La Russia verso un nuovo modello economico? L'obiettivo è essere meno dipendente dall'estero

di 09.06.2016 11:30 CEST
Petrolio in Russia
Un camion che trasporta carburante transita vicino alla compagnia Lukoil nel sito produttivo di Kogalym, in Russia REUTERS/SERGEI KARPUKHIN

Da quando nel 1991 l’Unione Sovietica si dissolse e con essa il modello economico socialista, la Russia si è orientata verso il libero mercato: nei primi anni ’90 ritenendo però che il “libero mercato” coincidesse con un “mercato senza regole” in cui prevaleva il più forte e il più scaltro e successivamente ritenendo che l’uomo medio russo, chiamiamolo per semplicità signor Dmitry, non fosse pronto ad operare come agente economico, per cui tanto valeva escluderlo dal mercato o per lo meno complicargli l’accesso.

La teoria economica spiega che il mercato (in senso neoclassico) può fallire per varie ragioni, per esempio, quando a causa della propria struttura si realizzano oligopoli o monopoli distorsivi ed in questo caso si giustifica l’intervento dello Stato. In Russia, invece, è lo Stato a decidere che il mercato non funziona, che il signor Dmitry non è all’altezza e a favorire la creazione di oligopoli pubblici e privati.

Sono soprattutto gli oligopoli ad avvantaggiarsi del prezzo del petrolio che dai primi anni del nuovo secolo aumenta quasi costantemente, prima gradualmente, poi vertiginosamente dal 2007 fino alla crisi economica del 2009. La Russia si concentra sulle esportazioni facili di greggio e gas naturale e dimentica di avere una struttura industriale post-sovietica che necessita di ammodernamenti ed investimenti. Un modello economico che vede la Russia esportare gas e petrolio ed importare tutto il resto: dai mobili ai macchinari, dalle scarpe alle conserve alimentari.

Tra il 2014 ed il 2015, probabilmente sull’onda delle sanzioni economiche, si comincia a parlare per la prima volta nella Federazione di un programma per la “sostituzione delle importazioni”. Le sanzioni, in realtà, colpisco pochi settori, ma il contraccolpo interno, soprattutto a livello di immagine è rilevante, rendendo palese, anche al signor Dmitry, come la Russia sia completamente dipendente dai rifornimenti di beni e servizi da altri Paesi.

La Legge Federale n. 488 del 2014 ed i successivi decreti del Ministero dell’Industria e del Commercio del 2015 indicano “il potenziamento dell'industria russa come obiettivo primario” da realizzare attraverso un piano quinquennale di sostituzione delle importazioni con merci e beni prodotti in Russia o considerati di origine russa. Al momento, cosa si intenda di “origine russa” non è chiarissimo, anche se le indicazioni normative fissano già le medie di riduzione dell’import per alcuni settori ritenuti strategici: percentuali spesso superiori al 30% da raggiungere entro il 2020, per attrezzature per l'industria alimentare, per l’industria agricola e forestale, attrezzatura per l’industria energetica, attrezzature e macchine per l’industria leggera e la lavorazione dei metalli.

Obiettivi importanti quindi che dovrebbero rendere la Russia, coerentemente con la crescente e mai sopita baldanza geopolitica, meno dipendente da Paesi terzi. È difficile prevedere se in così breve tempo tali obiettivi potranno essere raggiunti, anche perché molto dipenderà da come saranno declinati i decreti. Lo potremo magari chiedere tra qualche anno al signor Dmitry e così verificare se questa volta sarà ritenuto meritevole di partecipare attivamente alla creazione della classe imprenditoriale russa o sarà escluso aspettando i prossimi piani quinquennali.