Legalizzazione di marijuana e hashish: esiste una ragione scientifica per opporsi?

marijuana
Una donna fuma marijuana in una strada di AMsterdam ashton (CC BY 2.0) - via Flickr

Negli ultimi giorni la città di Lavagna, piccolo comune in provincia di Genova finora (poco) noto principalmente per essere il paese di origine del nonno di Omar Sivori, è stata protagonista delle cronache perché è lì che un ragazzo di 16 anni si è suicidato mentre la Guardia di Finanza, che era stata chiamata dalla madre, stava conducendo una perquisizione nella sua casa in cerca di droga dopo che il giovane era stato fermato con circa 10 grammi di hashish.

SEGUICI SU FACEBOOK

Anche se i due temi non sono strettamente collegati, in queste ore il dibattito sulla vicenda di Lavagna si sta intrecciando con quello della legalizzazione delle droghe leggere. A tirare in ballo l'abbinamento è stato, ad esempio, Roberto Saviano che in un post sulla sua pagina Facebook ha sostenuto come quanto accaduto ci obblighi "a riflettere sulla necessità di legalizzare le droghe leggere. Sulla necessità di farlo subito e di farlo bene. Non è evidente anche per voi che il proibizionismo ha fallito e che fa più vittime delle vite che vorrebbe salvare?".

LEGGI ANCHE: Marijuana: in commercio la cannabis terapeutica, ma che fine ha fatto la legge per la legalizzazione?

Le due vicende, come detto, non sono automaticamente collegate, ma in tanti in queste ore ne stanno discutendo parallelamente, in certi casi alimentando una cattiva concezione (qualcuno si spingerebbe a dire "demonizzazione") delle droghe leggere. Il che potrebbe essere anche il motivo che ha spinto la madre a chiamare la Guardia di Finanza per far perquisire la casa: possiamo solo intuirlo, non possiamo saperlo ed è inutile fare speculazioni in merito.

Ciò che invece può essere utile è provare a fornire un approccio scientifico al dibattito, tentando di capire cosa comporti il consumo di hashish e marijuana. Questo significa poter comprendere meglio cosa significhi l'espressione "droghe leggere" e perché sia non solo utile ma addirittura doveroso operare una distinzione, anche alla luce della vicenda che ha visto protagonisti un ragazzo di 16 anni, la Guardia di Finanza ed una madre in cerca di aiuto.

Marijuana, Israele Un lavoratore in una piantagione di marijuana nella città di Nazareth  Reuters/Amir Cohen

Due doverose precisazioni: in primo luogo, il discorso sulla pericolosità "diretta" (cioè per la persona che fa uso di una sostanza) è solo uno degli aspetti che bisogna prendere in considerazione nel dibattito sulla legalizzazione delle droghe leggere; è infatti necessario affrontare l'argomento anche, ad esempio, dal punto di vista economico e sociale. Inoltre, affrontare dal punto di vista scientifico un argomento come la pericolosità di una sostanza in un articolo richiede inevitabilmente una semplificazione. Per quanto si possa provare ad essere accurati, è comunque bene tenerne conto.

L'alcol come l'eroina?

Un interessante studio britannico di qualche anno fa si proponeva di stilare una "classifica" della pericolosità delle varie droghe basandosi sui danni che queste causano non solo all'utilizzatore ma anche a tutti gli altri, dalle persone che stanno più vicino a chi fa uso di queste sostanze sia a quelle più lontane, ma comunque collegate tramite i costi sociali ed economici.

I calcoli dell'equipe guidata da David Nutt, ex-consulente del governo inglese sulle droghe, furono riassunti nella tabella sottostante, che mostra come l'alcol sia di gran lunga la sostanza più pericolosa in circolazione, seguita a debita distanza da eroina, crack, metanfetamine, cocaina, tabacco, anfetamine/speed e, finalmente, cannabis, ossia hashish e marijuana. Questo è ovviamente relativo alla situazione nel regno Unito, ma il metodo d'indagine può essere applicato a qualsiasi paese.

droghe La pericolosità di diverse droghe calcolata in relazione ai danni che queste producono sia all'utilizzatore che agli altri  The Lancet/Nutt et al.

