Lavoro, dall'INPS il rapporto finale sul 2016: dalla politica renziana scarsi risultati e molti danni

Matteo Renzi, dimissioni
Matteo Renzi a Palazzo Chigi durante il discorso in cui annuncia le sue dimissioni REUTERS/Alessandro Bianchi

Il doping è finito e la corsa dei contratti a tempo indeterminato si è fermata bruscamente. La tendenza è stata chiara nel corso dell’intero 2016, quando rapporto dopo rapporto l’INPS certificava la frenata dei contratti e tempo indeterminato dopo la fine degli sgravi al 100% validi fino al dicembre 2015. Ora l’Osservatorio del Precariato INPS pubblico il consuntivo dell’intero anno confermando che il mercato del lavoro italiano è ancora in coma e che gli sgravi fiscali sono stati soltanto una spesa onerosa per scarsi risultati.

Tra gennaio e dicembre 2016 il totale dei contratti attivati è calato del 7,4% rispetto al 2015: crollano in modo particolare i nuovi contratti a tempo indeterminato che scendono del 37,6%. Altro dato interessante è quello delle trasformazioni che nel corso del 2015 hanno davvero registrato un boom spinte dalla decontribuzione triennale: il saldo (comunque leggermente positivo con +82mila) è in calo del 91% rispetto allo stesso dato del 2015, quando il saldo era di 933mila contratti in più. In netta controtendenza vanno i voucher lavoro che nel 2016 sono saliti del 27,4% erodendo anche una quota di contratti stagionali che infatti sono risultati in calo.

Dal rapporto dell’INPS si possono trarre diverse conclusioni. La prima, indiscutibile, è il flop della politica sul lavoro del Governo Renzi: la decontribuzione è costata oltre 10 miliardi ed è servita soltanto a creare una bolla che come previsto si è già sgonfiata. Non solo, nei prossimi anni è probabile che aumentino ancora i licenziamenti dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato e i costi per la previdenza. Profezia questa fatta a inizio 2016 dalla Corte dei Conti che criticò gli sgravi del Governo.

Osservatorio INPS sul precariato

Nel periodo gennaio-dicembre 2016 i nuovi rapporti di lavoro attivati nel settore privato in Italia sono risultati in calo del 7,4% rispetto al 2015. Come previsto, il crollo si è registrato soprattutto sotto la voce “contratti a tempo indeterminato”: nel 2015 i nuovi contratti stabili spinti della decontribuzione sono stati oltre 2 milioni, mentre nel 2016 hanno raggiunto quota 1,2 milioni con un calo del 37,6%.

“Questa riduzione – spiega il rapporto INPS - va collegata al forte incremento delle assunzioni a tempo indeterminato registrato nel 2015, anno in cui dette assunzioni potevano beneficiare dell’abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo di tre anni".

Per quanto riguarda le altre tipologie di contratti cresce leggermente il tempo determinato, da 3,4 a 3,7 milioni (+8%) e accelera l’apprendistato da 181mila a 237mila nuovi contratti (+31%). Calano invece, gli stagionali da 598mila del 2015 a 564mila del 2016 (-5,6%).

Nel corso del 2015 la quota maggiore di contratti a tempo indeterminato proveniva dalle trasformazioni: i datori di lavoro hanno sfruttato gli sgravi contributivi triennali per trasformare contratti a termine in contratti stabili. Nel 2016 infatti, finiti gli sgravi le trasformazioni hanno registrato un crollo del 91%: il saldo è comunque positivo, di circa 82mila contratti, ma nel 2015 era di 933mila contratti in più. 

Il rapporto INPS dice che il tasso di licenziamento del 2016 ha registrato un leggero calo rispetto al 2015 (-6,1%), ma “analizzando le cessazioni per tipologia, i licenziamenti complessivi relativi a rapporti di lavoro a tempo indeterminato, pari a 646.000, risultano in modesto aumento rispetto al 2015”. 

