La sinistra italiana ha un nuovo eroe: Jeremy Corbyn. E dimostra di non aver capito nulla

Corbyn
Jeremy Corbyn (a destra) durante una manifestazione elettorale REUTERS/Andrew Yates

La “non sconfitta” di Jeremy Corbyn alle ultime elezioni del Regno Unito ha inevitabilmente galvanizzato la sinistra italiana, costantemente in cerca di eroi all'estero, non riuscendo a trovarne uno nei confini nazionali. E come al solito un'analisi miope del risultato rischia di creare movimenti di sinistra destinati al fallimento, in un momento storico in cui, invece, ci sarebbe necessità di una vera forza di sinistra. Ricordiamo, solo per citare un esempio recente, quello della Lista Tsipras (e fra un attimo parleremo proprio del Primo Ministro greco, a suo volta esempio di fallimento di sinistra al governo).

Il risultato di Corbyn è stato certamente notevole: partendo da uno svantaggio nei sondaggi di 20 punti, è riuscito a recuperare gran parte del divario che divideva i laburisti dai conservatori. Solo una parte del merito, però, è da attribuirsi a Corbyn: l'altra parte della rimonta, infatti, è stata possibile grazie a Theresa May.

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I meriti di Corbyn - 1: capire gli elettori


Più che voglia di sinistra, gli elettori sembrano avere voglia di “estremismo”, qui non da intendersi come parola “violenta”, bensì come rifiuto delle mezze misure che hanno caratterizzato la politica negli ultimi decenni, ovvero la corsa ad accaparrarsi il voto del centro. È quello che ha fatto Tony Blair, ad esempio, con grande successo, ma è una strategia che oggi sembra passata di moda.

Questo vale non solo per il Regno Unito, ma anche per gran parte della politica occidentale (Trump negli USA, Le Pen in Francia, Wilders nei Paesi Bassi, Podemos in Spagna, Tsipras in Grecia e, ovviamente, Movimento 5 Stelle e Lega Nord in Italia). I successi di questi soggetti hanno spinto i soggetti più centristi a fare campagne elettorali più estreme, o comunque a prendere posizioni meno concilianti rispetto al passato. Un esempio per tutti sia Matteo Renzi, che si sta progressivamente spostando all'inseguimento dei populisti in vista della prossima campagna elettorale.

Corbyn è stata la risposta inglese a questa domanda, una risposta particolarmente efficace se si considera che l'altro partito estremista, l’UKIP, si è liquefatto, avendo esaurito la sua ragione di vita (ovvero la Brexit). Molti elettori laburisti che avevano votato UKIP in passato, insomma, erano ben disposti a tornare all'ovile.

Ha anche aiutato, ovviamente, l'appeal che le idee tradizionali della sinistra hanno sui giovani.

I meriti di Corbyn - 2: non fare (troppi) errori


Corbyn partiva da una situazione delicata: è estremista ed è fiero di esserlo, e da quando è a capo del partito è stato costantemente sotto attacco della stampa più feroce, i tabloid, e ovviamente criticato dai media più centristi. Questo ha probabilmente creato una sorta di assuefazione nell'opinione pubblica alle critiche verso il segretario laburista, un vaccino, per così dire. A furia di parlare male di Corbyn, i media hanno avuto un peso minore in campagna elettorale.

Corbyn è stato anche fortunato: ha fatto in passato delle gaffe piuttosto imbarazzanti (quella del treno, per esempio), ma ha condotto una campagna elettorale meno infelice di quella fatta da May. Questo gli ha permesso di non essere in cattiva luce, mentre si posizionava in campagna elettorale come abbiamo descritto nel paragrafo precedente. L'opinione pubblica, insomma, non è stata distratta.

Questi due meriti di Corbyn, però, non bastano a spiegare la rimonta.

I demeriti di May - 1: una campagna elettorale schizofrenica


Theresa May Una donna davanti a un'immagine di Theresa May  REUTERS/Darren Staples

Theresa May si è presentata agli elettori con lo slogan “una leadership stabile e forte”. Poi ha fatto campagna elettorale in modo instabile e debole. È come se un gelataio si mettesse a vendere del brodo caldo: la clientela resterebbe un attimo spaesata, specie se il termometro segna trenta gradi, guadagnando cautamente l'uscita indietreggiando senza mai perdere di vista il gelataio.

May, per esempio, ha preferito non fare dibattiti con Corbyn, praticamente urlando al mondo di essere debole. La campagna elettorale ha fatto perno sulla personalità del primo ministro, dimenticando però che May non ha personalità, non ha carisma, sembra un robot. May è stata debole mentre ripeteva di voler dare al paese una leadership forte (e lo ha ripetuto fino a stufare anche i conservatori). Metà dello slogan, insomma, era morto sul nascere.

I demeriti di May - 2: una politica instabile


A differenza della campagna elettorale dei laburisti, quella dei conservatori è stata una campagna che ha dato risposte a domande che gli inglesi non avevano fatto. Il primo ministro ha fatto campagna puntando soprattutto su Brexit e terrorismo, che però sono due temi per nulla sentiti come prioritari dalla maggioranza degli elettori. Al contrario, sembra essere maggiormente diffuso un bisogno di risposte su questioni meno “astratte” come la giustizia sociale, l'istruzione, le pensioni, la salute, questioni a cui Corbyn ha dato risposte vecchio stile, ma maggiormente efficaci.

