L'accordo UE-Libia sui migranti favorisce i crimini contro l'umanità

Detenzione Libia
Immigrati illegali catturati mentre cercavano di raggiungere l'Europa via mare detenuti nel centro di Gheryan, alle porte di Tripoli. Libia, 1 dicembre 2016. REUTERS/Hani Amara

Lunedì 20 febbraio 2017 il convoglio di auto con il quale viaggiava il premier della Libia Fayez al-Serraj nella zona di Abu Salim, a Tripoli, è stato attaccato da un gruppo di uomini armati: l'attacco non è stato ancora rivendicato ma secondo Mohamed Salem, portavoce del Consiglio di Stato libico, il convoglio è stato attaccato da “gruppi armati” asserragliati in un edificio nei pressi proprio della sede del Consiglio di Stato, che avrebbero aperto “un fuoco pesantissimo” sul convoglio, ferendo due guardie di sicurezza. La notizia è stata riferita dall'Agence France-Presse.

Il premier libico è uscito incolume dall'attacco, che potrebbe essere stato condotto dalle milizie fedeli all'ex-premier Khalifa Ghweil, che ha già tentato due volte il colpo di Stato a Tripoli e controlla un piccolo esercito che a sua volta controlla una fetta importante della città di Tripoli e delle zone marittime.

Abu Salim è il quartiere di Tripoli dove sorge il famoso carcere nel quale gli uomini del Colonnello Gheddafi commettevano le peggiori atrocità sui detenuti: è nel carcere di Abu Salim che affondano le radici della primavera libica, nella strage compiuta nel giugno 1996 dalle guardie presidenziali che uccisero tutti e 1270 i detenuti che affollavano quella prigione. I corpi di questi martiri, come li definiscono oggi i libici, sono stati ritrovati nell'agosto del 2011 in una fossa comune adiacente al carcere. Nessuna indagine fu mai avviata, nel grave silenzio dei governi occidentali e nell'ancor più grave e vergognoso silenzio omertoso del governo italiano. Di tutti i governi italiani che si sono succeduti dalla strage alla morte del Colonnello. Oggi Abu Salim è uno dei due centri di detenzione per migranti creati dal governo libico nella capitale Tripoli, assieme a quello di Al Fallah.

Martedì 13 dicembre 2016 un rapporto delle Nazioni Unite citato dall'agenzia Reuters denunciava le condizioni terribili di vita dei migranti nei centri di detenzione nel nord della Libia: detenzioni arbitrarie, lavori forzati, stupri, torture e riduzione in schiavitù, questi gli orrori che “normalmente” sono costretti a subire dai gruppi armati che li rapiscono e li tengono in consegna.

In quel rapporto le Nazioni Unite non denunciavano unicamente le condizioni di vita inumane dei migranti nelle città portuali libiche ma anche il controllo dei gruppi armati e dei trafficanti di esseri umani dei centri di detenzione ufficiali per i migranti. Il mercato degli esseri umani, in Libia, è oggi un mercato in fermento che vale molti soldi, ragion per cui tra diverse bande di trafficanti non scorre buon sangue. “La situazione dei migranti in Libia è una crisi per i diritti umani” si legge nel rapporto dell'ONU, “la disgregazione del sistema giudiziario ha condotto ad uno stato di impunità in cui gruppi armati, bande criminali, contrabbandieri e trafficanti controllano il flusso di migranti attraverso il Paese” e addirittura “alcuni membri delle istituzioni statali e alcuni funzionari locali hanno partecipato al processo di contrabbando e di tratta”.

I migranti finché restano in Libia sono, di fatto, degli schiavi: uomini e donne oggetto comprati e venduti, scambiati come merce tra una banda e l'altra unicamente allo scopo di estorcere loro, e alle loro famiglie, più denaro possibile. Con tre diversi governi a litigarsi il potere istituzionale la Libia di oggi è in realtà governata da un mosaico di sigle, gruppi e bande armate: sono le milizie a controllare il territorio, nemmeno l'intera città di Tripoli è al sicuro. Una situazione resa ancor più pericolosa non solo dalla presenza dei migranti, che diventano oggetto di tratta, ma sopratutto dai sentimenti razzisti di tali bande armate e dei libici in generale: bruciano ancora i ricordi dei mercenari nigerini e ciadiani assoldati da Gheddafi per fare carne di porco dei civili durante la rivoluzione, le cicatrici non si sono ancora rimarginate e con la morte del Colonnello la “caccia al nero” si è fatta crudele, aspra. Criminale.

