La sinistra europea sta morendo sotto i colpi del populismo

Leader sinistra
Alcuni leader della sinistra-centro-sinistra europea REUTERS/Rafael Marchante, Alkis Konstantinidis, Neil Hall, Michaela Rehle, Alessandro Bianchi, Francois Mori

Vent’anni fa a guidare il mondo c’erano Bill Clinton, Tony Blair, Romano Prodi, Lionel Jospin. In seguito è toccato a Barack Obama il compito di far sognare i progressisti occidentali portando avanti politiche di sinistra che promettevano ricette globali, condivise e condivisibili per realizzare una crescita che, grazie alla pace e all’unità, avrebbe riguardato tutti, non escludendo nessuno.

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Poi qualcosa deve essersi inceppato, bloccando gli ingranaggi di un meccanismo che oggi si è definitivamente fermato. Guardando da una parte all’altra degli oceani che bagnano l’Occidente sembra di assistere ad una vera e propria ecatombe di quella sinistra che in passato pareva incarnare il sogno democratico di un mondo, o almeno di una parte di esso, prospero e privo di confini e che adesso si è trasformata in una tradizione da rifiutare, combattere, addirittura odiare. E non basta la crisi economico-finanziaria cominciata nel 2008 per spiegare ciò che sta accadendo. Il cambiamento è molto più ampio e ingloba l’assetto culturale, sociale, finanziario, militare, comunicativo, tecnologico. La fede politica è diventata tifo da stadio, la leadership si è trasformata in kasta, le elezioni si vincono a colpi di demagogia e fake news e l’individualismo, l’egoismo, la chiusura sono le risposte vincenti alle domande poste dal 50% della popolazione.

La tendenza appena descritta viene riassunta semplicisticamente sotto il nome di populismo, lo spauracchio globale divenuto realtà preconfezionata e dominante. La reazione della sinistra, di quella stessa forza politica che avrebbe dovuto contrastare tutto questo è stata flebile, incoerente, ritardata e il risultato di tutto ciò è che adesso democratici, progressisti, socialisti o comunque si facciano chiamare stanno combattendo (perdendola miseramente) una battaglia in cui in gioco c’è la loro stessa sopravvivenza.

Per passare dalla teoria alla pratica non serve guardare agli Stati Uniti e alla caricatura politica che dallo scorso 20 gennaio, ogni giorno, siede sulla scintillante poltrona dello studio ovale governando la più grande potenza mondiale come se fosse il suo parco giochi personale, basta guardare a ciò che sta succedendo a casa nostra, in quell’Unione Europea in cui la sinistra continentale è impegnata ad assistere, inerme, ad un funerale politico che attualmente sembra aver risparmiato un solo Paese: il Portogallo. Il che rappresenta il paradosso dei paradossi dato che, nel 2015, la nascita del Governo della “Geringonça” guidato da Antonio Costa è stata accolta dalle autorità comunitarie con paura e apprensione perché il pensiero comune era che il nuovo Esecutivo avrebbe portato nuovamente Lisbona sull’orlo del baratro. E invece il Primo Ministro socialista sembra essere stato l’unico politico che, a livello continentale, è riuscito a trovare la ricetta giusta per favorire la crescita, ampliare i consensi del fronte progressista ed arginare il dilagare delle tendenze populiste di estrema destra diffuse nel resto d’Europa. Se i vari governanti non fossero impegnati a risolvere i propri problemi dovrebbero trasformare il Portogallo in un caso di studio, cercando di imparare qualcosa sul campo.

E invece guardando da una parte all’altra, la sinistra europea mostra uno spettacolo desolato e desolante. L’esempio più lampante sembra essere la Francia dove, dopo anni di presidenza, il partito socialista guidato da Francois Hollande è imploso toccando il minimo storico e lasciando a Marine Le Pen un’autostrada che rischia di portarla senza alcun ostacolo verso l’Eliseo. A cercare di impedirglielo ci saranno Emmanuel Macron e Francois Fillon (sempre che riesca a sopravvivere alle inchieste giudiziarie dell’ultimo periodo), mentre i socialisti si accontenteranno delle briciole raccolte da Benoit Hamon in vista di una futura, improbabile, riorganizzazione.