Ciò che sorprende maggiormente è quello che potrebbe essere definito "l'indice di pericolosità" dell'alcol: 72, ossia circa 3,5 volte più della cannabis. La differenza, nel caso ci fosse bisogno di rimarcarlo, è che il primo è legale e regolamentato mentre la seconda è illegale e, sempre più spesso, demonizzata. Interessante notare come anche il tabacco, altra droga legale, abbia un indice di pericolosità pari a quasi tre volte quella dell'ecstasy.

In effetti, per quanto la cosa dipenda ovviamente in primo luogo dalla quantità, la lista dei danni causati dall'abuso di sostanze alcoliche è incredibilmente lunga e comprende praticamente qualsiasi organo all'interno del corpo. Negli ultimi anni molte ricerche si sono focalizzate sull'assunzione nel corso degli anni dell'adolescenza, mostrando come i cervelli dei teenager siano particolarmente vulnerabili agli effetti tossici dell'alcol.

alcol birra Gli studi scientifici sono sostanzialmente concordi nell'affermare come l'abuso di bevande alcoliche sia nettamente più dannoso rispetto a quello di marijuana e hashish  Paul Joseph (CC BY 2.0), via Flickr

Bisogna comunque tenere conto di come questa graduatoria tenga conto degli effetti anche su persone diverse dall'utilizzatore. Se si prende come riferimento soltanto chi materialmente fruisce di una determinata sostanza, l'alcol scende ad un comunque più che "rispettabile" 4° posto, preceduto solamente da eroina, crack e metanfetamina. 

Cosa rende "pericolosa" una droga?

Un'ottima chiave di lettura per capire cosa renda più o meno pericolosa una droga è capire cosa regoli i suoi effetti a livello cerebrale. Una cosa che accomuna le sostanze ai primi posti della tabella è il fatto di influenzare pesantemente il sistema dopaminergico delle ricompense nel mesencefalo, un'area che per milioni di anni è stata "scolpita" dalla selezione naturale per ricompensare (principalmente grazie alla dopamina prodotta nella substantia nigra) una persona per l'assumere comportamenti adattivi.

Praticamente ogni singola droga che stimola quest'area del cervello causa dipendenza: eroina, crack, tabacco, alcol. Per questo stesso motivo, sostanze come ecstasy, funghi allucinogeni ed LSD non causano dipendenza: la loro stimolazione riguarda principalmente i neuroni serotoninergici in varie parti del cervello, senza puntare dritte al sistema mesencefalico delle ricompense.

La dipendenza da marijuana e hashish può esistere?

Uno dei punti più controversi per quanto riguarda la legalizzazione della cannabis è quello relativo alla dipendenza da marijuana e hashish: sebbene non esista una prova conclusiva in tal senso, alcuni studi pongono il tasso di dipendenza al di sotto del 10% dei consumatori. Effettivamente, tra chi assume marijuana sono stati riscontrati casi di cambiamenti neuroadattivi che causano un calo della reattività alla dopamina, il che suggerisce un interessamento del sistema delle ricompense.

Oltre a questo, sbaglia anche chi ritiene che non esistano danni ed effetti collaterali del consumo di cannabis: nel corso degli anni vari studi hanno dimostrato o quantomeno suggerito che la marijuana e l'hashish possano (giusto per fare qualche esempio) danneggiare la memoria a breve terminecausare problemi cardiovascolarirendere pigri o danneggiare la vista.

Eppure, sia il livello di dipendenza che i danni sul piano fisico non sono minimamente comparabili a quelli che si possono vedere con altre droghe, sia legali che illegali. Un celebre studio di alcuni anni fa redatto da ricercatori dello statunitense National Institute on Drug Abuse (NIDA) verificò come la sostanza che crea la maggiore dipendenza sia il tabacco (il 31,9% di tutti gli utilizzatori diventano dipendenti) seguito eroina (23,1%), cocaina (16,7%) ed alcol (15,4%). 

cocaina Strisce di cocaina su uno specchio  Zxc - PD

Perché non viene legalizzata la cannabis?

