L'attacco statunitense in Siria contro Assad era prevedibile

trump wrecking ball
Una caricatura di Donald Trump in versione "wrecking ball" DonkeyHotey (CC BY-SA 2.0), via Flickr

La sovranità finisce laddove ci sono crimini contro l'umanità.

Si può sintetizzare così il pretesto adottato dal Comandante in Capo statunitense Donald Trump per lanciare l'attacco americano alla base dell'aviazione siriana di Shayrat, pochi chilometri a sud-est di Homs. L'America di Trump, che sulla questione siriana era in posizione decisamente subalterna a quella della Russia di Putin, ha così rotto gli indugi che perduravano dal 2011: 59 missili Tomahawk, lanciati alle 3:45 ora italiana dal un cacciatorpediniere della Marina USA, hanno colpito la base siriana e “ridotto la capacità del governo siriano di utilizzare armi chimiche” secondo quanto comunicato dal Pentagono mentre hanno “ucciso 15 persone, 9 i civili tra cui 4 bambini” secondo l'agenzia stampa siriana Sana.

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In molti hanno subito parlato di “attacco a sorpresa” ma in realtà le premesse c'erano tutte: lo stesso Trump si era detto pubblicamente “turbato” dopo l'attacco con armi chimiche che ha ucciso oltre 70 civili nei pressi di Idlib, mercoledì, un attacco sul quale l'unica certezza è l'uso del gas nervino. La narrazione americana infatti accusa direttamente il regime siriano, e l'attacco missilistico è la conseguenza, mentre la narrazione siro-russa accusa non meglio precisati “terroristi” (termine in in cui vengono inclusi i ribelli moderati, quelli islamisti, i quaedisti e i seguaci di Daesh) di avere stoccato il gas in un magazzino, colpito dai raid siriani. Ma c'erano altri elementi che potevano lasciar pensare ad una rapida, ed improvvisa, escalation del caos siriano: la defenestrazione di Steve Bannon dal Consiglio di Sicurezza Nazionale è uno di questi elementi, lui che è stato indicato da tutti come “lo stratega” di Donald Trump. Bannon, la cui filosofia politica è apprezzata da un altro importante stratega, Alexander Dugin, consigliere numero uno di Vladimir Putin, era l'uomo dell'alt-right alla Casa Bianca. La presenza di Bannon è quella che più ha alimentato le speculazioni sui contatti e la vicinanza, quantomeno ideologica, tra la nuova Casa Bianca ed il Cremlino, ragion per cui quell'esclusione dal Consiglio di Sicurezza poteva già dare adito a qualche sospetto.

La cacciata di Bannon è stata una vittoria per il generale Herbert Raymond McMaster, uno dei massimi esperti militari americani di Medio Oriente, il quale aveva espressamente richiesto totale autonomia e libertà di movimento: la presenza di Bannon nel Consiglio era stata criticata dai vertici militari che ritenevano quello un pericolo per la potenziale influenza ideologica nelle scelte militari e nella politica estera americana. In tal senso anche quell'evento, quindi, era un passo verso un cambio delle politiche amichevoli con Mosca, sopratutto in campo bellico.

Nelle ultime settimane diverse ipotesi militari erano state presentate pubblicamente, inizialmente collaborative e via via sempre più autonomiste, da parte della Difesa USA e il raid missilistico sulla base siriana è, tra l'altro, l'azione più limitata tra quelle discusse. Un gesto simbolico per far vedere che il leone americano sa ancora ruggire? Può darsi.

Il presidente russo Vladimir Putin ha definito un attacco “alla sovranità nazionale della Siria” ma la domanda che viene da porsi è, in questo caso, di quale sovranità nazionale stiamo parlando: la Siria non ha quasi più un esercito, controlla meno di un quarto del territorio siriano (e nemmeno tutta la città di Damasco) e di fatto il paese è commissariato da Mosca, che tuttavia azzarda commenti sull'attacco alla sovranità siriana. Ma questo non toglie che l'attacco americano non sia un evento storico, in questo conflitto: è la prima azione militare diretta che gli Stati Uniti hanno compiuto dall'inizio del conflitto ma le sue conseguenze saranno più politiche che altro.

Trump approfitta, forse, anche delle elezioni presidenziali che si terranno in Iran il prossimo 19 maggio, Teheran è tra i principali alleati di Damasco, e rimette in asse quelle che erano le care, vecchie, alleanze americane nell'area: con la Turchia e con Israele in particolare, cosa che non può che far piacere ai Repubblicani, che negli ultimi tempi non hanno lesinato critiche al Presidente. Ora la politica americana è rientrata perfettamente nei canoni dell'ortodossia classica, e questo se ci stupisce è perché avevamo deciso noi di vedere solo “il cambio di rotta” dell'America. Tra l'altro di un possibile attacco alla Siria ne hanno parlato anche i giornali: di quale sorpresa stiamo parlando?

Per giudicare e avere tutti gli elementi a disposizione e fare una valutazione corretta di quello che è successo nella notte siriana bisognerà aspettare qualche giorno, capire quali saranno le conseguenze ed osservarle attentamente. Quelle che possiamo osservare in questo momento sono sopratutto politiche: l'allontanamento di Trump dalle posizioni dell'alt-right, il riallineamento ai Repubblicani, il ritorno a politiche che conoscevamo bene, anzi benissimo. Almeno, le conosce chi è nato dopo il 2001.

Nell'attesa di poter avere tutti gli elementi, se mai li avremo, a disposizione facciamo nostre le parole che ha espresso Emergency sui fatti siriani delle ultime ore: “La strage di Idlib è stato l’ultimo gravissimo episodio della guerra in Siria. Davanti a quello scempio, c’erano due scelte: fermarsi e capire che stiamo accelerando sulla strada dell’autodistruzione o reagire con violenza alla violenza. Si è scelta la seconda. […] Quanti altri morti dovranno esserci prima di capire che la guerra è sempre l’opzione più disumana e inutile? Oggi possiamo ancora decidere di rinunciare alla guerra: non abbiamo altre alternative se non la distruzione e la violenza a cui stiamo assistendo. La guerra si può solo abolire.”