Le ong sono accusate di ciò che i governi dovrebbero fare: aiutare i migranti a fuggire dalla Libia

Migranti sicilia
Migranti in attesa di essere trasferiti nel centro d'immigrazione di Lampedusa. 20 febbraio 2015. REUTERS /Alessandro Bianchi

Lo scorso 4 aprile, dopo aver incontrato nella sede dell'associazione Stampa Estera il direttore di Medici Senza Frontiere per l'Europa Arjan Hehenkamp, avevamo scritto che l'unico modo che la comunità internazionale ha di dimostrare responsabilità nella crisi libica è aiutare le persone a fuggire dal paese.

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Negli ultimi giorni in Italia va in scena una polemica da teatrino completamente fuori contesto ma attinente al ruolo delle organizzazioni non-governative nel Mediterraneo centrale: il quotidiano torinese La Stampa ha pubblicato un articolo, contenente alcune dichiarazioni esclusive del pm catanese Carmelo Zuccaro, nel quale il magistrato si interroga proprio su questo: “Abbiamo evidenze che tra alcune ong e i trafficanti di uomini che stanno in Libia ci sono contatti diretti, non sappiamo ancora se e come utilizzare processualmente queste informazioni ma siamo abbastanza certi di ciò che diciamo”. Apriti cielo.

Già nelle settimane precedenti i media italiani, e a ruota tutta una parte del carrozzone politico, avevano riportato come oro colato la lacunosa e scarsamente informata ricostruzione di un blogger che si chiedeva come mai, secondo alcuni dati scaricati dal sito Marine Traffic, le navi delle ong si recassero fino in acque libiche per recuperare i naufraghi. Le polemiche si erano un po' affievolite dopo che la narrazione tossica delle “ong che fanno da taxi ai clandestini e arricchiscono i trafficanti” si era infranta come un'onda sugli scogli della verità oggettiva, e cioè che aiutare un naufrago è un obbligo e non una possibilità, ma nelle ultime ore le parole del procuratore della Repubblica siciliano hanno riacceso la miccia di una santabarbara.

“Su ong come Medici Senza Frontiere e Save The Children davvero c'è poco da dire” ha dichiarato il magistrato, che lavora in un pool con altri cinque colleghi alla Procura di Catania che si occupa di indagare sui naufragi, sui salvataggi sugli sbarchi e proprio sul ruolo delle ong che operano nel Mediterraneo, nove in tutto: “Il discorso è diverso per altre come la maltese Moas o come per le tedesche, che sono la maggior parte”. Il pm Zuccaro divide le ong in “buone e cattive” e la tesi è sostenuta, afferma La Stampa, dal rapporto Risk Analysis 2017 dell'agenzia europea Frontex, dove in alcuni passaggi si definirebbero “taxi” i salvataggi delle ong (il rapporto è stato anche ripreso in alcune recenti dichiarazioni del vicepresidente della Camera dei Deputati Luigi Di Maio), oltre che dalle informazioni dei servizi segreti italiani in Libia: “Per quelle sospette bisogna capire cosa fanno, per quelle buone occorre invece chiedersi se è giusto e normale che i governi europei lascino loro il compito di decidere come e dove intervenire nel Mediterraneo”. La Procura di Catania avrebbe elementi che dimostrano contatti costanti tra le ong e i trafficanti di esseri umani e starebbe cercando di capire se dietro i finanziamenti, che sono tutti pubblici, delle stesse ong ci siano gli stessi criminali, che riciclerebbero così anche il denaro illecito proveniente dal mercato nero del petrolio e degli schiavi.

La polemica è cominciata proprio quando il Financial Times ha pubblicato il rapporto di Frontex; poi è stata rintuzzata dalle dichiarazioni del direttore dell'agenzia europea, che al Die Welt ha affermato che le ong fungono da fattore di attrazione per chi parte dalla Libia, come se ci fosse la libertà di scegliere se partire o meno dalla Libia. Ma forse il tavolo va capovolto: e se il “fattore di attrazione” fosse, invece delle ong, la politica respingente e protezionista? Secondo Samer Haddadin, a capo dell'Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) a Tripoli, più politici europei urleranno all'invasione e ai respingimenti più i migranti si affretteranno a partire: “Più la politica europea alza la voce più il mercato è favorevole ai contrabbandieri. […] Oggi un contrabbandiere dice alle sue vittime: 'Se non vai via ora, mentre l'Europa è ancora di facile accesso, non avrai la certezza di andare via domani' […] Si tratta di una tecnica di marketing”. Vallo a spiegare al vicepresidente della Camera o al prezzemolino Matteo Salvini.