La mancata legalizzazione di marijuana e hashish in diversi paesi del mondo (Italia inclusa) è più basata su motivazioni politiche che scientifiche. In particolare, chi è contrario alla legalizzazione punta su due argomentazioni: la cannabis sarebbe in grado di generare disturbi psicotici e/o schizofrenia, oltre ad essere una cosiddetta "gateway drug", ossia una sostanza in grado di portare all'uso ed all'abuso di altre e più pericolose droghe. Nessuno di questi due punti ha solide basi scientifiche.

Per quanto riguarda il primo aspetto, esiste effettivamente della letteratura che pone in correlazione il consumo di cannabis con lo sviluppo di psicosi: le persone che hanno fatto in passato uso della sostanza sembrano avere una probabilità nettamente maggiore di avere disturbi di questo tipo. Ad ogni modo, a parte il sottolineare come correlazione non significhi causalità (ossia non è possibile determinare cosa sia la causa di cosa), la questione è complessa e dibattuta.

Uno studio danese del 2008 rivelò infatti come le persone che erano state curate per episodi psicotici successivi al consumo di marijuana avevano la stessa possibilità di avere parenti di primo grado affetti da schizofrenia rispetto ai pazienti curati per lo stesso motivo ma che non avevano mai fumato marijuana. Questo suggerisce come, al massimo, la marijuana potrebbe aver contribuito ad indurre schizofrenia e psicosi in soggetti già predisposti ma che, come sottolineato dagli autori, avrebbero comunque sviluppato questi disturbi, cannabis o meno.

L'ipotesi della cannabis che "apre la porta" ad altre e più pericolose droghe è altrettanto dibattuta, ma riesce difficile non vederci i chiari segni della fallacia logica "post hoc ergo propter hoc": X è successo dopo Y, quindi X ha causato Y. In effetti, limitarsi ad osservare come tanti consumatori di droghe pesanti abbiano provato hashish e marijuana, sostenendo che per questo le seconde abbiano aperto la strada alle prime, non ha senso logico.

Tutti i consumatori di droghe leggere hanno in precedenza consumato latte, caffè, tè: perché non ritenere responsabili una delle bevande? O si potrebbe anche pensare che sia il tabacco ad aprire la strada al fumo di marijuana e hashish, visto che la maggior parte dei consumatori fuma anche sigarette "normali". In effetti, esiste una relazione tra il consumo di più droghe (non solo "cannabis + altro"), che però può essere molto più semplicemente spiegato come il risultato di fattori genetici di rischio che portano all'abuso di più sostanze in alcuni individui.

LEGGI ANCHE: Cannabis: promossa la coltivazione della canapa. Ma no, non si fuma nemmeno nel 2017

In generale, ad essere maggiormente soggetti all'abuso di droghe sono coloro i quali hanno dei forti pattern di attivazione del sistema delle ricompense: in altre parole, il rischio maggiore di fare uso di qualche sostanza (sia da sola che abbinata a qualcos'altro) sono, perdonate l'ovvietà, quelli che ne ricavano neurologicamente maggiore piacere.

Discutere di legalizzazione va bene, ma non sostenendo che "la droga fa male"

In conclusione, si può tranquillamente discutere se sostanze come marijuana e hashish debbano o meno essere legalizzate. Il punto è che, stando a quanto ad oggi affermano gli studi disponibili, non ha senso opporsi alla legalizzazione facendosi scudo con inesistenti prove scientifiche relative a danni e dipendenza: alcol e tabacco sono sostanze più dannose dal punto di vista economico e sociale, il che significa che l'opposizione alla legalizzazione della cannabis è di natura culturale e politica, non certo scientifica.