L'appello dalla Mauritania di Cristian Provvisionato: "Rilasciatemi, sono innocente"

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Cristian Provvisionato in compagnia della sua compagna Alessandra Gullo, in visita alla caserma dove è detenuto. Nouakchott, Mauritania, 4 gennaio 2017. Stringer

“Dopo un anno e quattro mesi chiedo di essere rilasciato dalle autorità della Mauritania, che sanno bene che io sono una vittima, parte lesa come in questo caso è anche il governo mauritano. Comprendo il risentimento di questo governo, il medesimo che provo anche io, ma personalmente ho sempre garantito la massima collaborazione sia alle autorità mauritane che a quelle italiane, contro chi mi ha messo in questa situazione. Richiedo che venga messa la parola “fine” alla mia detenzione il prima possibile e che venga trovata una soluzione con il governo italiano. Colgo l'occasione per ringraziarvi per il vostro interesse nella mia vicenda.

Cristian Provvisionato

PS: In ogni caso, la speranza è che questa brutta storia – per me e la mia famiglia – possa essere l'inizio di una nuova vera amicizia tra Italia e Mauritania”

Con queste parole Cristian Provvisionato, detenuto da 16 mesi in una caserma della polizia in Mauritania, nella capitale Nouakchott, ha chiesto nuovamente di occuparsi del suo caso. Provvisionato, 43 anni di Cornaredo in provincia di Milano, si trova ingiustamente detenuto nella capitale mauritana dal settembre 2015, dove era arrivato circa tre settimane prima per motivi di lavoro: l'azienda per la quale lavorava come guardia giurata e bodyguard, la Vigilar Group di Milano, lo aveva inviato subito dopo Ferragosto di quell'anno in Mauritania per presentare un'azienda produttrice software di sicurezza informatica che il governo del paese africano voleva acquistare da una terza società.

Della vicenda si sono anche occupati i colleghi di IBTimes UK.

Provvisionato, arrivato a Nouakchott seguendo le indicazioni dei titolari della Vigilar, si è trovato in una situazione più grande di lui: al suo arrivo le autorità hanno preso il suo passaporto, quel meeting non si è mai tenuto e lui si è ritrovato in arresto. Il governo della Mauritania accusa gli italiani di averli danneggiati, che parte di quanto già pagato non è mai stato fornito loro e che avrebbero liberato Provvisionato solo quando previo pagamento di un risarcimento danni proprio dalla sua azienda, che in Mauritania operava tramite una società spagnola. La quale, successivamente, sembra essere sparita nel nulla (mentre Vigilar è ancora attiva, tra i leader del mercato in Italia).

La famiglia Provvisionato ha denunciato alla magistratura milanese la società Vigilar Group e la proprietà di quest'ultima, Davide Castro: Cristian Provvisionato sarebbe un ostaggio, vittima di un vero e proprio scambio di persona inviato in Mauritania per sostituire chi avrebbe dovuto tenere una presentazione dell'azienda, Leonida Reitano, un giornalista che è anche esperto di OSINT (Open Source INTelligence) e che si trovava in Mauritania per lo stesso incarico ottenuto con simili modalità. Il prodotto che sarebbe dovuto essere venduto al governo della Mauritania, paese nel quale la repressione del dissenso e dell'opposizione è spietata, dove i diritti umani e civili vengono regolarmente calpestati in nome di un'interpretazione molto radicale della Sharia e in cui è ancora in vigore la schiavitù, come raccontò Biram Dah Abeid durante una conferenza qualche tempo fa, era un software di intrusione telefonica. Per capirci, lo stesso utilizzato dalle autorità egiziane per rintracciare il telefonino di Giulio Regeni, lo stesso che diversi regimi antidemocratici utilizzano per controllare le telefonate dei propri cittadini-sudditi.

Arrestato i primi di settembre 2015, dopo avere accompagnato Leonida Reitano all'aeroporto ed averlo visto salire su un aereo per l'Italia “scortato da due mauritani” secondo quanto sostiene una fonte locale a IBTimes Italia (circostanza smentitaci dallo stesso Reitano, che non ha voluto rilasciare altre informazioni in forma ufficiale), Provvisionato è letteralmente sparito nel nulla e la sua famiglia è caduta in un'angoscia profonda fino al gennaio 2016, quando un poliziotto ha dato a Cristian il suo cellulare permettendogli di chiamare i suoi cari in Italia. Da allora la sua compagna, tutta la sua famiglia e i suoi amici cercano in ogni modo di far conoscere la storia di Cristian e di riportarlo a casa: i rapporti tra il governo italiano e quello mauritano però sono rari e sporadici, nel Paese non c'è nemmeno un'ambasciata e ogni volta i funzionari italiani devono arrivare da Rabat, in Marocco, per fornire quel minimo di assistenza che il detenuto italiano necessita. 

Un detenuto in qualche modo “speciale”: non si trova in carcere ma all'interno di una caserma, da solo e per fortuna non soffre le tragiche condizioni di detenzione di tutti gli altri detenuti mauritani. Provvisionato viene, in un certo senso, trattato come ostaggio e non come prigioniero anche se nei primi mesi ha perso molto peso ed ha sofferto non poco la poverissima dieta del detenuto. Cristian Provvisionato e la sua famiglia da mesi denunciano l'ingiustizia subita e, scrivono i giornali mauritani, sembra che il governo di Nouakchott abbia confermato la sua innocenza e il suo status non formale di ostaggio, nonostante l'incriminazione pretestuosa di “attentato alla sicurezza dello Stato”. Su articolo21 Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, pochi giorni fa ha scritto chiaramente che Cristian Provvisionato è un ostaggio. Per rilasciarlo la Mauritania chiede qualcosa: ha ricevuto un prodotto “fallato” o “incompleto”? Non si sa. Non si sa neanche perché l’Italia tenga un profilo così basso su questa vicenda”.

Quello che è certo, perché è un fatto dimostrato da dichiarazioni e documenti, è che Cristian Provvisionato si trova prigioniero di un Paese straniero. E che le autorità italiane sembrano in preda ad un enorme imbarazzo: come sottolineato da Stefania Maurizi de L'Espresso di recente il dibattito sulla vicenda è praticamente inesistente e il profilo che il governo italiano sta mantenendo sulla vicenda è bassissimo. Tutto sembra portare la mente allo scandalo Hacking Team, alla vicenda Marco Carrai messo a capo di un'agenzia di cyber-security, alla “guerra fredda” interna ai servizi segreti che diversi organi di stampa hanno raccontato. Una “guerra fredda” che Marco Minniti, nuovo ministro degli Interni italiano ed ex-sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti (dal maggio 2013 alla sua nomina al Viminale nel dicembre 2016), dovrà gestire cercando anche di dipanare le complicate matasse della cybersicurezza italiana.

È impensabile che un'azienda italiana possa legittimamente fare affari con un governo di un paese in black-list, nello specifico la Mauritania, per un prodotto strategico di tale importanza senza l'avallo dei servizi segreti. Allo stesso modo è impensabile che a fare le spese di affari altrui, se non illeciti quantomeno moralmente discutibili, siano delle persone tirate in ballo senza motivo.