La Russia vuole anche la Libia: nonostante l'embargo delle armi Mosca sostiene Haftar

Khalifa Haftar a Mosca
Il generale libico Khalifa Haftar, a capo della compagine governativa di Tobruk e della Libyan National Army (LNA) esce da una riunione con il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Mosca, Russia, 29 novembre 2016. REUTERS/Maxim Shemetov/File Photo

Lo scorso 11 gennaio il generale libico Khalifa Haftar, a capo del governo instauratosi a Tobruk dopo la caduta di Muammar Gheddafi, è stato in visita sulla nave da guerra russa Ammiraglio Kuznetsov, dove secondo diverse fonti citate da numerosi giornali internazionali, ha stretto un accordo con la Russia per ricevere sostegno militare.

“Non possiamo aspettare per sempre che i partiti politici libici raggiungano un accordo, la Libia ha bisogno della restaurazione di uno stato di diritto in tutto il suo territorio e ha bisogno di un esercito forte in grado di garantirne la sicurezza ai confini” ha dichiarato un mediatore interno all'esercito algerino, in forma anonima, a Middle East Eye: “Con i russi condividiamo una visione”. Insomma, Mosca avrebbe accettato di armare le truppe del generale Haftar, che guida la Libyan National Army (LNA) e controlla la parte orientale del Paese in aperta contrapposizione al governo di unità nazionale libico, sostenuto dalle Nazioni Unite, con base a Tripoli e che controlla (male) l'altra metà della Libia.

Per fare capire la delicatezza di tale accordo che il governo di Tobruk avrebbe raggiunto con la Russia occorre fare un passo indietro a sabato 21 gennaio, 10 giorni dopo il patto Cremlino-Haftar: quel giorno infatti un'autobomba è esplosa nei pressi dell'ambasciata italiana a Tripoli, l'unica riaperta in Libia dall'inizio della crisi, e secondo il portavoce delle forze speciali libiche (RADA) Ahmed Salem gli attentatori sarebbero state tre persone, tre militari collegati all'Operazione Dignità del generale Khalifa Haftar. L'ambasciatore libico in Italia Ahmed Safar, nel corso di una conferenza stampa tenutasi il 26 gennaio a Roma, ha spiegato che la procura libica indaga sull'attentato “come reato criminale e non terroristico” ma ciò non escluderebbe la possibile matrice politica dell'attentato. Gli attentatori di Tripoli sarebbero Milood Mazin e Hamza Abu Ajilah, morti nell'esplosione, e Omer Kabout, autista e palo ancora ricercato: secondo Salem della RADA il ricercato Kabou sarebbe un alto ufficiale dell'Operazione Dignità lanciata da Haftar in Libia occidentale.

Probabilmente trovare la verità sarà difficile, forse persino impossibile. Tuttavia queste notizie, messe in fila una dietro l'altra, descrivono piuttosto bene il clima di tensione che si respira in Libia in questi giorni: il generale Haftar riceverà da Mosca carri armati e mezzi blindati, munizioni e sistemi di ascolto e spionaggio, dispositivi di sorveglianza e fucili mitragliatori. L'obiettivo della Russia è, in questo momento, lo stesso di Haftar: consolidare la leadership del militare libico, presentarlo come un uomo carismatico e, sopratutto, far di lui l'uomo forte della Libia. Ci avevano già provato gli americani a suo tempo, con scarsi risultati: Haftar è stato a lungo in esilio a Langley, in Virginia, dove viveva in una villetta a poche centinaia di metri dalla sede della CIA ed è rientrato in Libia durante la fuga di Gheddafi al comando di milizie libiche composte in larga parte da ex-militari ed ex-ufficiali del Colonnello. Inizialmente sembrava che Haftar potesse veramente amministrare un potere politico teporaneo per traghettare la Libia fuori dalla guerra civile ma le speranze si sono scontrate con le reali intenzioni di Haftar: nessun potere temporaneo ma una leadership duratura da consolidare nel tempo che non dovrà necessariamente portare alla democratizzazione della Libia.

