mal pagati e con scarsissime tutele.