La 'svolta democratica' dell'Esercito Zapatista: nel 2018 candideranno una donna alla Presidenza del Messico

Comitato EZLN
Un momento del Congresso Nazionale Indigeno, al termine del quale è stata annunciata la corsa alle elezioni presidenziali di una candidata dell'EZLN. San Cristobal de Las Casas, Messico, 14 ottobre 2016. Mario Marlo su Twitter

Il Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) del Chiapas, stato del sud-est del Messico, hanno annunciato la decisione di partecipare alle prossime elezioni presidenziali messicane che si terranno nel 2018 candidando una donna indigena.

A rendere nota la notizia, di portata storica per la lotta zapatista in Chiapas, è stato lo stesso CNI riunito al suo quinto congresso a San Cristobal de Las Casas: in un comunicato pubblicato lo scorso 14 ottobre il Comitato annuncia la costituzione di un'assemblea permanente, il Consiglio Indigeno di Governo, a guida femminile che fungerà da vero e proprio braccio politico dell'EZLN e del CNI nella prossima corsa elettorale per la presidenza. “La nostra lotta non è per il potere” specificano gli zapatisti “chiameremo i popoli e la società civile a organizzarsi per bloccare la distruzione, rafforzarci nella resistenza e nella ribellione, ovvero nella difesa della vita di ogni persona, ogni famiglia, collettivo, comunità o quartiere. Costruire la pace e la giustizia organizzandoci dal basso, dove siamo ciò che siamo. È tempo della dignità ribelle, di costruire una nuova nazione per tutte e tutti, di rafforzare il potere dal basso della sinistra anticapitalista” si legge in calce al comunicato stampa del CNI, pubblicato a chiusura del Congresso tenutosi in Chiapas la scorsa settimana.

Le ultime due edizioni del CNI sono state caratterizzate da una velocità inusuale dei lavori e dalla chiara e manifesta volontà di stabilire un calendario serrato e piuttosto preciso per la continuazione della lotta ma nessuno, nemmeno l'osservatore più attento, sarebbe stato in grado di immaginare una svolta tanto storica e repentina.

La candidata sarà scelta nel corso di questa assemblea permanente e la corsa alla presidenza sarà indipendente, l'incarnazione dell'ennesima “offensiva” contro lo stato delle cose: si tratta di una svolta importante nella lotta zapatista, forse la rottura definitiva con il passato della guerriglia nella selva. Per la prima volta in 22 anni, da quando cioè gli zapatisti occuparono San Cristobal ed altre città del Chiapas per denunciare i crimini del capitalismo e del governo messicano contro gli indios messicani, la proposta zapatista si fa speranza per l'intero Paese: era il 1 gennaio 1994 quando un uomo dagli occhi chiari e la parlata forbita, con il volto travisato da un passamontagna nero e che si faceva chiamare Subcomandante Marcos, dichiarava il Chiapas “territorio ribelle”. Una ribellione pacifica, autodifensiva, intelligente, che ha anticipato di anni le denunce e le battaglie anti-globalizzazione, o meglio “altermundiste” come le definiscono gli stessi zapatisti: non “anti” ma “altro”.

Molti indigeni ed importanti esponenti delle diverse giunte locali che animano il CNI si sono detti contrari a questa svolta democratica e all'uscita definitiva dalla lotta armata (gli zapatisti non sparano un colpo da circa un ventennio nonostante violenze, mattanze e uccisioni da parte del governo e dei gruppi paramilitari non si siano mai interrotte); i 500 delegati rappresentanti di decine di diversi gruppi etnici che si sono riuniti la settimana scorsa a San Cristobal hanno deciso a maggioranza, dopo quattro giorni di discussioni e analisi della situazione attuale del Chiapas e del Messico, giudicata critica. Da qui la decisione di serrare i ranghi e organizzarsi contro i “cattivi governanti”: da sempre l'EZLN denuncia la corruzione e la violenza della politica contro i popoli indigeni non invocando mai il boicottaggio elettorale e preferendo attaccare con la penna e il ragionamento l'establishment messicano.