Le assunzioni con l’esonero contributivo biennale nel 2016 sono state pari a 414.000 e le trasformazioni ammontano a 203.000, per un totale di 617.000 rapporti di lavoro agevolati. I rapporti di lavoro agevolati rappresentano il 37,5% del totale delle assunzioni/trasformazioni a tempo indeterminato, mentre nel 2015 (anno con la decontribuzione triennale al 100%) l’incidenza delle assunzioni e trasformazioni agevolate sul totale dei contratti a tempo indeterminato, era stata pari al 60,8%.

Infine, i voucher: nel periodo gennaio-dicembre 2016 sono stati venduti 133 milioni di voucher rispetto ai 107 milioni dell’anno precedente (+23,9%).

Il flop della politica renziana sul lavoro

I dati pubblicati dall’INPS indicano un calo dei nuovi rapporti di lavoro nel 2016 rispetto al 2015. Una notizia certamente negativa per un Paese che ha un tasso di disoccupazione tra i più alti d’Europa. Ma per avere davvero un quadro della situazione e valutare anche le responsabilità di questa disfatta è necessario contestualizzare i dati grezzi che l’Istituto di previdenza ci fornisce.

Con la legge di stabilità 2014, il Governo Renzi ha introdotto la decontribuzione: zero contributi previdenziali per tre anni (fino a poco più di 8mila euro) per i nuovi contratti a tempo indeterminato. Il tutto valido fino al 31 dicembre 2015. La misura si è rivelata essere un boomerang, perché se nel 2015 ha permesso all’esecutivo di vantarsi per la crescita dei contratti a tempo indeterminato, nel 2016 assistiamo ad un crollo che sfiora il 40%. Dal primo gennaio 2016 infatti, la decontribuzione è stata ridotta al 40% e soltanto per un biennio.

Questo giochino è costato al Governo oltre 10 miliardi e non ha ottenuto gli effetti sperati. Come dimostrano i dati INPS, i contratti a tempo indeterminato sono stati soprattutto contratti già in essere e trasformati: non si sono creati nuovi posti di lavoro e non c’è stato (se non in minima parte) un maggior coinvolgimento di persone nel mondo del lavoro, ma soltanto datori di lavoro che, giustamente, hanno sfruttato la chance di risparmio offerta dal Governo.

Su questo punto la Corte dei Conti lanciò l’allarme un anno fa, nel febbraio 2016, quando in un rapporto sul sistema previdenziale disse che in caso di trasformazioni e quindi non “incrementi occupazionali effettivi”, sarà necessario “un ulteriore incremento di trasferimenti dal settore pubblico la cui provvista ricadrebbe sulla fiscalità generale”.

Tirando le somme, il primo assunto è che il gioco non valeva la candela, come i “gufi” hanno detto fin dall’inizio. Il Governo ha speso una paccata di soldi per ottenere scarsissimi risultati e quei milioni di posti di lavoro in più promessi da Renzi non si sono visti nemmeno da lontano.

Agli scarsi risultati si aggiungono, ebbene sì, anche i danni. Come dimostra il rapporto INPS, il numero dei licenziamenti dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato nel 2016 è cresciuto. In questo caso la colpa è dell’abolizione dell’articolo 18 che semplifica la vita a chi vuole licenziare anche senza giusta causa. E il trend non farà che rafforzarsi. Nel 2017 infatti, scadono i tre anni di sgravi fiscali, ciò significa due cose: le imprese che li hanno utilizzati dovranno far fronte ad un’impennata del costo del lavoro che andrà ad incidere sui ricavi; i datori di lavoro potrebbero essere tentati di licenziare i neo assunti. E questo sarà ancora più facile perché il Governo Renzi ha, non soltanto abolito l’articolo 18, ma anche introdotto il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti che prevede il licenziamento, guarda caso, nei primi tre anni dall’assunzione senza troppi oneri.

Questa tesi è sostenuta anche dal già citato rapporto della Corte dei conti che lo scorso anno temeva un aumento delle cessazioni di contratto e quindi l’aumento delle prestazioni a sostegno del reddito come l’indennità di disoccupazione.

Alla fine dei giochi quindi, la decontribuzione è costata un sacco di miliardi che potevano essere utilizzati per un taglio serio e strutturale del costo del lavoro, non ha creato nuova occupazione, scaduto il triennio si prevedono più licenziamenti e costi per il sistema previdenziale italiano.