Sono state le Nazioni Unite a denunciare le precauzioni di molte donne sudanesi, che prima di intraprendere il lungo viaggio attraverso il deserto assumono anticoncezionali perché si aspettano già di essere stuprate; lo stesso destino attende le donne nigeriane, che divengono merce sessuale preziosissima, una condizione di servitù che spesso sono costrette a portare con loro anche dopo la traversata, lungo i viali del Paese europeo di arrivo. I migranti in Libia sono l'equivalente di un bancomat, per i trafficanti: vengono spremuti fino all'ultima goccia di sangue e sudore, subiscono estorsioni e infine muoiono di stenti, malattie, con una pallottola in testa, affogati.

Una delle domande chiave che dobbiamo farci per cominciare a dissipare il fumo dalla sostanza, quando parliamo di Libia, è la seguente: perché non ci sono migranti libici che attraversano il Mediterraneo? I libici, che vivono già una condizione di vita molto difficile nella sostanziale anarchia violenta che è la Libia di oggi, ricevono una vera e propria protezione da parte delle milizie che controllano il territorio in cui vivono: una protezione violenta, vero, ma che funge anche come deterrente e arma politica per raccogliere il consenso territoriale. Un'arma che, fino ad oggi, agli occhi dei libici ha funzionato molto bene. Il problema attiene ai migranti: loro sono la merce, l'oggetto del contendere, la risorsa economica da sfruttare e buttare in mare una volta esauritasi.

Quando i migranti vengono catturati, generalmente questo avviene ancora nel deserto – nel sud della Libia – vengono spogliati di tutto e gettati in hangar e magazzini sovraffollati: sono i Centri di detenzione, luoghi ufficiali (ma ce ne sono anche di semi-ufficiali e di non-ufficiali, ci è stato riferito da diverse fonti e da numerosi testimoni che noi di IBTimes Italia abbiamo incontrato una volta sbarcati) dove più che di “sovraffollamento” si deve parlare di totale e assoluta invivibilità. In questi centri la qualità della vita è talmente bassa che il governo libico, dietro le pressioni dell'Unione Europea, ha deciso di avviare i rimpatri, una decisione diventata realtà soltanto il 19 febbraio 2017. Quando la massa critica è stata raggiunta e superata da un bel pezzo.

Tra dicembre e gennaio l'OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) ha effettuato operazioni di disinfezione nei centri del governo tripolitano, è intervenuta per garantire più cibo e acqua potabile ai detenuti e in generale si è spesa con il governo libico affinché migliorassero le condizioni di detenzione. Oggi il quotidiano inglese The Guardian pubblica un pezzo del documentarista Ross Kemp, che si trova in Libia con la sua troupe, che fa letteralmente gelare il sangue nelle vene: secondo quanto denuncia Kemp nei centri di detenzione libici i migranti vengono semplicemente chiusi e lasciati marcire. “Si tratta di un disastro umanitario mentre tutte le organizzazioni umanitarie si trovano lì proprio per aiutare. Per decine di migliaia di migranti presenti nel Paese in questo momento non c'è via di scampo: la Libia non li vuole, l'Europa non li vuole e nemmeno i loro paesi li vogliono”. Uno stallo alla messicana pericoloso e nel quale le responsabilità sono anche europee: nella ben rodata capacità dell'Europa di non saper decidere nulla (e il demerito va tutto ai governi che compongono il mosaico UE, prima ancora che alle istituzioni comunitarie) si è scelta la folle linea maltese, che punta a creare una linea di protezione marittima per attuare i respingimenti.

Se c'è da cercare un aspetto positivo in ogni cosa c'è da dire che questa soluzione permetterà la formazione adeguata degli uomini della Guardia Costiera libica, che fino ad oggi si sono comportati in buona parte come predoni del mare nei confronti dei migranti, l'ultimo orrore da superare prima di ritrovarsi nella nera deriva. Ma per il resto questa soluzione serve solo a spazzare la polvere, i migranti, sotto al tappeto, il caos libico. L'accordo UE-Libia non può partire dai medesimi presupposti da quello UE-Turchia (pure criticato da molti), semplicemente perché le condizioni della moderna Libia non sono minimamente paragonabili a quelle della Turchia, dove si mantiene una parvenza di stato di diritto. Eppure si è scelto di seguire la stessa strada: l'accordo UE-Libia – i principali promoter sono stati Malta e l'Italia – ha l'unico scopo di mantenere i migranti nell'inferno, laddove non possiamo vederli, ascoltarli. Lontano dagli occhi lontano dal cuore: alla luce di quanto sta succedendo, gli attentati alla fragile autorità nazionale libica proprio nelle zone in cui i migranti vengono stipati come sardine sono solo l'inizio di una (nuova) fine. L'accordo è criminale perché delega di fatto ogni obbligo umanitario ai criminali in Libia, siano essi trafficanti di esseri umani, bande armate, milizie e funzionari corrotti. Siamo davvero sicuri che questa sia la soluzione ideale?