La Somalia ha un nuovo presidente: sicurezza interna e crisi umanitaria sono ora le priorità del paese

Elezioni Somalia
Alcuni civili e militari somali festeggiano armi in pugno la vittoria alle elezioni presidenziali di Mohamed Abdullahi Mohamed detto Farmaajo. Mogadiscio, Somalia, 8 febbraio 2017. REUTERS/Feisal Omar

Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmaajo, è il nuovo presidente della Somalia: mercoledì 8 febbraio, nelle prime elezioni “a partecipazione allargata” degli ultimi cinquant'anni (un modo come un altro per non definirle ciò che non sono, ovvero democratiche) il 55enne Farmaajo ha battuto Hassan Sheikh Mohamud, presidente uscente, con 184 voti su 329 parlamentari.

“Oggi si è fatta la storia” ha dichiarato lo sconfitto alla tv nazionale, “abbiamo intrapreso il cammino della democrazia e voglio congratularmi con Farmaajo” (che si legge “formagio” con la prima o aperta e significa esattamente ciò che intendiamo noi italiani, ovvero “formaggio”, di cui il neo-presidente dicono essere ghiotto, contrariamente alla maggior parte dei suoi connazionali).

Mohamed Abdullahi Mohamed è il nuovo presidente della guerra civile in Somalia, un paese talmente in difficoltà che il voto del Parlamento somalo si è tenuto sotto strettissima sorveglianza nella base militare dell'aeroporto di Mogadiscio, l'unico luogo considerato abbastanza “sicuro”: tutti i presenti, parlamentari, giornalisti e osservatori, sono stati accuratamente perquisiti e si sono dovuti sottoporre a rigidi controlli di sicurezza. Mercoledì 8 febbraio la capitale somala è stata completamente paralizzata e le strade bloccate dai soldati governativi e dagli uomini della missione internazionale dell'Unione Africana AMISOM, i cittadini sono stati invitati a restare nelle loro case e martedì sera, poco fuori da Mogadiscio, c'è stato uno scontro a fuoco tra i soldati dell'AMISOM e alcune milizie al-Shabaab.

Appena data la notizia dell'elezione di Farmaajo la capitale somala è letteralmente esplosa: i sostenitori del neo-presidente sono scesi in strada a festeggiare e lo stesso Farmaajo ha celebrato la vittoria con loro. Nei festeggiamenti però qualcosa deve essere andato storto: un militare di stanza in Somalia, sergente della Brigata Sassari dell'Esercito Italiano, è stato colpito al torace, probabilmente non intenzionalmente, da un proiettile vagante. Secondo diverse ricostruzioni dei media somali, confermate dalle agenzie stampa internazionali, molte persone sono scese in strada armi in pugno sparando in aria per festeggiare e un proiettile avrebbe colpito il sergente italiano, ferendolo. Operato sul posto, versa in condizioni definite “non gravi” dalla Difesa italiana.

Altrove, come nelle città centrali di Dhusamareb e Guriel, dove la siccità sta provocando una gravissima crisi alimentare, le autorità locali hanno macellato capre e cammelli ordinando di distribuire la carne ai poveri in segno di festeggiamento.

Farmaajo, che ha la doppia cittadinanza somalo-statunitense, in passato ha già ricoperto il ruolo di primo ministro ma nei primi anni di carriera ha lavorato anche nel Dipartimento dei Trasporti dello Stato di New York: ha promesso di combattere la corruzione e, sopratutto, gli Shabaab, è molto amico di diverse cancellerie occidentali e visto di buon occhio anche dagli Stati Uniti, che hanno definito la sua elezione a presidente “un passo in avanti” per la Somalia, e nonostante le polemiche post-voto su presunte compravendite tra parlamentari due dei suoi valori fondamentali, sbandierato in campagna elettorale, sono “la giustizia, per aiutare la povera gente” e la lotta alla corruzione, ribaditi dopo essere stato dichiarato vincitore. Alcuni suoi detrattori invece lo definiscono un populista: “Dice tutto ciò che i demoralizzati cittadini somali vogliono sentire” ha detto alla Reuters Abdirashid Hashi, analista politico somalo membro del gabinetto del neo-presidente quando era primo ministro, tra il 2010 e il 2011.

Farmaajo dovrà ora affrontare numerose problematiche impellenti per l'ex-colonia italiana nel Corno d'Africa: politicamente instabile, un territorio devastato dalle scorribande di al-Shabaab e in parte controllato completamente dagli islamisti somali, una crisi economica oramai decennale, una litigiosità politica continua a livello federale e una crisi umanitaria pressoché dimenticata dagli osservatori internazionali aggravata dal flusso di rifugiati yemeniti in fuga dalla guerra dall'altro lato del Golfo di Aden.

Uno degli elementi più critici della Somalia di oggi resta comunque la sicurezza interna: dopo anni di guerra civile e un risorgimento recente delle milizie al-Shabaab i soldati somali e i membri delle forze di sicurezza sono tra le parti più demoralizzate della società somala, una condizione aggravata dai magri stipendi e da sconfitte militari importanti, subite anche dal contingente internazionale dell'AMISOM in zone lontane da Mogadiscio.

Molti militari però ricordano con affetto quando Mohamed era primo ministro e sembra che il messaggio ottimistico del neo-presidente riscuota un discreto successo tra le forze armate e le forze di polizia. Una situazione, quindi, che si evolverà probabilmente nel breve periodo e che vede la comunità internazionale poco attenta, ma certamente interessata, ai fatti interni della Somalia.