L'economia della Russia si muove in spazi strettissimi: la guerra in Siria potrebbe metterla in ginocchio

Russia-Siria
Un sostenitore russo dell'alleanza Russia-Siria. Tatyana Makeyeva/Reuters

Sostenere economicamente uno sforzo bellico è quanto di più dispendioso ci sia per un governo e quando questo sforzo sembra non finire mai oltre a porsi un'ovvia questione di opportunità se ne pone un'altra, altrettanto scottante: quella economica.

L'intervento della Russia in Siria, salutato da molti e dal governo di Damasco come un'impegno forte, autorevole e di buoni propositi, ha avuto conseguenze politiche importanti per Mosca: ha potuto riaffermare se stessa come superpotenza internazionale, grazie all'inazione americana è riuscita a spingere in una realtà sempre più marginale la politica estera di Washington, si è garantita il diritto di sfruttamento a tempo indeterminato della base aerea di Tartus e del porto di Latakia e ha un ruolo di primo piano, forse IL ruolo di primo piano, ai negoziati sia a Ginevra che ad Astana.

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Circa un anno fa, il 15 marzo 2016, scrivevamo che le ragioni della decisione della Russia di ritirarsi dalla Siria, ordine dato da Putin che in qualche settimana ha poi fatto marcia indietro, fossero principalmente di natura economica: lo scorso anno il Cremlino ha ridotto la spesa pubblica di tutti i ministeri (tranne quello della Difesa, che tuttavia non aveva ricevuto fondi in più e questa era già un'importante novità) per fronteggiare costi bellici che solo in Siria costavano a Mosca tra i 3 e i 4 milioni di dollari, al giorno. Per perseguire l'opera di ammodernamento del suo esercito però Putin necessita di un incremento delle spese militari di almeno il 10 per cento ogni anno dall'anno scorso fino al 2020 e questo non solo non è avvenuto ma nemmeno avverrà.

Se osserviamo i numeri relativi ai costi gli Stati Uniti fanno ancora una parte del leone sul piano internazionale: la Russia ha speso circa 1 miliardo di dollari nel primo anno di guerra in Siria, niente paragonato ai 23 miliardi spesi da Washington il primo anno in Afghanistan o ai 51 per il primo anno in Iraq. La situazione è oltremodo differente anche perché all'epoca gli Stati Uniti sono intervenuti con il sostegno della NATO, quindi con la possibilità di ricevere supporto dagli attori territoriali principali sotto ogni punto di vista: geografico, logistico, di intelligence e militare. Per la Russia in Siria le cose sono diverse: Mosca è intervenuta in aiuto del governo di Damasco, che aveva un esercito decimato e che ancora oggi adotta aerei da guerra degli anni Ottanta e sgancia bombe che sono ferraglia arrugginita, seppur efficace. Chi dà una mano a Mosca in Siria? Hezbollah, milizie sciite libanesi preparatissime e addestratissime, e alcuni gruppi armati di sciiti sostenuti dall'Iran, perché contare sull'aiuto dei siriani dell'esercito nelle operazioni militari è come sperare in un miracolo mentre si scende all'inferno: Palmira è la dimostrazione di come l'esercito siriano sia inesistente, inconsistente e, tra l'altro, pericoloso per le sorti stesse della guerra. Il sito archeologico era stato riconquistato dai russi, che lo strapparono a Daesh. festeggiando con un concerto in mondovisione nell'anfiteatro romano in mezzo al deserto, ma pochi mesi dopo che Mosca ha spostato le truppe verso Aleppo, scoprendo Palmira e lasciandola in custodia ai legittimi proprietari (i siriani di Assad), la città archeologica è stata nuovamente conquistata, in mezza giornata, dagli islamisti del Califfo.

Lo sforzo bellico di Mosca in Siria è enorme e, di fatto, tiene in piedi l'equilibrio militare del paese cristallizzandolo al 2011: la Russia ha mostrato risolutezza e azione mentre gli Stati Uniti sono rimasti perlopiù a guardare e a guidare i raid aerei dei suoi alleati nell'area, anche perché ha meno interessi di Mosca in quell'area. Ma questa risolutezza costa soldi.

Con alcune mosse spettacolari Mosca ha voluto mostrare a tutto il mondo i propri muscoli: i bombardamenti di Aleppo e la flotta navale che attraversa in continuazione il Bosforo (un po' anche per far sentire ai turchi il fiato russo sul collo), il clamoroso viaggio della Ammiraglio Kuznetsov dal Mar Baltico fino a Latakia e ritorno, tutti elementi perfetti per mostrare la grandezza russa. Una grandezza che tuttavia è piuttosto datata: la stessa Kunetsov è pari ad una signora di 60 anni che si rifà il seno e le labbra, può sembrare (forse) più giovane ma alla fine sempre 60 anni ha.

La campagna in Siria insomma rischia di mettere in ginocchio la già fragile economia di Mosca. Ma non tutto è perduto: la guerra civile in Siria si concluderà e forse non ci vorranno 15 anni o più come per gli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan. Noi di IBTimes Italia abbiamo provato ad immaginare uno scenario sul futuro smembramento del Paese e questo potrebbe essere il vero obiettivo di Mosca: mantenere sì Assad ma garantirsi basi, porti e, sopratutto, vie di terra per il trasporto di merci lungo la “nuova via della seta” cinese, la one-belt-one-road. E non solo: il territorio siriano è ricco di petrolio e gas naturale ma Mosca punta più alle condotte e, sopratutto, ai ricchi appalti per la ricostruzione.

Tuttavia, chi pensa che tra la Russia e il Medio Oriente ci sia un oceano culturale, e quindi che Mosca non possa avere abbastanza mordente sul suolo come non lo hanno avuto gli americani altrove, sbaglia di grosso: basti solo pensare che l'Armata Rossa è oggi l'esercito con il maggior numero di fedeli musulmani al mondo e che nei territori russi, e delle ex-repubbliche sovietiche, l'Islam è l'unica religione in ascesa e addirittura in zone come la Cecenia è la religione al potere, quella di Kadyrov. Una confidenza, e una storia, tutt'altro che secondaria.