Tutte queste informazioni, per chi studia e segue la questione migrazioni, suonano in parte ovvie e in parte quantomeno strane: chi scrive ha infatti letto il rapporto Risk Analysis 2017 di Frontex e non ricorda di avere mai letto la parola “taxi” in nessuna delle 64 pagine del rapporto. Inoltre quel rapporto non contiene accuse o tesi strampalate contro le ong ma afferma che le loro operazioni in mare potrebbero avere “conseguenze involontarie”, le stesse che potrebbero avere anche le attività della stessa Frontex, afferma l'agenzia. Strano che il Financial Times non le abbia notate, meno strano che il resto della stampa mondiale abbia ripreso la notizia senza controllarla.

L'indagine del pool cui fa parte il pm Zuccaro va avanti dal 2013, più precisamente dal tragico 3 ottobre di quell'anno, quando affondò un barcone di fronte a Lampedusa portando negli abissi del cimitero d'acqua e sale ben 368 persone: la tempistica con cui il procuratore catanese, cui attiene comunque il segreto istruttorio fino al rinvio a giudizio, ha deciso di sciogliere le riserve è puntualissima ma in realtà lo stesso Zuccaro non dice niente di nuovo, bastava seguire le operazioni in mare negli ultimi anni, mesi e giorni per capirlo: anche la Commissione Difesa del Senato ha aperto, da tempo, un'indagine conoscitiva (che non è un'inchiesta) su questo fenomeno.

Il numero di telefono di don Abba Mussie Zerai, un prete eritreo a capo dell'Agenzia Habeshia, è da anni “il numero più famoso di tutta l'Africa” e questa definizione ci è stata fatta direttamente da un gran numero di migranti incontrati in questi anni. I naufraghi infatti chiamano don Zerai con i telefoni satellitari mentre sono alla deriva nel Mediterraneo, chiedono soccorso e così il parroco può girare la segnalazione alle autorità marittime europee. Per anni don Zerai ha pubblicato sulla sua pagina Facebook le segnalazioni ricevute e ancora oggi il suo numero è conosciutissimo e diffusissimo tra i migranti in Libia, Sudan ed Eritrea. La figura di Zerai è solo un esempio di ciò che le ong e gli human rights defender fanno: lo stesso direttore di MSF Hehenkamp ci ha spiegato come per la loro presenza nei centri di detenzione per migranti in Libia sia stato necessario dialogare con le milizie e i trafficanti, un dialogo che ha come obiettivo un fine più nobile. “Bisogna aiutarli a fuggire da lì” ci aveva detto Hehenkamp nemmeno un mese fa, di fatto non solo ammettendo ma rivendicando con forza le attività delle ong in terra e in mare.

Con l'aumento del numero di migranti in partenza e l'illusione europea di avere risolto tutto, o almeno una parte, con l'assegno da 3 miliardi staccato al governo della Turchia [Gabriele Del Grande, appena rientrato a Bologna, è stato detenuto in uno dei centri di detenzione realizzati con fondi UE, nda] il numero di ong operanti nel Mediterraneo è aumentato per sopperire alle mancanze di Frontex: gli obblighi internazionali al soccorso non sono opzioni e le ong, sostanzialmente, aiutano i governi europei - quindi anche noi - a rispettare tali impegni. E non il contrario.

Andando oltre tutto questo c'è infine da chiedersi come mai, o meglio “come sempre”, un procuratore della Repubblica rilasci dichiarazioni a indagini in corso, dichiarazioni scintilla che è facile immaginare possano diventare un incendio incontrollabile: le ong, stando alle stesse parole del procuratore, non sono accusate di nulla. Eppure ci si spinge molto oltre, fino al chiedersi perché “tra i finanziatori delle ong ci sia il miliardario George Soros”: che male c'è? Tali finanziamenti sono forse illeciti? Non ci è dato saperlo. Ciò che sappiamo è che le ong pubblicano annualmente dei bilanci nei quali i finanziamenti vengono tracciati in modo certosino, certamente è più chiara la lettura del bilancio di una ong che non quella di qualsiasi partito politico o movimento, e dai quali si evince come le entrate delle ong siano principalmente opera di privati cittadini.

Cosa succede alimentando polemiche del genere? Succede che i trafficanti di paure, quali sono certi politici, attingono a piene mani dalla “merce” inviata in Europa dai trafficanti di esseri umani: questi ultimi forniscono ai primi la carne necessaria a cucinare la propria polemica sul “ruolo oscuro delle ong”, mentre la fiducia dei privati cittadini nelle stesse organizzazioni viene messa a rischio da affermazioni di un procuratore della Repubblica che teoricamente sarebbero coperte da segreto istruttorio, oltre che rivelarsi fuori contesto e scarne di basi probatorie. Il tutto a danno delle stesse ong, che sulle donazioni costruiscono le attività. 

L'unica domanda che ha senso porsi, al netto quindi della liceità delle attività delle ong in mare e in terra libica, è quindi una soltanto: a chi giovano tutte queste polemiche?