L'accordo di Mosca con Haftar aprirebbe definitivamente le porte del nord-Africa al Cremlino, un obiettivo di lungo corso della Russia: già nel 2010 i russi chiesero il permesso all'Algeria per l'accesso alla base navale di Mers el-Kebir, vicino a Oran nel nord-ovest dell'Algeria, ricevendo un secco “no” dal governo di Algeri. Poi la caduta del regime libico ha letteralmente smembrato ogni influenza e interesse che Mosca poteva avere precedentemente in nord-Africa (4 miliardi di dollari valeva l'amicizia Putin-Gheddafi, oltre all'addestramento militare che i russi garantivano ai libici), anche grazie al sostegno del governo italiano e della tragicomica amicizia tra Silvio Berlusconi e il rais di Tripoli.

Ma come farà la Russia a superare le restrizioni imposte dall'embargo sulle armi, in vigore dal 2011 e imposto dalle Nazioni Unite, e vendere queste ai libici?

La visita alla Kunetsov dell'11 gennaio e l'accordo tra Haftar e i russi non sono il primo contatto tra le due parti: nel settembre scorso l'inviato del generale libico, l'ambasciatore in Arabia Saudita Abdelbassat al-Badri, era stato in visita a Mosca, dove aveva incontrato il vice-ministro degli Esteri Mikhail Bogdanov, inviato speciale di Putin per il Medio Oriente e l'Africa. A novembre è stato il generale Haftar in persona a visitare Mosca e a dicembre si è invece recato al Algeri, dove ha incontrato la controparte russa con la mediazione essenziale del governo algerino. Una triangolazione fondamentale per permettere l'arrivo delle forniture militari. L'interesse dell'Algeria è la chiave per capire la triangolazione Russia-Libia-Algeria: secondo il governo di Algeri l'interesse di Mosca in Libia è perfettamente coerente con i propri interessi ed è cosa nota che anche se Haftar non è visto proprio di buon occhio dagli algerini sicuramente è visto, al momento, come l'unico in grado di garantire un minimo di stabilità. O almeno di provare a farlo. Haftar ha dovuto slegarsi dagli amici di sempre nella regione, Egitto ed Emirati Arabi Uniti in particolare, perché questi paesi ricevono le forniture militari dagli americani e sarebbe impossibile per loro aiutare Haftar senza irritare Washington e le Nazioni Unite.

Al contrario l'Algeria riceve il 90 per cento delle proprie forniture militari proprio dalla Russia: secondo una fonte diplomatica citata da Middle East Eye il sostegno russo al generale libico “non è una vendita, in realtà” bensì “una forma di sostegno adatta a chiunque” che si declinerebbe con la donazione di armi fabbricate in Russia da parte dell'amica Algeria.

E qui si chiude il triangolo: l'Algeria infatti ha accettato, nel dicembre scorso, di fornire armi ad Haftar motivando questa scelta con la volontà di combattere gli islamisti del gruppo Stato Islamico e perché Haftar non ha mai cercato, ma queste sono opinioni, di conquistare il potere illegalmente.

Le forze fedeli ad Haftar sono composte da circa 60.000 uomini, un piccolo esercito che nei mesi scorsi hanno contribuito a consolidare non poco il potere del generale: il sequestro dei terminal petroliferi, le minacce poco velate alle milizie che sostengono il governo di Tripoli, le voci - o qualcosa di più - circa la loro responsabilità nell'attentato all'ambasciata italiana di sabato scorso sono tutti elementi fortemente destabilizzanti, in una Libia già molto instabile. Intanto, a Brazzaville capitale della Repubblica del Congo, il presidente Denis Sassou-Nguesso ha organizzato un mini-vertice proprio sulla crisi libica: sono attesi attori importanti dal continente africano, presidenti come Idriss Deby dal Ciad, Mahamadou Issoufou dal Niger, Jacob Zuma dal Sud Africa, Mohamed Ould Abdel Aziz dalla Mauritania, il primo ministro algerino Abdelmalek Sellal e, forse, ci sarà anche il Presidente egiziano al-Sisi. Ci sarà anche Fayez al-Serraj, a capo del governo di coalizione libico sostenuto dalle Nazioni Unite ma non ci sarà il suo rivale Khalifa Haftar, nonostante il primo ministro tripolitano abbia nei giorni scorsi manifestato l'intenzione di incontrare il generale libico “a quattr'occhi, senza mediatori”. Un incontro che, probabilmente, si terrà in un contesto internazionale ma “più avanti” come rivelato da una fonte diplomatica congolese a Jeune Afrique.