Nel Regno Unito il partito Laburista è allo sbando e a nove mesi dalla Brexit non è ancora riuscito a rimettere assieme i cocci di un partito che, come e quanto l’UKIP, come e quanto Cameron è responsabile di un voto che non è riuscito né ad impedire, né a prevenire nonostante le avvisaglie ci fossero tutte. In Spagna il partito socialista è ancora senza segretario dopo le dimissioni di Pedro Sanchez  arrivate cinque mesi fa e la rassegnazione al governo di minoranza di Mariano Rajoy. Nei sondaggi, il secondo posto, è diventato una vera e propria utopia, come se fosse normale che una forza politica del genere si accontentasse di essere l’alternativa equilibrata di Podemos, divenuta ormai la vera forza politica della sinistra spagnola.

Nemmeno la Germania è esente da quanto sta accadendo. L’estrema destra xenofoba e razzista imperversa con Alternative für Deutschland , Angela Merkel non sembra riuscire a trovare il bandolo della matassa e l’ex presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, leader dei socialdemocratici tedeschi e avversario numero uno dell’attuale cancelliera alle elezioni di settembre, pur di vincere non sembra disdegnare un po’ di sano populismo e qualche piccola dichiarazione propagandistica, tanto per stare al passo coi tempi.

In Olanda per riassumere ciò sta facendo la sinistra si può utilizzare la locuzione “non pervenuta” ma pervevuto eccome è Geert Wilders leader del Partito della Libertà con grosse probabilità di vincere le elezioni del 15 marzo a suon di euroscetticismo, islamofobia, razzismo ed estremismo.

Vogliamo parlare dell’Italia? Parliamone. Dieci anni fa nacque quello che era stato presentato come il più grande partito di centrosinistra moderno, meglio noto come Partito Democratico, che oggi dopo le sconfitte delle Amministrative e la figuraccia referendaria preferisce occuparsi di scissioni interne, di congressi e di lotte di potere consegnando il Paese nelle mani del Movimento 5 Stelle, con tanto di inchini e genuflessioni.

Nessuna autocritica, nessun progetto nazionale, nessun tentativo serio di recuperare i consensi persi. Il dibattito è tutto concentrato su Matteo Renzi, sulla sua leadership e sul suo ruolo. Chi se ne frega che mentre il PD si preoccupa del primato interno, quello nazionale si allontani sempre di più. L’autoreferenzialità viene prima di tutto.

Di fronte ad uno scenario del genere sorge spontaneo chiedersi qual è il piano, quali sono le misure che la sinistra europea sta intraprendendo per sovvertire la tendenza in corso, per evitare di scomparire e di mandare all’aria uno status quo lungo cinquant’anni. La risposta, che tra l’altro non stupisce, è niente e nessuno. La brillante idea che sembra balenare nella mente dei vari leader progressisti europei è quella di “adeguarsi”, intraprendendo anche loro quella strada populista che però è stata imboccata troppo tardi. Jeremy Corbyn nel Regno Unito sta cercando di spostare il Labour verso un populismo di sinistra, Martin Schulz in Germania, come detto, si candida con un programma socialdemocratico ed europeista veicolato tramite il linguaggio tipico del populismo, in Italia Matteo Renzi cerca di combattere Beppe Grillo attraverso un messaggio rissumibile con “vediamo chi la spara più grossa sui vitalizi”, in Francia Emmanuel Macron si è dissociato dal partito per il quale fino a ieri svolgeva il ruolo di ministro dell’Economia portando avanti un progetto centrista e populista. Per non parlare della Grecia , che da anni si regge su un Governo populista di sinistra, guidato da Alexis Tsipras, che a parole avrebbe dovuto combattere i gerarchi continentali e nei fatti si limita a dire “sissignore” a qualsiasi richiesta arrivi dalla Troika.

L’imitazione è dunque diventata la soluzione. Peccato che non si possa sconfiggere il nemico utilizzando armi che quest’ultimo conosce e sa usare molto meglio. Il rischio è quello di fare un copia-incolla sbiadito, inefficace e grottesco. Forse dunque, sarebbe il caso di pensare a qualcos’altro, di sviluppare una nuova idea di  progressismo meno imitativo, meno ideologico e più pratico, di abbandonare il volto di una sinistra continentale piegata su se stessa e incapace di reagire mentre il continente prosegue a vele spiegate verso politiche velleitarie e ignoranti che potrebbero causare la deflagrazione totale della realtà che conosciamo oggi. Perché a questo punto la domanda non è più se accadrà, ma quando accadrà. E quel giorno i progressisti dovranno evitare qualsiasi tipo di vittimismo o accusa. Perché dei fenomeni in atto sono ampiamente responsabili , troppo preoccupati per la loro stessa sopravvivenza da essere incapaci di percepire che il loro funerale politico è già cominciato da tempo.