Tra gli scettici circa la svolta epocale dello zapatismo c'è lui, il Subcomandante Galeano (che un tempo si faceva, appunto, chiamare Marcos), il quale secondo Diagonal ha definito “assurda” la decisione del Comitato: già nel 1995, quando il governo messicano ha tradito i negoziati con l'EZLN inasprendo la repressione e svendendo il territorio a multinazionali e latifondisti, Marcos si era scottato al contatto con la realpolitik messicana, un paese ancora oggi fortemente classista e razzista con i nativi e i più poveri, aspetti resi ancora più aspri in un sistema economico neoliberista. A questo gli zapatisti decisero di contrapporre una filosofia includente e pacifica che spiegasse le loro ragioni e che ne trainasse la lotta: convincere senza vincere, proporre senza imporre, camminare domandando, rappresentare senza soppiantare e comandare obbedendo.

Il vescovo di San Cristobal Felipe Arizmendi Esquivel ha definito la decisione del CNI di correre per la presidenza “una svolta storica, poiché rappresenta un modo legale e istituzionale di lottare per un cambiamento di rotta del nostro Paese. […] La mera critica del sistema non è sufficiente a fare la differenza, è necessario offrire alternative […] è una proposta degna di essere presa in considerazione”. Il vescovo ha messo in parallelo la decisione dell'EZLN con l'accordo di pace tra governo colombiano e FARC, salutando con soddisfazione tale scelta democratica: “La via delle armi non porta altro che la morte e la distruzione della società”. La posizione del vescovo di San Cristobal è stata ridimensionata dal suo superiore, il vescovo Raul Vera Lopez, che ha chiarito come Esquivel parlasse a titolo personale e non in nome della Chiesa Cattolica.

L'opzione democratica intrapresa dall'EZLN è già al centro del dibattito politico messicano: Andés Manuel Lopez Obrador, candidato presidente nel 2006 e nel 2012, più volte governatore e più volte indagato, probabile futuro candidato presidente per il partito Morena, ha detto che l'annuncio dell'EZLN è “una manovra per assecondare il governo” di Enrique Pena Nieto, più volte criticato dal CNI e dai comandanti zapatisti. Il Subcomandante Galeano in passato ha definito sia Obrador che Nieto delle “canaglie”. Il timore di Obrador, che in teoria guida una coalizione di sinistra, è di perdere le elezioni per la terza volta per via della dispersione di voti che una candidatura indipendente potrebbe provocare.

L'obiettivo della corsa elettorale, come scrive il CNI, non è la vittoria e questo è coerente con la storia dell'EZLN, che punta alla distruzione del potere e dalla sua ricostituzione “dal basso”. L'obiettivo è portare la lotta su un piano nuovo, inedito, differente, uscendo definitivamente dalla selva, scendendo dalle montagne e portando la propria voce nel dibattito pubblico “a vantaggio di tutti”, non solo degli indios. Il Messico vive oggi uno dei momenti più bui della sua vita democratica e le condizioni sociali del Paese sono oggi ben peggiori di quelle che, nel 1994, convinsero gli zapatisti a mostrarsi al mondo: “I popoli poveri e indigeni sono i portatori di un nuovo mondo, nel quale le vittime sono al centro” ha detto durante il Congresso il Comandante Moises, sottolineando come in effetti tale svolta non sia così “assurda”: dopo l'occupazione di San Cristobal il 1 gennaio 1994 già il 12 dello stesso mese l'EZLN si era messa a disposizione di un dialogo nazionale con le istituzioni messicane, dialogo che portò agli accordi di San Andrés, traditi da Città del Messico ma sempre rispettati dagli zapatisti. La nuova fase è semplicemente l'evoluzione della lotta indigena, della “resistenza ribelle” degli indios del Messico, che si fanno portatori di una speranza a livello nazionale.