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Prendiamo ad esempio la dementia tax, ovvero la tassa sulla demenza senile. I conservatori avevano proposto di togliere l'assistenza sanitaria gratuita alle persone, gli anziani, che soffrono di questa malattia e che hanno un patrimonio superiori alle centomila sterline. Questa soglia implica che persone che hanno semplicemente la proprietà di una casa rischiavano di doversi pagare la salute in un momento della vita e in una condizione di particolare debolezza. È stato come organizzare un torneo di Twister su un campo minato: in messaggio che è passato è che i Tories desiderano smantellare il sistema sanitario pubblico. I conservatori hanno prontamente ritrattato questa proposta, ma ormai il danno era fatto: Theresa May si è dimostrata ancora una volta tutt'altro che stabile, uccidendo così l’altra metà dello slogan elettorale.

L'importante non è né vincere, né partecipare


Corbyn ha quindi conseguito una rimonta sia grazie alla propria coerenza e purezza ideologica, sia perché il proprio avversario era troppo impegnato a rivisitare questo celebre sketch dei Monty Python. Questo dovrebbe portarci a diffidare di poter importare il suo modello anche in Italia, dove non è detto che ci siano avversari altrettanto deboli, specie se ricordiamo che il campo estremista e populista è già particolarmente affollato, agguerrito e ben posizionato.

Inoltre la sinistra italiana ed europea dovrebbero cominciare a fare bene i propri conti nel caso in cui dovessero riuscire ad arrivare al governo. Le promesse elettorali della sinistra, infatti, sono tradizionalmente molto costose, e questo costringe le eventuali sinistre di governo a fare i conti con un pericoloso nemico, ovvero la realtà.

Se da un lato i conservatori - in Italia li chiamiamo, con involontario sprezzo del ridicolo, “moderati”- si limitano a fare semplicemente pena, sapendo di avere sempre un nocciolo duro di elettori particolarmente grande a cui attingere (cosa che aumenta le probabilità di vittoria a priori), a sinistra si seguono due strade, spesso non alternativamente: o si promettono cose oggettivamente irrealizzabili (il reddito di cittadinanza, per esempio), oppure non si fanno i conti con vincoli di bilancio presenti in un certo momento storico. In entrambi i casi, si diventa indistinguibili dalla destra (o si è costretti a diventare destra, quando la destra fa schifo, come Prodi e Padoa-Schioppa impararono a loro spese: il risultato non cambia, si fa sempre pena).

E arriviamo a Tsipras: il greco ha certamente risposto alle domande degli elettori, ma non è riuscito a tradurre queste risposte in politiche. Il popolo chiedeva spesa pubblica per uscire dalla fame, ma la realtà richiede disciplina fiscale dopo i disastri degli anni precedenti. Tsipras, una volta al governo, si è semplicemente piegato alla realtà, perché l'alternativa sarebbe stato buttare il popolo da una rupe. Il popolo, però, non è in grado di capire quando ha fame e, deluso, sta abbandonando Tsipras, che oggi è, nei sondaggi, dimezzato.

Questa, la delusione, è una costante della storia della sinistra, con cui la sinistra si rifiuta di fare i conti, favorita da una storia in cui l'alternanza è fra pena di sinistra e pena di destra.

Corbyn dimostra, ancora una volta, che c'è fame di “estremismo” in Occidente, in questo caso fame di giustizia sociale, di scuola, di lavoro. Ma non possiamo pensare che la soluzione sia importare il suo modello in Italia per un sacco di ragioni, ma in particolare tre:

Non siamo il Regno Unito, non siamo la Grecia, non siamo la Francia, siamo l'Italia: dovremmo parlare con la nostra lingua, non tradurre i programmi elettorali altrui con un traduttore automatico;

La situazione politica italiana è diversa da quella inglese, e richiede una campagna elettorale diversa: fare come Corbyn in un paese già pieno di populismo come l’Italia significa non riuscire a differenziarsi, e non superare lo sbarramento (di nuovo);

Bisogna ricordarsi che l'importante non è vincere le elezioni, ma governare: servono politiche realizzabili, che rispondano bene e nel lungo periodo alle domande a cui la sinistra deve rispondere da secoli, e oggi come mai da decenni. Se si continuano a deludere gli elettori non c'è da stupirsi quando al potere ci va una destra che non è ancora uscita dagli anni ottanta (e che in questo modo ha un sacco di elettori baby boomer da sedurre mentre si continua a supportare il futuro delle generazioni successive) oppure dei movimenti populisti che nel caso migliore fanno pena come quelli tradizionali e in quelli peggiori sono fascisti.

“Una sinistra che non faccia pena” non è il migliore degli slogan, pur essendo migliore di quello di Theresa May. Ma l’obiettivo della sinistra non può essere “fare un po’ meno pena della destra”: questa “strategia” non ha funzionato fin qui, e non funzionerà mai.

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